Blog informativo sulla P4C

( philosophy for children)

di Lipman

Quando la filosofia dipinge il suo grigio su grigio, allora una figura della vita è invecchiata, e con grigio su grigio essa non si lascia ringiovanire, ma soltanto conoscere; la nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo.


La parola "filosofia" ha come nella sua radice il significato "far crescere". Infatti, c'è solo una cosa che sa stupire e conquistare il nostro cuore: la parola di chi non si limita a inanellare frasi sensate e ben tornite, ma di chi ci porta più in alto o più in profondità.

Che cos'è la filosofia?

“La filosofia è la palingenesi obliterante dell'io subcosciente che si infutura nell'archetipo dell'antropomorfismo universale. “(Ignoto)

Perché la filosofia spiegata ai ragazzi?

I bambini imparano a conoscere e a gestire i propri ed altrui processi emozionali, affettivi e volitivi: imparano a conoscere se stessi e a relazionarsi con gli altri. Una scuola che intende fornire esperienze concrete e apprendimenti significativi, dove si vive in un clima carico di curiosità, affettività, giocosità e comunicazione, non può prescindere dal garantire una relazione umana significativa fra e con gli adulti di riferimento. Questa Scuola ad alto contenuto educativo, non può cadere nel terribile errore di preconizzare gli apprendimenti formali, errore spesso commesso dagli insegnanti che sono più attenti a formare un “bambino-campione”, piuttosto che un bambino sicuro e forte nell'affrontare la vita, o ancora un bambino che abbia acquisito la stima di sé, la fiducia nelle proprie capacità e la motivazione al passaggio dalla curiosità, caratterizzante la Scuola dell'Infanzia, alla ricerca. L'insegnante deve poter provare un “sentimento” per l'infanzia inteso come “sentire”, percepire e prendere consapevolezza dei bisogni reali, affettivi ed educativi propri del bambino che sono altro rispetto ai bisogni degli adulti. Il ruolo dei genitori, degli insegnanti è infatti quello di educare tutti e ciascuno alla consapevolezza di ciò che il bambino “sente” emotivamente e affettivamente, perché è proprio il passaggio dal sentire all'agire che consentirà al futuro uomo di compiere scelte autonome. Un compito importante dell'insegnante è quello di mediare i modi e i tempi di un dialogo strutturato su un piano paritario, in modo tale da consentire ad ogni interlocutore di far emergere il proprio pensiero e di metterlo in relazione con quello degli altri. E' una sfida, da parte dell'insegnate, a livello culturale, sociologica e civica ma che deve coinvolgere anche i più piccoli per dotarli di una propria capacità critica, che permetta loro di ragionare, di riflettere sulla realtà e di compiere in futuro scelte consapevoli Se la filosofia è "presa sul serio", se è misurata con i problemi reali, è davvero uno strumento di formazione della persona e di indirizzo della vita. La filosofia come felicità presente nell'attività del pensiero.

Incontrarsi è una grande avventura

“Non possiamo stare
e vivere da soli,
se così è,
la vita diventa
solitudine monotona.
Abbiamo bisogno dell’altro
per condividere sguardi
di albe e tramonti,
momenti di gioia e dolore.
Abbiamo bisogno dell’altro
che ci aiuta a vedere
e scoprire le cose che da soli
mai raggiungeremo.

Beati quelli che sono capaci
di correre il rischio dell’incontro,
permeandolo di affetto e passioni
che ci fanno sentire più persone
poiché così vivendo
anche gli scontri
saranno mezzi
di un vero incontro.”
(Testo di sr. Soeli Diogo).




Questo romanzo è rivolto, con la più grande speranza e fiducia, a tutte le persone di questa società e soprattutto a quei giovani che si muovono oggi, coi loro passi, senza esserne pienamente consapevoli, verso la scoperta della grande stanza di questo mondo poliedrico e complesso, dalle mille pareti ammaliatrici. Passi che, a dosi esagerate della conquista di una felicità che riempia la stanza del loro cuore, complementare a quella del mondo, lasciano dietro sé molte tracce superficiali che si spazzano via anche con il più debole vento della loro esistenza per poi trascinarli nel giogo del “vuoto”. Che questo romanzo “Un vuoto da decidere” sia loro di aiuto per guardare in faccia, riconoscere, combattere e vincere, con le sole armi dell’amore vero per se stessi e per il mondo, questa strana “malattia” dell’anima che colpisce chi non ha difese e che porta alla conquista di una libertà infedele e subdola.

Se la metto in pratica mi fa vivere tutta un'altra vita, straordinariamente più ricca di quella che avrei ideato fidandomi solo di me.

Solleviamoci, è ora

Noi siamo quelli
che se ne vanno
pieni di vento
e di sole
in deserti
affollati
di illusioni
e non tornano più
abbagliati
da spaccati di vita.

Siamo riflessi
di affetti
profondi.
Pensieri
di fresca rugiada
posata sulla notte
che non conosce
nuvole.

Siamo i sospesi
tra sogno e realtà,
quelli sul sottile confine
tracciato
dai meandri
dei desideri.

Siamo splendide bugie
di una terra
che fatica
ad alzarsi
sui marciapiedi
della vita.

Siamo polvere
di un tempo
inesorabile
che ci riporta
tra le caverne opache
dei ricordi.

Siamo l’urlo
di amici perduti
non ancora tornati,
che raccoglie
sogni lanciati
su nuvole rosa
gonfie di cuore
nel cielo sospeso
della gioventù.

Siamo parole
mai dette
intrappolate
tra i rami
scheggiati
di un inverno
che fatica
nel risveglio.

Siamo vita
che scoppia
nei focolai spenti
accesi dal giorno che nasce
a dispetto di tutto.

Preghiere
Strappate ai silenzi
concessi da un Dio
che non ama
piangersi addosso.

Siamo
l’andata e il ritorno
di noi stessi.

Solleviamoci.
E’ ora.

PAESE MIO

Paese mio
cinto a primavera
di riccioluti gorgheggi
affaccendati
come comari
nel via vai del giorno
ti vai combinando
tra nuvole ariose
all’orizzonte
e sogni fermi
dietro vetri antichi.

Tu non conosci gli anni.

Il tuo grembo
avrà sempre un vecchio
davanti ai tuoi tramonti
aggrappato
ai sapori di campagna
mentre torna stanco
con le zolle in mano
cantando
la fatica della terra.

E non conosci spazi.

Sei tutto lì
che vivi di germogli
seminati
nei cuori della gente
che s’adatta
all’ombra
dell’inverno
mentre fuori
è estate.

Per questo
non ti mancano
i sorrisi
strappati ai vicoli
intrecciati e bui
come strette di mano
nel bisogno
tra calde mura
di camini accesi.


Tra gli alberi d’ulivo
bagnati di sole
che lasciano un’impronta
tra le rughe
dei ricordi

che strada voltando
riporta
inesorabilmente
a te.



mostra di poesie

mostra di poesie
Solleviamoci, è ora


venerdì 21 settembre 2007

"AMICIZIA" Kahlil Gibran

"Siamo amici. Io non desidero niente da te, tu non vuoi nulla da me.
Io e te... dividiamo la vita. "Gibran Kahlil

Cos'è per te un amico,
perché tu debba cercarlo
per ammazzare il tempo?
Cercalo sempre per vivere il tempo.
Deve colmare infatti le tue necessità,
non il tuo vuoto.
E nella dolcezza dell'amicizia
ci siano risate,
e condivisione di momenti gioiosi.
poiché nella rugiada
delle piccole cose
il cuore trova il suo mattino
e si rinfresca.
Kahlil Gibran



“E un adolescente disse: Parlaci dell'Amicizia. E lui rispose dicendo: Il vostro amico è il vostro bisogno saziato. E' il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza. E' la vostra mensa e il vostro focolare. Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace. Quando l'amico vi confida il suo pensiero, non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo. E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore: Nell'amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa nasce in silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia. Quando vi separate dall'amico non rattristatevi: La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate, come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura. E non vi sia nell'amicizia altro scopo che l'approfondimento dello spirito. Poiché l'amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del proprio mistero non è amore, ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano. E il meglio di voi sia per l'amico vostro. Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea, fate che ne conosca anche la piena. Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte? Cercatelo sempre nelle ore di vita. Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto. E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell'amicizia. Poiché nella rugiada delle piccole cose il cuore ritrova il suo mattino e si ristora”

Amicizia, dunque, libera da affetti disordinati pretenziosi verso l’altro, per innalzarsi in ispirito sopra se stessi e godere di un’amicizia rivelazione che va oltre l’intesa del dire, tale da comprendere anche ciò che non si è detto. Amicizia che colma il bisogno di scoprire chi siamo nel cammino della vita e non il vuoto dei giorni, che si traduce in consapevole presenza viva spirituale, per sempre.
Non sono né un artista né un poeta.Ho trascorso i miei giorni scrivendo e dipingendo,ma non sono in sintonia con i miei giorni e le mie notti.Sono una nube,una nube che si confonde con gli oggetti,ma ad essi mai si unisce.Sono una nube,e nella nube è la mia solitudine,la mia fame e la mia sete.La calamità è che la nube, la mia realtà,anela di udire qualcun altro che dica:<>.
“Amo gli esseri umani più che mai ma non mi avvicino a loro. Sono sempre alla ricerca di qualcosa perciò non sono una vera compagnia per gli uomini. C’è una solitudine in ogni uomo per arrivare ad una piena consapevolezza di Dio”. Da qui scaturisce il suo grande poema “Il Profeta” nel quale il protagonista Almustafa ( l’eletto) prima di partire dalla città, dove ha vissuto per dodici anni, lascia come testamento le risposte ai suoi fedeli sui temi più importanti della dell’esistenza umana come l’amore, l’amicizia, la conoscenza, i figli, il matrimonio e Dio. In quella città vaga tra la gente un uomo che ama tutti e ne è amato ma intorno a lui vibra un’aurea di solitudine. Lo amano ma non entrano mai in intimità con lui. Un giorno una nave parte per portarlo via e, proprio sul punto di perderlo acquistano piena consapevolezza di ciò che egli rappresenti nella loro vita e si affollano tutti sulla riva. Nel Profeta, come altrove, il dualismo, la bipolarità, si traducono nell’abbinamento di coppie tematiche contrapposte ed ogni tema si svolge per paradossi, opposizioni e parallelismi in cui il poeta fa vibrare l’eco della parola “ma” che gli appare la più significativa tra quelle pronunciate da Gesù”Ma io vi dico” per rendere il suo linguaggio un messaggio traducibile all’interno di ogni confessione religiosa. “Metà di quel che dico non ha senso ma lo dico perché l’altra metà possa raggiungervi” Ed è proprio questo che rende così affascinante la lettura di Gibran, ricca e complessa, fatta di cristianesimo ma anche di induismo e islamismo per la cui “unità” trascendente delle religioni” si perviene all’illuminazione sull’unicità dell’esistenza che comprende in sé tutti gli stati dell’essere. I testi di Gibran, sempre ambigui, si prestano a mille possibilità interpretative per un’apertura completa a un Dio senza nome e a tutti i suoi possibili nomi.
Kahlil, nasce a Bisherri, una cittadina nel Libano settentrionale, il 6 gennaio 1883, luogo circondato dai famosi "Cedri del Libano". Si chiamava Gibran Khalil Gibran e quando emigrò negli Stati Uniti a undici anni il nome gli fu abbreviato da un'insegnante inglese. Nei suoi scritti in inglese la sua firma sarà sempre Kahlil Gibran. I genitori sono cristiani maroniti, religione cattolica formata dopo lo scisma bizantino del V sec a.C., ha due sorelle, Mariana e Sultana, e il fratellastro Boutros (nato da un precedente matrimonio della madre). La sua formazione si può ricostruire attraverso gli anni neoplatonici e paganeggianti di Boston, ove emigra nel 1894 con la madre, i fratelli ed alcuni zii. Sono gli anni dell'emigrazione araba verso gli Stati Uniti e il Brasile. Il padre, semialcoolizzato, rimane in Libano forse in prigione, Gibran non avrà un buon ricordo del rapporto con lui. E la madre, Kamele Rahmè, gli trasmette la religiosità e i valori umani della sua tradizione culturale. A 14 anni Kahlil torna in Libano per frequentare la scuola superiore all' Hikmè di Beirut. In questo periodo si imbatte nel classicismo libanese che separa abissalmente i ricchi dai poveri, l'aristocrazia ed il clero dal popolo. Verosimilmente risale a questi anni il contatto più profondo e duraturo con le Sacre Scritture. Completati gli studi, nel 1897, viaggia attraverso il Libano e la Siria. Vi fa ritorno nel 1902 come guida e interprete di una famiglia americana, ma presto deve rientrare a Boston a causa della malattia della madre, che muore di tisi l'anno seguente, e sucessivamente anche i suoi fratelli. A Boston, nel 1904, conosce Mary Haskell, l'incontro più importante della sua vita. Mary sarà sua mecenate, collaboratrice, amica, musa, e più tardi curatrice delle sue opere. Mary rappresentò un sostegno decisivo per lui, morale e materiale. Si sono incontrati all'esposizione di alcuni quadri di Kahlil presso lo studio di un amico fotografo. Mary che ha 10 anni più di lui, è preside di una scuola femminile. Grazie ai suoi contributi Gibran studia pittura a Parigi, tra il 1908 e il 1910, all'Acadèmie Lucien (accademia delle belle arti di Parigi). Legge Voltaire e Rousseau, Blake, Nietzsche. Tornato negli Stati Uniti (1912), va a vivere a New York dove apre uno studio, da lui definito nei suoi scritti "l'eremo" si dedica contemporaneamente alla letteratura e alle arti figurative. Le prime biografie di Gibran, non sono completamente affidabili, in quanto tendono ad alimentare il ruolo di Guru che molti ammiratori già vedevano in Gibran. Il primo studio serio su di lui è quello di Kahlil S. Hawi, pubblicato a Beirut nel 1963. La salute di Gibran è piuttosto minata negli ultimi anni di vita che trascorre tra New York e Boston, dove vive e lavora sua sorella Mariana. Muore a New York, di cirrosi epatica e con un polmone colpito da tubercolosi, il 10 Aprile 1931, aveva 48 anni. Gibran è sepolto in un antico monastero del suo paese d'origine, secondo la sua volontà.

mercoledì 19 settembre 2007

JUAN RAMON JIMENEZ .: Poesia " Io non sono io"





Io non sono io.
Sono colui
che cammina accanto a me
senza che io lo veda;
che, a volte, sto per vedere
e che, a volte, dimentico.
Colui che tace sereno
quando parlo,
colui che perdona, dolce, quando odio,
colui che passeggia là dove non sono,
colui che resterà qui quando morirò.
Da Eternidades

Chi c’è dentro di noi? Chi mettiamo dietro, a fianco, davanti, sopra e sotto di noi? Dov’ è la nostra anima quando non siamo presenti nell’attimo? Cosa vorremmo veramente dire quando ci nascondiamo dietro le parole? Come stiamo decidendo chi voler essere? Cosa gli altri ricorderanno di noi quando moriremo, un Nome o ci dimenticheranno presto? “Io non sono io”. Un poeta che vuole “uscire da sé”. Ansia di eternità come il poeta stesso definì la sua opera riferendosi a quel vivo desiderio quasi ossessione di identificarsi con il bello dell’oggetto contemplato per essere libero come lui, al di fuori del tempo e della natura dell’uomo. La sua poesia si distingue per la squisita delicatezza del sentimento al fine di raggiungere la “purezza” intesa come astrazione delle realtà corporee che riflette sulla solitudine e sofferenza. Da principio il poeta non ha che vagamente il senso del nulla che lo circonda e le cose appaiono in una luce melanconica, irrimediabilmente perdute, eliminando in partenza il rapporto intimo e profondo con esse:il nulla è incapace di elevarsi alla contemplazione del mondo. Conquistato poi l’amore che gli mancava, grazie alla moglie Zenobia, si distacca dal nulla per raggiungere quella stagione totale, piena, al limite di quell’assoluto in cui potrà raccogliere il frutto della sua fede. Scopo della sua vita e della sua poesia diviene quello di cantare se stesso, fino a trovare poi il modo di andare aoltre la sua oggettività per rendere oggettiva la sua soggettività, liberando così la sua esistenza limitata dall’incubo della morte, a favore dell’eternità. Jimenez intravede nella bellezza d’animo, che sa cogliere il bello in ogni cosa, quella luce intesa come coinvolgimento emotivo spirituale che porta alla gioia, per la quale si possono sublimare i propri sentimenti quotidiani e che fa della nostra vita un capolavoro. Il suo fu, dunque, un continuo anelito di anni verso la latitudine spirituale” Chi canta la bellezza, anche solo in mezzo al deserto, avrà un pubblico” dice Gibran. Quel pubblico è l’ Io che si congiunge all’universo visto con occhi nuovi che ci porterà a scoprire in noi stessi la presenza di Dio. Il tema della morte così ricorrente nella poesia di Jimenez, sta a significare la fugacità dell’uomo. Ma l’attardarsi è anche un tentativo per comprenderla ed accettarla. Questa poesia nasce dallo sdoppiamento dell’Io, dalla lacerazione dell’essere che non vuole rinunciare a niente ed implica la necessità di risolversi per potersi poi relazionare col mondo intero. Chi sono io? Sono un animale perchè respiro, mangio, posso riprodurmi come tutti gli animali. Le piante non si riproducono anche loro? L’uomo può decidere di non mangiare? L’uomo vive soltanto per respirare, nutrirsi e riprodursi? Una volta eravamo scimmie. Le scimmie di oggi diventeranno uomini? Mi posso sposare con una scimmia? Sappiamo davvero ciò che c’era milioni di anni fa?No, io non sono un animale perché sono intelligente. Sono sempre intelligente? Basta essere intelligente per non essere un animale? Se uno non è intelligente allora è un animale? Gli animali non parlano io sì. Siamo più umani se chiacchieriamo tanto? E un bimbo nella pancia della mamma lui è un animale? Gli uomini costruiscono il mondo. E quando lo distruggono?Quando muoio mi seppelliranno. Questo rende la mia morte diversa da quella di un animale? Quindi lasciare il proprio corpo alla scienza non è umano? Chi sono io? “A volte ti vedi piccolo ed inutile, altre sembra che il mondo non possa fare a meno di te. Per alcuni diventi la persona più importante della loro vita, per altri persino un fastidio a vedersi, brillante o addirittura squallida. Si vive nei continui contrasti; gli altri ti danno cento volti ed infine, ti ritrovi ad avere anche cento cuori e li sfrutti tutti per come ti rende comodo. Sei docile con chi è docile, aggressivo e ti difendi con ti assale; profondo, se hai il mare davanti, superficiale se non ti serve scendere con chi non ne ha voglia. Ognuno ti conosce per ciò che hai trasmesso di te, riflesso nello specchio del volto che hai davanti. E la gente si meraviglia quando sente dare un giudizio su di te che non corrisponde al suo. Ma è così. Non c’è mai una fine perché la verità non sta in un solo volto né in un cuore solamente. La verità è ciò che provi in quell’attimo davanti a te stesso e gli attimi non finiscono mai. Neanche tu lo sai come potresti reagire in una situazione nuova e nessuno saprà giudicarti mai in nessun tempo.””tratto dal romanzo “Un vuoto da decidere”. Scelgo ciò che sono per sfuggire a me stesso, per essere semplice spettatore della vita o aprirmi al mondo, capirlo e fare delle scelte importanti per il mio bene e quello della collettività? Una cosa è certa faccio parte del grande cerchio della vita, ho la consapevolezza di essere mortale e mi assumo delle responsabilità pur avendo gli stessi bisogni degli animali. Ho libertà di scegliere ma la libertà “buona” non ha confini, la libertà “cattiva” sì perché ci rende schiavi delle nostre paure. Jimenez nasce a MGUER, Andalusia, nel 1881. Nel 1956 viene insignito del premio Nobel per la letteratura. Esiliato dalla Spagna da generale Franco, allo scoppio della guerra civile, visse a lungo negli Stati Uniti, a Cuba e a Puerto Rico. Le principali raccolte delle sue poesie sono: anima di violetta, Arie tristi, Giardini lontani. Dimenticanze. L’opera più nota è forse Platero e io, tutte scritte dal 1900 al 1917. Muore a San Juan de Puerto Rico nel 1958. Il romanticismo domina la prima parte della poesia di Jiménez. In Arias tristes vi è una immagine di grande dolcezza e di mesta elegia che si farà sentire in tutto il primo Jiménez. In Arias tristes il poeta elabora un lessico ristretto che costituisce un paradigma di simboli intorno alle immagini della notte, della luna, del giardino.,La comunione con la natura si fa sentire nella percezione magica di un tempo che non ha tempo, di uno spazio lontano, quello del villaggio e quindi quello di una infanzia salvatrice. Nei suoi paesaggi risuonano le cadenze della poesia di Verlaine con il ritmo di una solitudine crepuscolare. Ma in Eternidades il poeta esordisce dichiarando il proprio disaccordo con tutta la sua precedente poesia troppo soffocata dalle immagini. In Eternidades e nelle raccolte successive, Piedra y cielo, Poesia e Bellezza, la parola acquisisce maggiore arricchimento e diventa sempre più profonda nel significato per la conoscenza delle cose designate al di là della loro apparenza. Il punto di arrivo della ricerca di Jimenèz si trova in La estacìon total. Ora, anche la morte, come fine del tempo, acquista un senso positivo e il poeta impara il linguaggio dell'universo nelle manifestazioni della natura accettando così l'ascendenza platonica e romantica. La poesia di Jiménez segue un percorso ben preciso che va dal simbolismo ai miti della perfezione formale passando dalla musicalità esteriore ad una musica sottile che nasce dall'interno. Vladimir Weidlé definisce la poesia di Jimènez "Mistero in piena luce" e la definizione è perfetta per disegnare i contorni di una poesia tesa tra intelligenza e passione, tra estasi e domanda, tra natura e spirito. Una poesia che ha il valore di simbolo nel paesaggio così diverso della lirica novecentesca, la lirica di un solitario, instancabile ricercatore di emozioni.

sabato 15 settembre 2007

FILO-SOPHINI si nasce: Poesia "Solleviamoci, è ora"

FILO-SOPHINI si nasce: Poesia "I giovani sono i giovani"

I GIOVANI SONO GIOVANI

I giovani sono belli. Tu li ami, Gesù.I giovani sono ribelli. Tu li ami.A giovani sono strani. Tu li ami.E giovani si perdono. Tu li vai a cercare.I giovani se ne vanno lontano. Tu li aspetti.I giovani amano. Tu vivi nel loro amore.I giovani sono confusi nell'amore. Tu hai compassione.I giovani sparano cavolate. Tu dici... "cresceranno".I giovani hanno immense potenzialità. Tu ne favorisci lo sviluppo.I giovani sono infantili. Tu non li condanni.I giovani hanno dentro ogni vocazione. Tu li chiami.I giovani ti offendono. Tu li perdoni.I giovani hanno le ali. Tu gli offri l'azzurro dell'immenso cielo.I giovani ti abbandonano. Tu vai a morire da solo.I giovani si drogano, bevono, fanno sesso.
Tu pazienti e proponi una vita esigente.I giovani fanno compromessi. Tu li inviti alla radícalìtà.I giovani sono provocatori. Tu mantieni la calma.I giovani vanno fuori di testa. Tu mantieni l'equilibrio.I giovani sono menefreghisti. Tu ti interessi di loro.I giovani sono entusiasti. Tu apri loro le vie dell'universo.I giovani perdono tempo. Tu li apri all'eterno senza tempo.I giovani fanno peccati. E tu non scagli la pietra.I giovani sono gioia. Tu la moltiplichi nel loro cuore.I giovani cantano, ballano, sono musica. Tu sei la loro danza.I giovani sbagliano. Tu li capisci.I giovani sono GIOVANI. Tu sei il loro Dio Giovane.I giovani: Tu fissi il tuo sguardo d'amore su ogni generazione e Li ami.E io, Signore? E noi...?
Don Giosy Cento

“SIGNORE, HO IL TEMPO"Michel Quoist





Una vita segnata da un forte senso di ricerca interiore, dalla genuinità della sua fede e da una continua attenzione all’uomo e alla sua storia.

«Sono uscito, Signore, fuori la gente usciva. Camminavano e correvano tutti. Correvano per non perdere tempo, correvano dietro al tempo, per riprendere il tempo, per guadagnare tempo! "Arrivederci, signore, scusi, non ho il tempo. Ripasserò, non posso attendere, non ho il tempo. Termino questa lettera perché non ho il tempo. Avrei voluto aiutarla, ma non ho il tempo. Non posso accettare, per mancanza di tempo. Non posso riflettere, leggere, sono sovraccarico, non ho il tempo". Vorrei pregare, ma non ho il tempo…Tu, che sei fuori del tempo, sorridi, o Signore, nel vederci lottare con esso, e Tu sai quello che fai! Signore, ho tempo, ho tutto il tempo che Tu mi dai: gli anni della mia vita, le giornate dei miei anni, le ore delle mie giornate, sono tutti miei. A me spetta riempirli, serenamente, con calma per offrirTeli… Non Ti chiedo, oggi, o Signore, il tempo di fare questo e poi ancora quello; Ti chiedo la grazia di fare coscienziosamente nel tempo che Tu mi dai, quello che Tu vuoi che io faccia» M. QUOIST
Come scrisse egli stesso: «Per chiunque e in qualunque circostanza è sempre possibile incontrare Dio: basta anche dedicarGli “dieci minuti”». Il tempo purtroppo ci domina, è burocratizzato e capitalizzato. I superattivi, dominati dall’orario e dal rendimento; questi agitati, paurosi di non fare mai abbastanza e di non essere mai abbastanza importanti: in realtà essi non vivono! La smania del fare è uno dei più potenti fattori di distruzione della vita spirituale e della meditazione. Troppo spesso l'uomo moderno si trascina perchè non ha più la possibilità, o non la sa più trovare, di fermarsi. Poiché vi ha sempre rinunciato, egli non osa neppure più raccogliersi, perchè si troverebbe brutalmente messo di fronte a responsabilità che gli fanno paura. Correre gli dà l'impressione di vivere. In effetti egli si stordisce, fugge a se stesso e si condanna alla vita istintiva. Non è più uomo! Ha ridotto lo spazio per un ascolto autentico e non ha più nostalgia e rimorsi. Come bloccare questa febbre della vita moderna? Come vivere? Accettare di fermarsi è il primo atto che potrà permettergli di restituirsi a se stesso. Vivere in uno stato di consapevolezza abitando il presente per acuire il proprio sentire, verbo dell’attenzione cosciente, ed essere al centro dell’agire. Imparare a prendere il tempo necessario in un rapporto di amicizia con le cose che ci circondano, proprio come Robinson Crusoe nella sua solitaria permanenza sull’isola, “fuori dal tempo”; educarsi alla calma e al giusto distacco, incontrare il proprio corpo e ascoltare gli altri che hanno bisogno di essere amati quando nessuno si accorge più della loro solitudine. Chi non sa vivere il minuto, perde l’ora, il giorno, la vita. Se si ha paura di fermarsi, è perchè si ha paura di incontrarsi, forse perchè non si è più in intimità con se stessi, temendo i propri rimproveri e le proprie esigenze. L’uomo non può colmare il vuoto cercando il chiasso, un giornale, una conversazione, una presenza... Non può attendere che Dio lo fermi per prendere coscienza che esiste. Sarebbe troppo tardi e non ne sarebbe più degno. (Michel Quoist nasce a Le Havre nel 1921. Dopo essere stato dirigente della JOC (Jeunesse Ouvriere Chrétienne), entra in un seminario per vocazioni adulte. Ordinato prete, si laurea in Scienze Sociali. Dopo quattro anni di vicariato in una parrocchia popolare di Le Havre, è incaricato come direttore spirituale di diversi movimenti giovanili della sua diocesi e nominato segretario generale del Comitato Episcopale Francese per l’America Latina.
Articolo pubblicato su Settimana di Calabria


da Sina Mazzei

venerdì 14 settembre 2007

Poesia "Solleviamoci, è ora"



( dedicato alla Calabria)


Noi siamo quelli
che se ne vanno
pieni di vento
e di sole
in deserti affollati
di illusioni
e non tornano più
abbagliati
da spaccati di vita.
Riflessi di affetti
profondi.

Siamo pensieri
di fresca rugiada
posata sulla notte
che non conoscono
nuvole.

Siamo quelli
sospesi
tra sogno e realtà,
confine sottile
tracciato
dai meandri dei desideri.

Siamo
splendide bugie
di una terra
che fatica ad alzarsi
sui marciapiedi
della vita.

Siamo polvere
di un tempo
inesorabile
che ci riporta
tra le caverne opache
dei ricordi.

Siamo l’urlo
degli amici perduti
e non ancora tornati,
che raccoglie
quei sogni lanciati
su nuvole rosa
gonfie di cuore
nel cielo sospeso
della gioventù.

Siamo
parole mai dette
intrappolate
tra i rami
dai contorni scheggiati
di un inverno
che fatica
nel risveglio.

Siamo,
anche
vita che scoppia
nei focolai spenti
delle case
ad accendere
il giorno che nasce
a dispetto di tutto.

Preghiere strappate
ai silenzi
concessi da un Dio
che non ama
piangersi addosso.

Siamo
l’andata e il ritorno
di noi stessi.

Solleviamoci.
E’ ora.

autrici Sina Mazzei















mercoledì 12 settembre 2007

LA STORIA DEI FILOSOFI ANTICHI SPIEGATA AI RAGAZZI

Da Nicola e Saul Celora

NICOLA CELORA, bergamasco, vive con la moglie e sei figli in Brianza. Si è laureato all'Università Cattolica di Milano dove ha avuto come maestri Giovanni Reale, Adriano Bausola e Alessandro Ghisalberti. Dal 1990 si dedica all'attività di insegnamento e formazione in vari contesti. Attualmente insegna filosofia e storia presso il Collegio della Guastalla di Monza. A fianco alle sue attività di docenza ha maturato esperienze nel campo socio-assistenziale in area minori.




Chi sono i filosofi?Hanno inventato fiabe? Alcuni sì ma non sono favole abitate da orchi e animali parlanti ma dalle cose che vediamo intorno a noi. I filosofi hanno la capacità straordinaria di conservare anche da grandi la stessa curiosità dei bambini. E così tutte le storie sono nate dal desiderio di spiegare la ragione delle cose. Filosofo significa “amico del sapere” I filosofi infatti amano le ragioni che stanno dietro le cose per diventare sapienti. I filosofi sono bambini mai cresciuti. Perché c’è il mondo? Perché le cose si muovono… ecc? Il mondo è un pacco regalo il più grande che abbiamo ricevuto e dobbiamo scoprirlo ogni giorno di più.
TALETE fu il primo filosofo della storia. Veniva da Mileto in Grecia. Era un marinaio e viaggiava molto con la barca di suo padre ma un giorno di tempesta cadde in mare. Si accorse che l’acqua era molto più abbondante di quanto gli sembrasse dalla barca:il mare era immenso. La stessa estate venne una grande siccità che rischiò di far morire animali e piante. Solo dopo la pioggia il villaggio si risollevò. Da queste due esperienze il filosofo capì che l’acqua era il principio di tutte le cose. E naturalmente parlò a tutti di questa sua scoperta come di una cosa divina. Molta gente lo ascoltava e si rese conto che era bello domandarsi il perché delle cose.
ANASSIMANDRO fu il suo primo discepolo, era anch’egli un marinaio ma guardando il mare gli pareva che Talete avesse dimenticato qualcosa. “Il mare è grande ma non basta a fare il mondo” si disse e cominciò a viaggiare finché divenne vecchio per scoprire il segreto vero della natura. Finché un giorno tornò convinto del fatto che l’acqua non poteva essere il principio di tutte le cose ma doveva essere privo di una sua forma in modo da poter assumere tutte le forme delle cose di cui è fatto il mondo e ANASSIMENE un suo amico intuì che se tutte le cose respirano il principio non poteva che essere l’aria.

lunedì 10 settembre 2007

“DIMMELO MOLTO DOLCEMENTE”




racconto metaforico di Carlo Valles



Un ruscello, scorrendo
dalla sua sorgente
in mezzo a montagne lontane,
passando per ogni tipo
e conformazione di terreno,
giunse alla fine
alle sabbie del deserto.
Come aveva attraversato
ogni altra barriera
così il ruscello cercò
di attraversare anche questa
ma scoprì che,
non appena scorreva sulla sabbia,
le sue acque scomparivano.

Era però convinto
che il suo destino fosse
attraversare il deserto,
ma non c’era modo.
Poi una voce misteriosa,
proveniente dal deserto stesso,
sussurrò:
“Il vento attraversa il deserto
e così può fare il ruscello”.

Il ruscello obiettò che lui andava
a sbattere contro la sabbia
E veniva assorbito;
il vento invece sapeva volare:
ecco perché poteva
attraversare il deserto.

“Precipitandoti come fai di solito
Non lo puoi attraversare.
o scomparirai
o diventerai una palude.
Devi permettere al vento
di trasportarti a destinazione”.

“Ma com’è possibile?”
“Permettendo al vento
di assorbirti”.

L’idea appariva
inaccettabile al ruscello.
Dopo tutto,
non era mai stato assorbito prima.
Non voleva perdere
la propria individualità.
E, una volta che l’avesse perduta,
come poteva sapere
se l’avrebbe mai recuperata?
“Il vento”disse la sabbia
“svolge la sua funzione.
Solleva l’acqua,
la trasporta otre il deserto
e la fa cadere di nuovo.
Cadendo sotto forma di pioggia,
l’acqua torna a essere un fiume”.

“Come posso sapere
Che quello che dici è vero?”
“E’ così e, se non ci credi,
non potrai diventare altro
che un pantano
e persino così
ti ci potrebbero volere molti,
molti anni;
e di certo non è la stessa cosa
di un ruscello”.

“ Ma non posso rimanere
lo stesso ruscello
Che sono oggi?”
“ Non puoi in nessun caso”
disse il sussurro.
“La tua parte essenziale
è portata via
e forma di nuovo un corso d’acqua.
Ti chiami così anche oggi
perché non sai
quale parte di te è quella essenziale”.

Nell’udire queste parole,
echi lontani iniziarono a risvegliarsi
nei pensieri del ruscello.
Vagamente ricordò uno stato
in cui -o una parte di lui-
era tenuto in braccio dal vento.
Ricordò anche – o no?-
che questa era la vera cosa da fare,
anche se non necessariamente
la più ovvia.
E il ruscello sollevò
Il proprio vapore
Fino alle braccia accoglienti del vento,
che dolcemente e agevolmente
lo trasportò in alto e lontano
facendolo ricadere delicatamente
non appena raggiunse
la vetta di una montagna
distante molti, molti chilometri.

E poiché aveva avuto i suoi dubbi,
il ruscello fu in grado di ricordare
e registrare meglio nella sua mente
i particolari di quell’esperienza.
Rifletté :” Sì. Ora ho appreso
la mia vera identità”.
Il ruscello stava imparando.
Ma le sabbie sussurrarono:
“Noi lo sappiamo,
perché noi, le sabbie,
ci estendiamo dalla riva del fiume
fino alla montagna”.

Ecco perché si dice
che il modo in cui il corso della vita
continuerà il suo viaggio
è scritto nella sabbia.

Quando ci dicono che dobbiamo negare noi stessi, morire a noi stessi, rinunciare a tutto ciò che abbiamo e a tutto ciò che siamo, rinnegare il nostro Io come sacrificio ultimo e definitivo, è bene che ci parlino dolcemente e affettuosamente, perché non siamo preparati a questi discorsi e ci fanno male. Ci fa male negare noi stessi, abbandonare noi stessi, sminuirci, arrenderci. Ci fa male come fa male al fiume. Che sarà di me se mi libero del mio stesso Io? Che cosa sarà il fiume senza il suo letto, senza acqua, senza sponde? Chi mi assicura che rinascerò? Che cosa attende oltre il deserto? Ragionamenti e argomentazioni non riusciranno a convincermi: O potranno convincere la mia testa, ma non il mio cuore, i miei e la mia titubanza. Ma se, con tono gentile, una voce amica recita per me una poesia, mi propone una fiaba, mi racconta una parabola, ciò può aiutarmi con il tocco rassicurante di una profezia lungimirante. Il racconto della sabbia mi tocca con il fascino incisivo della semplicità. So ch’è vero. So che la sabbia ha ragione. E’ testimone della trasformazione delle acque, le ha viste sollevarsi e dissolversi in alto e poi ridiscendere in una pioggia gioiosa a formare un corso vivo che si getta nel mare. Ma il fiume non sa tutto. Vede solo le proprie acque calare di livello e ha paura. Tutto ciò che sa di se stesso è che la sua fine è vicina e il suo istinto di conservazione lo spinge a opporsi a quell’apparente distruzione. La sabbia capisce la sua paura perciò non si mette a discutere, non ha fretta, non s’inquieta. Parla lentamente affettuosamente, per infondere coraggio e fiducia e addolcisce la prova. E il fiume alla fine capisce, è pronto, si arrende. Diviene una nuvola e comincia a volare. So che per attraversare il deserto devo smettere di essere un fiume.. ma dimmelo molto dolcemente perché ho paura di volare.
Commento di Carlo Valles.
***

Cresciamo sotto l’influenza dei fattori esterni che condizionano il nostro agire, il nostro modo di sentire la vita ed arriviamo ad assorbire parte di ognuno con cui ci relazioniamo per integrarci nel gruppo nel bene e nel male, per farci così accettare ed amare ma con la paura di essere esclusi, a volte finiamo per farci condizionare anche negativamente, finchè non incontriamo qualcuno che ci apre gli occhi e ci fa conoscere mondi diversi, nuovi orizzonti di vita, qualcuno che ci spinge a cambiare, a rinnovarci, a vedere le cose con occhi diversi per aiutarci a disimparare tutte le negatività e i condizionamenti che ci bloccano nel raggiungimento della nostra libertà interiore. All’inizio sentiamo che non possiamo farcela a cambiare perché noi siamo noi e non gli altri e troviamo scuse per restare nelle nostre convinzioni che ci danno sicurezza, in una sorta di pigrizia esistenziale che ci àncora nel guscio che ci siamo costruiti. Se non impariamo a riflettere a fondo diventeremo di certo palude stagnante delle nostre abitudini ma se apriamo le porte del cuore al nuovo e impariamo a leggere e ad ascoltare tutto ciò che ci viene proposto dall’esterno potremo veramente convincerci per un cambiamento positivo, disimparando pian piano le vecchie abitudini. Il cambiamento ci fa paura perché sembra che perdiamo la nostra individualità, le nostra unicità, brancoliamo come un bimbo ai suoi primi passi con il rischio di perdere le nostre vecchie sicurezze e non poterle più recuperare, anche se non ci facevano crescere dentro, verso una socialità più aperta e matura. Il vento che nella fiaba rappresenta la saggezza, ci trasporta oltre il deserto, oltre l’aridità, oltre il ghetto delle indecisioni e ci trasforma in luce verso l’alto. Divenuti luce, riusciamo a vedere cose che prima nell’ombra non ci erano chiare, e non vogliamo più tornare indietro se non per aiutare gli altri a cambiare, ad uscire dalla grettezza e a spalancare il cuore al bene della comunità. Il segreto sta nella fiducia che si instaura nel tempo con pazienza, perché il potere della conoscenza e dell’intelligenza fa sì che la trasformazione avvenga con dolcezza in quanto capisce che la paura ci chiude in noi stessi, e ci fa capire l’essenziale di noi ch’è meglio conservare e ciò ch’ è meglio cambiare : cioè il discernimento tra il bene e il male che sta alla base del nostro vivere comune. Nella riflessione profonda arriva l’illuminazione di noi e apprendiamo la nostra vera identità grazie alla “sabbia” dunque. Chi sta già oltre la siepe perché ha già avuto la sua illuminazione può guidare chi non l’ha oltrepassata. La superficialità della vita è la ragion d’essere degli stolti.
Commento di Sina Mazzei


giovedì 6 settembre 2007

Parole come.....Gabriele D’Annunzio

"Le mie parole
sono profonde
come le radici terrene,
altre serene
come i firmamenti,
nette come i cristalli
del monte,
tremule come le fronde
del pioppo,
tumide come le narici
dei cavalli
al galoppo,
pieghevoli come i salici
dello stagno,
tenui come i teli
che fra due steli tesse il ragno. "
G. D’Annunzio



Il poeta per farci comprendere meglio come sono le s
ue parole, le ha paragonate a delle cose che si possono vedere molto chiaramente intorno a noi. Ha usato cioè delle figure retoriche quali la similitudine e il parallelismo. Le parole come mezzo di sospensione, attenzione e comunicazione soprattutto. Ascoltare è il segreto per comunicare, sia quando si tratta di persone, sia quando si tratta di dialogare con la natura. L'attenzione è sulle piccole cose, sull'ambiente più prossimo: le radici, gli alberi le ragnatele, le stelle, tutti elementi che tocchiamo con lo sguardo ogni giorno proprio come le parole che usiamo costantemente e che ci coinvolgono nella quotidianità. Parole che possiamo scegliere, che ci liberano come i cavalli al galoppo o che ci ingabbiano come i fili di una ragnatela, parole che stanno sul confine dell’indecisione: hanno timore di essere pronunciate, non sanno se fanno male quindi è meglio tacere o salvano, quindi è meglio che il problema si affronti una volta per tutte. Scelgono di tremare come le fronde sotto il vento dell’ipocrisia o della verità ma non si risolvono restando impigliate in mezzo ai teli delle due ragnatele evanescenti e fragili: tutte le cose indecise durano quanto il tempo della rugiada sotto il sole del mattino; fresca rugiada, una freschezza che porti un rinnovamento, ma anche l’antica ciclicità della natura. Le parole possono dar luogo a gravi equivoci specie se non si è a conoscenza della loro convenzionalità. Con d’Annunzio il confine tra natura e uomo si assottiglia: le parole sembrano radici che scendono in profondità, penetrano nelle viscere dell’amore, della pace e della fratellanza, abbattono barriere, sollevano ponti e cancellano confini, camminano sempre più giù, diventano fondamenta solide per case sulla roccia, scavano montagne e si inabissano nei mari portando luce a remote esistenze. Le parole sembrano stelle che cantano melodie serene vicino al talamo della vita, che portano gioia a chi è oppresso dalla fatica di vivere e non ascolta che canti stonati, che calmano perché sanno dare fiducia valorizzando le idee altrui, che avvicinano senza trattenere e lasciano andare senza allontanare, parole pieghevoli come i salici che si adattano senza assalire, che umilmente si accostano al silenzio di chi di quella voce ha fatto la sua vita, che asciugano il pianto di chi è piegato sull’acqua dello stagno e lo aiutano a non rimanere per sempre in quelle acque brulicanti sì di splendide libellule alate, ma pur sempre acque sporche. Parole pulite come cristalli lucidi, bianchi, che brillano alla luce e riflettono nuova vita futura sulle vette che toccano il cielo, non si mimetizzano dietro idee false e perbeniste per paura di essere giudicate ma spiccano in saggezza ed eternità. Sono parole duttili che si piegano al suono e alla veemenza degli elementi. Ecco il punto. Costruire una parola che pur “tenue”, sappia tessere, come un ragno, una geometrica tela di versi e suoni. Oggi trascuriamo la forza delle parole, ma non dobbiamo dimenticare che a volte paghiamo a caro prezzo le conseguenze di un loro sproporzionato o inadeguato uso. Non dobbiamo mai dimenticare che tutti noi siamo “ portatori sani “ di parole malate, che orientano impercettibilmente tutto il nostro vivere, motivano le nostre scelte, ci fanno prendere determinate posizioni rispetto a cosa sia bene e a cosa sia male, a cosa sia importante ed a cosa sia irrilevante. La "radice del pensiero è il cuore. Nel libro dei Proverbi troviamo: "Custodisci il tuo cuore con ogni cura poiché da esso sgorga la vita". Jovanotti canta così: “Quello che io penso come albero parlante è che la vita sia questione di radici, più sono profonde più ti puoi portar lontano incontrando gente, conquistando amici, perché io ho scoperto che le mie radici in fondo sono lì per procurarmi le risorse …” Dio creò tutto con la Parola e la Parola è davar. Nel momento in cui dice, la Parola diviene.”Sia luce” e luce fu. La Parola di Dio ha in sé lo spirito di vita, dunque il soffio di Dio su di noi, nel momento in cui ci creò, è la sua Parola nell’uomo, saggezza che salva e le parole tornano nel mistero del Suo silenzio.
Articolo pubblicato da Sina Mazzei su "Settimana di Calabria"

domenica 2 settembre 2007

FILOSOFIA NELL’ARTE" IL GRIDO" MUNCH




“Una sera passeggiavo per un sentiero. Da una parte stava la città e sotto di me il fiordo. Ero stanco e malato. Mi fermai e guardai al di là del fiordo. Il sole stava tramontando. Le nuvole erano tinte di rosso sangue. Mi appoggiai stanco morto a un recinto sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco; i miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando”.

Il grido198384x67 cmMunch Museet, Oslo.
Così scriveva Edvard Munch nel 1892, raccontando nel suo diario, con uno spunto decisamente autobiografico, una sofferta esperienza privata, egli stesso dicendo :'Dipingo non quello che vedo ma quello che ho visto'.
Munch, norvegese, con un vissuto personale di particolare tragicità (dirà:"Le malattie, la pazzia e la morte furono gli angeli neri che vegliarono sopra la mia culla e mi accompagnarono fin dall'infanzia") dà l'avvio a quella poetica dell'angoscia che percorre tutta l'arte di quel paese in quel periodo, da lui espressa in un linguaggio spesso affannosamente ansioso tanto da risultare incompleto e per certi versi impenetrabile all'analisi dei critici contemporanei, anche se Christian Krohg, pittore naturalista amico e sostenitore di Munch dice delle sue opere : "Oh, si! Sono complete. Uscite dalla sua mano. L'arte è completa quando l' artista ha detto tutto quello che doveva dire veramente; e questo è il vantaggio che Munch ha su generazioni di pittori, ha l' abilità unica di mostrarci cosa ha provato e cosa lo tormentava, facendo sembrare tutto il resto senza importanza."Il quadro presentato, il più celebre di Munch ed uno dei più drammatici di tutta l'arte moderna, di chiara lettura figurativa seppure assolutamente antinaturalistico, si presta ad una interpretazione psicologica che coincide con il contenuto rappresentato, un uomo fisicamente stravolto nelle sembianze da un terrore cieco che lo sconvolge interiormente, ed esprime, attraverso chiari riferimenti simbolici, la solitudine individuale (la figura isolata in primo piano), la difficoltà di vivere e la paura del futuro (il ponte da attraversare), la vanità e la superficialità dei rapporti umani (le due figure sullo sfondo, amici incuranti che continuano a camminare), dilatando l'esperienza individuale fino a compenetrarla nel dramma collettivo dell'umanità e cosmico della natura. Con quel grido Munch vuol dare voce alla disperazione del suo animo e del suo tempo, raffigurando con gelida spietatezza la condizione esistenziale del '900 in uno stile pittorico crudo e inquietante. La rappresentazione pone in primo piano l’uomo che urla, l'artista stesso, un corpo lontano da ogni naturalismo, con la testa completamente calva come un teschio, gli occhi-orbite dallo sguardo allucinato e terrorizzato, il naso appena accennato nelle narici, la cavità della bocca aperta, vero centro compositivo dell'opera, dalla quale si dipartono le onde sonore del grido, una serie di pennellate sinuose che innestano in tutto il quadro un movimento concentrico, come cerchi nell'acqua, che contagia la natura circostante, il paesaggio, il cielo, trascinandoli in un gorgo di irresistibile potenza dove tutto si annichilisce. La spinta dinamica del movimento ad onda domina l'insieme, incombendo sulla figura, sulla natura, definendo con tratti concitati la tipica deformazione espressionista che, premendo sulla forma, vuol farne sgorgare e liberare l'angoscia interiore, fecendola esplodere con un grido liberatorio. La figura in primo piano è tagliata in diagonale dalla linea del parapetto del ponte, di scorcio sulla sinistra, sul quale si allontanano le figure di sfondo, mentre sulla destra è raffigurato un paesaggio irreale e desolato, un gorgo d'acqua sopra il quale un cielo innaturalmente striato di rosso riprende lo stesso andamento ondulato. In antitesi con la contemporanea corrente impressionista, di lirico naturalismo e gioioso cromatismo, l'opera di Munch, al contrario, non si proietta verso il mondo esterno, verso la natura, ma si rivolge all'inconscio, ripiegandosi su un'interiorità della quale scopre tutta la incontrollabile violenza emotiva. Nella rappresentazione che Munch fa della scena non c’è alcun elemento che induca a credere alla funzione liberatoria e consolatoria dell'urlo, che resta solo un grido muto, inavvertito dagli altri, dolore pietrificato che vorrebbe uscire dal profondo dell'animo, senza mai riuscirci. I temi dominanti, il dolore, la sofferenza di vivere, l'angoscia di guardarsi dentro, la disperazione dell'uomo e della natura, sono aspetti che definiranno da lì a poco la poetica dell'Espressionismo tedesco ed austriaco ed anticipano anche ciò che essi mutueranno dal Simbolismo. Infatti Munch, che con questo quadro ottenne subito uno straordinario successo di pubblico, consacrando Munch vero fondatore di tutte le correnti di ispirazione espressionista che, a partire dalle avanguardie storiche di inizio secolo, hanno attraversato l'arte moderna fino ai nostri giorni. Il grido è l'urlo originario, primordiale, antico come l'uomo, che esprime un complesso inestricabile di sentimenti, di paure, o, meglio, di smarrimento, di angoscia. E' angoscia esistenziale, paragonabile solo alla vertigine che si prova guardando dall'alto nella profondità, simile a quella dell'uomo che guarda non fuori, ma nell'abisso di se stesso. Il dramma, seppure indicato dal titolo, non si esaurisce in esso. Nasce piuttosto dalla prospettiva, tesa e obliqua, che dà al ponte una lunghezza allucinante; nasce dagli urti cromatici; nasce dall'ondeggiare delle linee curve che, partendo dalla forma della testa e dalla posizione di mani e braccia dell'uomo, si propagano intorno, come ondate, all'acqua, alla terra, al cielo, con andamenti non concentrici (e quindi coordinati e razionali), ma eccentrici, in contrapposizione di concavità e convessità, quasi un'amplificazione e rifrazione pluridirezionale sonora dell'urto, così che questo, superando la dimensione del singolo individuo, diventa grido universale:"ho sentito questo grande grido venire da tutta la natura" dice Munch. Munch realizzò più versioni di quest’opera, anche in litografia. La figura in primo piano è formata sul modello di un ectoplasma, l’apparizione fantasmatica che, a sentire gli spiritisti, si forma durante le sedute. Il corpo è definito da curve che si stagliano contro le rette del ponte e, nella testa chiara, contro il paesaggio cupo. È un corpo "mentale", ondulato e fluttuante nell’aria, di identità sessuale vaga, proprio come appare la figura nel quadro. Le braccia raccolte, gli avambracci sollevati, la mani intorno al volto ridotto a un teschio scarnito con i buchi chiari o scuri di occhi, narici e cavità orale ribadiscono il carattere angoscioso della persona. Tutta la figura è mossa dal basso e dalle mani verso la bocca da cui esce il grido, verso l’orrore espresso dagli occhi spalancati. Nella zona di questi colori il movimento delle linee curve ha l’andamento di una tempesta marina, di un enorme maroso incavato a sinistra dello specchio d’acqua, che si alza, si rovescia e si abbatte sulla destra con la forza di un grido.
Di quest' opera Munch disse :"Solo un folle poteva dipingerlo"Al museo di Oslo dove era esposto, hanno rubato "il grido" di Munch (1863-1944), l'opera più famosa del pittore norvegese che, con la preveggenza di cui godono i folli, di cui qualche dio agita la mente, aveva anticipato in quel grido tutta l'angoscia del Novecento, un secolo che ha raggiunto una distruttività che, nelle sue proporzioni, nessun altro secolo ha mai conosciuto. Il grido" di Munch non è solo profetico del terrore del secolo scorso, quando Dio era già scomparso dalla scena come annunciato da Nietzsche, ma riprende l'atto di nascita della comunità umana, che non sorge intorno al fuoco, divenuto poi focolare domestico come piace all'immaginazione psicoanalitica, ma intorno al grido che aduna gli uomini, atterriti da tutto ciò che è imprevedibile. Grido di dolore, grido di terrore, grido di morte.
Pittore ed incisore norvegese nato nel 1863 a Löyten (una località a nord di Oslo) da una famiglia che annoverava alcuni significativi esponenti della cultura norvegese, Edvard Munch trascorse un'infanzia contrassegnata da una serie di vicende dolorose (tra le quali la malattia e la morte della madre e successivamente della sorella) che certamente segnarono la sua già complessa personalità. Frequentò la Scuola d'Arti e Mestieri di Oslo, dove studiò con M.C.Krohg. Nel 1885 compì un primo soggiorno a Parigi, dove ritornò nel 1889 (scoprendovi Gauguin, ma anche i pittori Nabis, poi Seurat e Van Gogh) e nel 1896. Il periodo più importante dell'attività di Munch è compreso nel decennio 1892-1902, nel corso del quale l'artista definì e rivelò, attraverso una serie di capolavori, la sua ricerca poetica e le qualità del suo linguaggio pittorico, che affonda le radici nel clima secessionistico del tempo e si arricchisce degli apporti del simbolismo in un'interpretazione di intensa drammaticità, secondo i modi che divennero propri dell'espressionismo tedesco. L'amore, la morte e più tardi la vita sono i temi pressanti di tutta la sua pittura. Nel 1895 iniziò l'attività grafica conclusa nel 1926, contrassegnata da innovazioni tecniche di assoluta importanza a cui corrispondono sorprendenti metamorfosi di contenuto. Dopo il soggiorno a Berlino (dove fu soggetto ad una grave depressione nervosa ) tornò in Francia dove fece scuola la sua innovativa tecnica di incisione del legno (1901 - 1902). Nel 1911 si stabilì definitivamente in Norvegia dove morì nel 1944.
L'arte di Munch
Munch si spostò frequentemente da Oslo a Parigi e a Berlino, essendo la sua sensibilità e il suo gusto non limitati alle esperienze nazionali. Di questo suo contatto con le esperienze degli artisti europei a lui contemporanei esistono diverse testimonianze riscontrabili nelle sue opere. Nei dipinti di Munch i segni offrono descrizioni esatte, drammaticamente crude, della realtà. Inoltre, il dramma psichico che caratterizza i suoi personaggi non è solo dramma individuale, ma è anche l'incarnazione di un «sentire» cosmico del dolore. Ossessionato dalle problematiche della vita e della morte, influenzato (non è un mistero e lui stesso non lo negava) dal filosofo Nietzche e dallo scrittore Strindberg, Munch è autore di livida forza espressiva, che trova nella plastica e drammatica evidenza di un cromatismo quanto mai intenso e sgargiante il miglior veicolo per affermare la sua visione sostanzialmente pessimistica della società e del mondo a lui contemporanei.
"Il vuoto può entrare nella tua vita facendoti sentire un alieno tra la gente, in cerca di uno scopo.
E’ una realtà egoista, fragile, possessiva, padrona e schiava.
Stai lì, nell'attesa di un qualcosa che possa riempirti le membra stanche, ti aggiri per casa, ti affacci alla finestra, il respiro si fa affannoso e non ti solleva da terra. Ti senti vulnerabile come ciuffi di nuvole, con la voglia di disperderti nel foglio azzurro del cielo senza lasciarne nemmeno la scia.
Una catena di sentimenti opachi ti stringe nella sua morsa e ne rimani avvinta fino ad esaurire tutte le tue risorse.
La disperazione, la tristezza, la rabbia, la frustrazione, diventano ombre di una ragione intrappolata nella paura.
Cadi nel silenzio della notte dell’anima e ti aggrappi, nel buio, alla presenza di qualcosa che prenda corpo e che ti tenga a galla ma ogni tentativo muore in quel caos interiore. Tutto diventa scollato dentro di te e si perde naufrago in quel deserto come granelli di polvere nel vento. L’anima sembra non trovare più nessun collegamento con il cuore e appare debole e malata, senza sapere dove attingere l’acqua per la sua crescita.
Il vuoto è vecchio come il mondo e si ripete nella sua ridondanza, ogni giorno, racchiuso tra le virgolette dell’infinito; è un muro di pietra: tutto ciò che vi sbatte prova un dolore eterno; è una voce che ti urla dentro, ti tappa le orecchie per non farti sentire e, quando sei già diventato sordo, le sue grida le vedi solo tu.
Giace in vari strati di profondità e tu puoi riempirlo facilmente solo se ti scopri in superficie. Se il vuoto si è abbassato ad un livello medio, i tuoi pensieri vanno rivestiti di maggior sostanza per riallacciarti alla realtà di sempre ma se ti ritrovi confinato nel suo strato più basso, dove non c’è fondo, sei nella voragine più nera dell’anima. E ne hai messo di tempo per capirlo! Lì dentro, hai tutto il tempo che vuoi per riflettere su te stesso e, da gran gentiluomo, ti lascia muovere senza meta, né regole, come un aquilone che fatica a decollare in alto.
Il vuoto ti mette il cuore in subbuglio come bollicine d’acqua sbattuta.
Nel silenzio del deserto, la prima realtà che incontra il tuo io, è un sovraccarico di distrazioni, di fretta, d'ansie, d’incoerenza, d’infedeltà continue, d’impulsività e d’attesa poi di rancori e di rimpianti perché sai, con tutto te stesso, che quello non sei tu, né ciò che di più al mondo non vorresti essere: il vuoto, ti ruba la tua vera identità in quel disordine interiore.
E piangi, quanto piangi nei cunicoli scuri delle sue radici profonde!
Nei cuori persi nel vuoto non si fa giorno mai!
Unico strato vincente in quel fondo scuro, sembra quello fondato sulle giustificazioni subdole che dai a te stesso per salire alla luce. Il vuoto è più grande di te e t'immerge in una profonda avventura da cui risali solo se sei capace di riempire il suo spazio ma nessuna tristezza deve adombrare le ragioni dell’amore così come la sofferenza non impedirà mai certe gioie di fondo e, la stessa, dovrebbe portare un solo nome: condivisione.
Non ci sono giustificazioni di sorta nel non amore eppure alcuni sono convinti che il mondo debba girare intorno a loro e che tutto debba essere al loro servizio. Il vuoto può distruggere la tua condivisione ma ha bisogno anche di quella perché tu possa salvarti."
tratto dal romanzo " Un vuoto da decidere" Scritto da Sina Mazzei
Probabilmente non esiste quadro più distante dal cattolicesimo che questo. Per il cattolicesimo la natura creata da Dio va amata, per Munch la natura e l'immensità del mondo creano solo angoscia..o meglio un sentimento sublime di terrore e di fascino insieme. L'uomo si ritrova solo e urla. Urla e non si rassegna. Urla forse perchè vorrebbe farsi lui stesso creatore di un mondo migliore. Eppure urla fors'anche perchè tutta quella bellezza lo spaventa, lo fa vittima. Quell'immenso lo fa sentire altrettanto immensamente piccolo. E scopre tutto il suo vuoto abissale. Si rende conto di non essere Dio. O forse che Dio stesso non può esistere: se l'uomo è fatto a sua immagine e somiglianza, non dovrebbe sentirsi cosi impotente e piccolo. Dovrebbe dominare la natura e non esserne vinto.





venerdì 31 agosto 2007

LA MORTE E IL DOTTORE

“C’era una volta un pover’uomo che cercava un padrino per suo figlio. Passò un tipo malconcio. “ chi sei?” domandò l’uomo. “ Sono la Morte che rende tutti uguali”. L’uomo si rallegrò: “ Tu sei giusta, prendi il ricco come il povero senza distinzioni, devi fare da padrino al battesimo del mio ragazzo”. La Morte fu d’accordo. Quando il ragazzo fu cresciuto, la Morte lo condusse nel bosco e gli mostrò un’erba rara. “ Farò di te un medico famoso. Ogni volta che sarai chiamato al capezzale di un malato, sta’ attento a dove mi trovo. Se sarò a capo del letto, il male sarà curabile. Allora dà al malato un po’ di erba e guarirà. Se invece starò ai piedi del letto, non ci sarà niente da fare.” E in breve il giovane divenne davvero famoso grazie alle sue prognosi infallibili. Un giorno si ammalò la figlia del re e la morte si mise ai piedi ai piedi del letto. Allora il medico, senza esitare, girò il letto di 180 gradi e presto la bella principessa si sentì meglio. La Morte s’infuriò e trascinò il medico in una caverna sotterranea, in cui ardevano migliaia di candele. “ Vedi” disse “queste luci sono le vite degli esseri umani. Quelle grandi appartengono ai bambini, quelle medie alle persone nei loro anni migliori e quelle piccole ai vecchi.” Il medico domandò quale fosse la sua luce. La Morte indicò un minuscolo moccolo. Un istante dopo la fiamma si spense e il medico cadde a terra privo di vita.”

La morte in questa fiaba non è malvagia piuttosto malinconica. Il medico che disturba l’ordine divino deve saldare il suo debito perché ha perso la misura e non conosce i suoi limiti. Asclepio fu ucciso dal padre degli dei, Zeus, perché era andato oltre le proprie competenze riportando in vita i morti. Non c’era erba che tenesse contro il fulmine che lo punì. I greci lo veneravano, quando venivano guariti, con un sacrificio per ringraziarlo. Socrate prima di morire avvelenato dalla cicuta disse: “ Siamo debitori di un gallo ad Asclepio; pagaglielo mi raccomando” Queste sue ultime parole nascondono tutta una filosofia: la vita è esilio e malattia, la morte è ritorno a casa e liberazione, la vita esiste solo dopo la morte, nel regno delle idee, nel regno di Dio, dove si conosce l’amore puro. “ Il male più orribile, la morte, non ci riguarda” dice Epicuro in un’elegante disquisizione filosofica per tenere lontana da sé la morte, un atteggiamento che ricorda lo struzzo “ perché fino a che esistiamo non c’è, quando arriva non esistiamo più perciò non riguarda né vivi né morti perché i primi non li tocca e gli altri non esistono più. La massa rifugge la morte come il male brutto o la cerca come sollievo ai mali della vita. Il saggio invece non rifiuta la vita né teme il non-vivere” Egli riprende la
teoria degli atomi traendone conclusioni di tipo etico capaci di liberare l'uomo da alcune delle sue paure primordiali, come quella della morte. La morte invece va guardata in faccia perché è sempre presente in noi già prima della nascita. La morte non arriva sempre dall’esterno da sconfiggere come Terminator con una arma prodigiosa ma è il corpo stesso che si uccide servendosi di diverse malattie. La morte viene dall’interno e non fa differenze, non si lascia abbagliare da bellezza fisica o da ricchezza. La morte appare come il male per antonomasia da combattere fino all’ultimo sangue a volte, si lotta per un anelito di vita con tutti gli strumenti a disposizione ma quando si è vecchi morire è normale. Essa non è il peggiore di tutti i mali se si pensa a quanti la cercano come fonte di liberazione. Nel romanzo autobiografico“La morte di Ivan Il’ic” Tostoj descrive, il suo progressivo distaccarsi da tutto quello che é il mondo reale. La sua sofferenza lo costringe all'angolo, il che rende la morte un punto di vista privilegiato e unico sulla vita, uno «smascheramento» della vita alla luce della verità suprema che si accende al suo terminale. In realtà, la malattia sarà per Ivan Il'ic il preludio alla scoperta dei sentimenti, dell'umanità propria e altrui, trasforma quest'uomo qualunque in un essere sensibile e affettivo. Tolstoj arriva paradossalmente a suggerire che l'unico vero trionfo dello spirito sulla carne è la propria morte: la perdita definitiva della corporeità sarebbe la condizione indispensabile a "purificare" Ivan Il'ic. Pio XII, nel condannare l'accanimento terapeutico, trovava legittimo che il paziente fosse aiutato a soffrire il meno possibile e che per farlo si ricorresse a quanto offriva già ai suoi tempi la scienza medica. Non necessariamente la sofferenza è perdita di dignità, in quanto essa fa parte della vita, il diritto a "morire bene, serenamente, evitando cioè sofferenze inutili" è un diritto di tutti ammesso che si possa parlare di "diritto" a morire. La Chiesa, ha sempre messo al primo posto la dignità dell'uomo e si è quindi opposta, con forza, all'idea illuminista, cara ad alcune scuole di medicina, che l'uomo debba "tendere al prolungamento sempre maggiore della vita" in una sorta di "laica ricerca dell'immortalità" che spesso è l'anticamera e il giustificativo dell'accanimento terapeutico. Ovviamente - e lo sostiene il presidente del Comitato nazionale di bioetica, il professor Francesco D'Agostino - una cosa è somministrare antidolorifici che permettano una fine dignitosa, anche se questo dovesse significare, come conseguenza, ridurre i tempi di resistenza del malato, ben altro, invece, è tagliare in un sol colpo il legame con la vita dopo averlo attaccato ad una macchina. In tal caso si entra nel paludoso campo di ciò che è genericamente definito come eutanasia. E’ lecito, quando la morte procura gravi sofferenze, accelerare il processo artificialmente? Può una persona decidere di chiedere a qualcuno l'aiuto per morire dolcemente? Può un familiare prendersi la responsabilità di provocare la morte di un caro nel caso questi non abbia la facoltà di decidere? Le argomentazioni di tipo morale e religioso esprimono due diverse posizioni tra cattolici e laici che potrebbero così riassumersi: per un verso, la sacralità della vita umana impegna al suo rispetto totale anche nei suoi momenti terminali e più difficili; per altro verso, è diritto dell'uomo morire con dignità, non offrire lo spettacolo del suo disfarsi morale e fisico. Quello che il mondo cattolico contesta all'opinione laica è piuttosto la tendenza a scivolare da una visione laica a una visione produttivistica della vita e dell'uomo. Da parte sua il mondo laico vede nelle posizioni del mondo cattolico, il pericolo di passare dalla difesa della vita a una esaltazione del dolore in sé, come estrema testimonianza. Ma solo Dio può togliere la vita ad essere umano così come gliel’ha data e nessun essere umano ha diritto di farlo ad un altro essere umano, in sua vece perché siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio. La visione cristiana e il giuramento di Ippocrate costituiscono i capisaldi di chi sostiene l'inammissibilità dell'eutanasia. In tutta la letteratura medica, bioetica, giuridica, anche in ambito religioso, c'è una sostanziale concordanza sul dovere del medico di astenersi dal praticare interventi su pazienti in fase terminale volti a prolungare la vita, ma che non ne migliorino la qualità e ne accrescano la condizione di sofferenza però molti medici non rispettano questo principio perché esiste nella nostra epoca un'incapacità ad accettare il limite biologico ed esistenziale della vita umana, che fa particolarmente difficile il compito di rendere il più possibile serena la parte finale della vita. L'uomo riuscirà certo ad attraversare il fiume della morte che circonda il regno dell’Ade con più tranquillità, verso i Campi Elisi, se saprà di avere un ombrello protettivo espresso da una società che non abbia eccessiva fretta di liberarsi dei sofferenti solo perché costa troppo alla sanità tenerli in vita, vita che è sacra e va difesa fino ad un certo limite. Papa Giovanni rifiutò l’ospedale in fin di vita perché sapeva a cosa andava incontro e ha accettato di lasciarsi morire secondo la volontà di Dio.
Articolo pubblicato da Sina Mazzei su " Settimana Di Calabria"

“Siamo polvere di stelle?”

“Ogni forma di vita che conosciamo deriva dalle stelle, poiché nel loro nucleo si sono formati tutti gli elementi di cui il corpo umano è fatto. Si potrebbe dire che siamo polvere di stelle – ha esordito una studiosa –che poi sono esplose liberando nell’universo tutti i “mattoni della vita”.

“Perché le stelle che formano le costellazioni si sono allontanate le une dalle altre prima che la luce stellare ci raggiungesse?” “ Se la notte è limpida vediamo milioni, miliardi di anni indietro nella storia dell’universo. In un certo senso torniamo a casa.” “ Spiegati meglio”disse Sofia “Anche noi due abbiamo avuto origine dal big bang, la grande esplosione, perché tutta la materia che forma l’universo rappresenta un’unità organica. Nei tempi primordiali la materia era concentrata in una massa così pesante che la capocchia di uno spillo sarebbe pesata molti miliardi di tonnellate. Quest’atomo primordiale esplose a causa dell’enorme gravitazione. Fu come se qualcosa andasse in pezzi. Ma quando alziamo lo sguardo verso il cielo cerchiamo di trovare una strada che ci riporti lassù”rispose il maggiore “ ….Ci possono essere miliardi di stelle ma tutte hanno la stessa origine, tutte sono della stessa stirpe.” “Anche noi?” “ Sì, anche noi siamo polvere di stelle” Da “IL MONDO DI SOFIA” di Jostein Gaarder

Sì, forse anche noi siamo polvere di stelle e lo slancio esagerato del cuore dell’uomo lo spinge continuamente ad andare sempre oltre l’oltre, a scoprire nuovi mondi, nuove dimensioni in cui catapultare l’ansia di misurarsi con i propri limiti. “Uscire fuori”, sentire il richiamo materno della nascita per ricongiungerci al cordone ombelicale dell’esistenza umana primordiale, così come per tornare a casa e scoprire a fondo chi siamo, da dove proveniamo e verso chi andremo. Il buio delle notti stellate ci affascina, ci chiama, ci prende l’anima che l’inizio dei tempi ci ha donato dalle sue viscere. “ La notte invita a contemplare le cose invisibili alla maniera di Mosè, che entrò nell’oscurità dove era Dio, questo Dio che fa dell’oscurità il suo nascondiglio. Circondata dalla notte divina, l’anima cerca Colui che è nascosto nell’oscurità; possiede veramente l’amore di Colui che cercava, ma l’Amato sfugge alla presa dei suoi pensieri (Gregorio di Nissa). Cerchiamo certezze per definire punti irraggiungibili forse perché non riusciamo ad adattarci alla dimensione umana, con l’umiltà delle nostre potenzialità, quasi a volere sfidare la natura, l’universo immenso e indefinibile. Non possiamo rassegnarci all’idea della nostra solitudine in questo immenso universo del quale non siamo in grado di immaginare i limiti, le distanze astrattamente calcolate in anni luce. Non possiamo rassegnarci allo sconfinato silenzio che ci circonda, al vuoto senza fine e scandagliamo la notte infinita in cerca di nostri simili mentre trascuriamo i rapporti quotidiani nel reale, facendo finta che non esistono sul pianeta Terra milioni di persone sole in tutti i sensi. Mandiamo missili e astronavi per conquistare pezzi di cielo, per cercare ombre, granelli di vita, molecole di speranza come l’ago nel pagliaio ma non per questo rinunciamo. Si chiamava Laika, la cagnetta siberiana vivace, intelligente ed affettuosa e sapevano che non sarebbe più tornata; venne sparata nello spazio sullo Sputnik e poi solo silenzio, freddo e buia notte rotta dai guaiti irrimediabilmente persi nello spazio. Forse esiste davvero un luogo beato che raccoglie tutte le voci dei nostri cari che non ci sono più, magari non si dissolveranno mai e sono custodite negli interstizi dei cieli che qualcuno potrebbe un giorno ricomporre. Proiettati sempre verso il fuori non vediamo il mondo che ci circonda. Dimentichiamo che il mondo che non è davanti a noi ma ci attraversa. Sarebbe più semplice imparare anche a rientrare in tutto ciò che non sa stare dentro di noi per riscoprire il nostro corpo come parte del tutto e centrale a se stesso. Ma abbiamo paura di guardarci dentro forse perché non ci piace ciò che vediamo, e preferiamo nasconderci dietro le nostre bugie per non sentire il vuoto che ci angoscia, così facciamo finta che tutto vada bene pur di non ammettere che siamo a immagine e somiglianza di Dio. Ed è a Lui che aneliamo con la nostra coscienza cosmica. L’uomo cerca l’unità col tutto perché ha bisogno di appartenenza e non trovandola pienamente in se stesso e nell’umanità intera sceglie disperatamente il fuori anelando a qualcosa di più in alto della stessa umanità per sentirsi materia della materia, atomo nell’atomo, che si fondono in un'unica esplosione d’amore. Ecco la sua ricerca ultima: l’amore che crea, che dà origine, che nasce e fa nascere. “ Per amore nell’amore, l’uomo si trascende. Non sarà l’amore un’immagine, un barlume di un’altra realtà più alta?” (Il Cantico dei Cantici). S. Agostino diceva che noi sperimentiamo il senso del profondo esterno e non esploriamo il profondo più tangibile dell’anima con il vero viaggio più entusiasmante della nostra vita, quello dei sentimenti umani dove scoprire quel Dio che è dentro di noi. Siamo dunque polvere di stelle? Sì, quando stiamo accanto e non davanti a loro, quando le accarezziamo con il cuore perché parte della nostra eterna luce che ci porta verso l’ineffabile Dio dell’universo.


Aricolo pubblicato da Sina Mazzei sul settimanale " Settimana di Calabria"

giovedì 30 agosto 2007

L' ANTIGONE DI SOFOCLE

Edipo si è accecato ed è stato esiliato dalla città di Tebe allorché ha appreso di aver commesso incesto e parricidio. Suo figlio più giovane, Eteocle, briga per avere il potere ed esilia il fratello maggiore Polinice. Questi attacca Tebe con un potente esercito, ma né l'uno né l'altro l'hanno vinta perché entrambi cadono in battaglia. Il nuovo re di Tebe, Creonte, dichiara che Eteocle sarà sepolto e onorato come eroe, mentre il corpo di Polinice resterà insepolto a decomporsi e preda dei cani, nel disonore. La pena per chiunque proverà a seppellirne il corpo è la morte. Apprendendo questa notizia, un' infuriata Antigone - sorella di Polinice -, nonostante il consiglio prudente dell'altra sorella, più giovane, Ismene, si ostina a pretendere che il corpo del fratello venga sepolto al fine che il suo spirito possa riposare in pace.
Antigone contravvenendo al divieto va dunque al campo di battaglia davanti a Tebe, copre di sabbia il corpo di Polinice ed effettua i riti di sepoltura. Si lascia quindi docilmente arrestare da una guardia uscita da Tebe ed insospettita dal sollevarsi della polvere. Una fiera Antigone è portata davanti a Creonte. Al cospetto del rappresentate dello Stato Antigone attesta la propria condotta. Non alle leggi scritte lei ha inteso obbedire, ma alle leggi degli dèi, alle norme non scritte e indistruttibili dettate dalla natura e dalla propria coscienza. Incredulo che una donna abbia osato disobbedire ai suoi ordini, Creonte decide l'imprigionamento sia di Antigone che di Ismene come complice, e decreta l'esecuzione d'entrambe. Subito Emone, il figlio di Creonte, supplica il padre in favore di Antigone della quale è promesso sposo. Ma Creonte, arrogante, lo deride e ignora le sue suppliche. Furente Emone si ritira stravolto, non dandosi pace che il padre abbia trattato così i suoi sentimenti.
Allora Creonte cambia idea bruscamente, decidendo l'esecuzione della sola Antigone poiché riconosce l'innocenza di Ismene. E pertanto la sorella maggiore è condotta fuori da Tebe in una caverna ad attendervi la morte. Mentre Antigone sta soffrendo questo destino atroce, l'indovino cieco Tiresia avverte Creonte che gli dèi sono molto adirati per aver egli rifiutato la sepoltura a Polinice, poiché gli stessi uccelli che mangiano la sua carne saranno successivamente usati per i sacrifici. Di conseguenza - vaticina Tiresia - il figlio di Creonte morirà per castigo. Ma, Tiresia deridendo, Creonte non ascolta questa profezia, credendo che l'indovino desideri solo spaventarlo. Tuttavia, acconsente infine a seppellire Polinice e solo dopo che il coro dei cittadini di Tebe gli ricorda che Tiresia non ha mai errato nelle profezie.
Adesso preoccupato per il figlio, Creonte lava il corpo di Polinice, effettua i riti di sepoltura e crema i resti del corpo. Va dunque a liberare Antigone dalla caverna in cui è imprigionata, ma è troppo tardi per evitare la tragedia: Antigone si è appesa ad una corda ed Emone sta ai suoi piedi in lacrime. Dopo avere provato ad assalire Creonte, Emone si trafigge e muore abbracciando il corpo di Antigone. Uomo distrutto, Creonte, ritorna al palazzo per apprendere che anche la moglie Euridice s'è tolta la vita dopo esser stata colpita dalla notizia della morte del figlio. Creonte è condotto via dai suoi cittadini, che in coro, deplorano le sue azioni, auspicando che solo la morte possa liberarlo da tanta sofferenza.
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Il nucleo del dramma sofocleo risiede nello scontro fra due volontà e due concezioni del mondo: quella di Antigone, fanciulla fragile fisicamente ma fortissima moralmente, di rispettare le leggi non scritte della natura (phùsis) e quella di Creonte tesa a imporre la forza dello Stato e della legge (nomos) .
«Neppure pensavo - dice Antigone a Creonte - i tuoi decreti avere tanta forza che tu uomo potessi calpestare le leggi degli dèi, quelle leggi non scritte e indistruttibili. Non soltanto da oggi né da ieri, ma da sempre esse vivono, da sempre: nessuno sa da quando sono apparse». Per parte sua Cleonte adduce la ragione del diritto positivo, della disposizione di legge, e verso il figlio venuto a perorare la causa di Antigone ha queste parole: « Ubbidire, ubbidire, e nel molto e nel poco, nel giusto e nell'ingiusto, sempre e comunque, all'uomo che sia posto al timone dello Stato. È l'anarchia il pessimo dei mali: distrugge le città e sconvolge le case, mette in fuga e fa a pezzi gli eserciti in battaglia. Ma è l'ubbidienza, l'ubbidienza ai capi la fonte di salvezza e di vittoria. Noi dobbiamo ubbidire alle leggi, alle leggi scritte». Così posta, non è men vera la preoccupazione di Creonte.
Creonte ed Antigone cercano di portare, nel loro braccio di ferro, le divinità dalla loro parte. Ciascuno dà ai suoi principî (diritto del ghenos per Antigone che esige di compiere il rituale funebre per garantire la coesione della famiglia nelle sue relazioni con gli dei, contro il diritto della polis attestato da Creonte che esige che le decisioni dell'autorità politica siano rispettate per garantire la coesione civica) un valore assoluto ben oltre il dato contingente della vicenda che li vede contrapposti . Come sempre - o meglio da quando abbiamo appreso ciò dagli antichi tragici greci - le tragedie deflagrano non quando la ragione sta da una parte o dall'altra - chiara, ben definita, che possa metterci al riparo di una difficile scelta - ma quando tutti hanno ragione, la propria ragione, soggettivamente ed oggettivamente, e, come in questo caso, il diritto non riesce a cogliere due ordini morali entrambi legittimi.
Dal punto di vista strutturale Antigone è un tragedia compatta, stringata, condotta in spazi drammaturgici coesi e ristrettissimi. Il dramma si svolge in brevi e concisi dialoghi di alto contenuto drammatico (agon) Ismene-Antigone, Antigone-Creonte, Creonte-Emone, Tiresia-Creonte inframezzati da interventi del coro (stasimon). Nessuna parola è superflua nel dramma di questo principe dei drammaturghi che è
Sofocle. Scienza del comportamento sociale sia pubblico che privato; virtuosità retorica; sensibilità estetica e pensosa sapienza (racchiusa in frasi dotate di una disperata poesia piena di senso ancora sotto il nostro cielo dopo il fluire di tanti evi) fanno tutt'uno. Non c'è una sola parola uscita dalla bocca degli eroi di Sofocle che non faccia vibrare qualche corda segreta della nostra anima.

mercoledì 29 agosto 2007

Il mito di Edipo e la Sfinge

Il mito dei problemi di comunicazione

“Laio, re di Tebe, fu un giorno informato da un oracolo che il figlio appena nato lo avrebbe un giorno ucciso per poi sposare sua moglie. Quando Giocasta mise alla luce un figlio, Laio praticò due fori nei piedi dell'infante (forse per esporlo, appendendolo alle intemperie, o per farlo morire dissanguato o per evitare che dopo la sua morte il suo spirito potesse camminare) e lo consegnò ad un pastore tebano con l'incarico di abbandonarlo sul monte Citerone ma invece lo portò a Polibo, re di Corinto, senza prole. Polibo impose il nome Edipo al bimbo perché in Greco significa 'dai piedi gonfi', conseguenza dell'esser stato appeso per i piedi. Una volta adulto Edipo si recò dall'oracolo di Delfi che ripetè quanto era già stato detto a Laio. Convinto sempre di esser figlio di Polibo, pur di scongiurarne l'uccisione per mano sua e il successivo incesto con la presunta madre, Edipo decise di non tornare più a Corinto. Durante il suo viaggio, però, in corrispondenza di un incrocio, incontrò uno straniero (Il Re Laio, suo padre) che viaggiava su un cocchio. L'auriga di Laio ordinò ad Edipo di cedere il passo, ma egli rifiutò. L'auriga allora gli ferì un piede con una ruota e lo percosse con un bastone. Edipo allora, colmo di furore, lo uccise insieme agli altri, ivi compreso il suo vero padre, con l'esclusione di un servo che riuscì a scappare. La prima parte della profezia si era avverata. Proseguendo il suo viaggio, Edipo si imbattè nella Sfinge [Sfinge: dal greco Sphínx, con riferimento al verbo greco sphíngein (stringere), con significato di 'strangolatrice' una creatura con testa di donna, ali di aquila, corpo di leone e coda di drago. La Sfinge bloccava il passaggio dei viandanti su una delle strade che portava a Tebe: chi voleva proseguire doveva risolvere il quesito che essa puntualmente proponeva ai malcapitati, pena il venire divorati o precipitati giù da una rupe. Si trattava, per dirla alla moderna, di un duello all'ultimo sangue: uno dei due non ne sarebbe uscito vivo. Se l'interrogato non riusciva a sciogliere l'indovinello veniva ucciso dalla Sfinge; in caso contrario sarebbe morta la Sfinge. Il quesito proposto era: “Chi è quell'animale che all'alba cammina con quattro zampe, a mezzogiorno con due, al tramonto con tre? “La risposta corretta, data da Edipo, fu: “L'uomo perché da bambino cammina carponi, da giovane e adulto con le sue due gambe, da vecchio aiutandosi col bastone” Edipo ebbe la strada libera per arrivare a Tebe dove fu accolto come un eroe. Ricevette, come ricompensa per aver liberato la regione da quel flagello che era la Sfinge, Giocasta in sposa, offertagli da Creonte suo fratello, divenuto re alla morte di Laio. Edipo ebbe da Giocasta quattro figli: Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene. Anche la seconda parte della profezia si era avverata. L'indovino Tiresia rivelò a Edipo la verità: lui era l'assassino di Laio. Venuta a conoscenza di ciò, Giocasta si suicidò mentre Edipo si accecò e cominciò a vagare per la Grecia, amorevolmente accompagnato dalla figlia Antigone. “La Sfinge insomma è l'emblema dei problemi di comunicazione(dal lat. cum = con, e munire = legare, costruire, intesa come un processo di trasmissione di informazioni per "far conoscere", "render noto"). Il colloquio appena cominciato finisce, prima di tutto perché uno dei due interlocutori muore immediatamente e, in secondo luogo, si tratta di un colloquio apparente. L’interlocutore non arreca alcuna informazione alla Sfinge. Anche se scioglie l’indovinello non dice alla Sfinge nulla di nuovo, giacché le dice qualcosa che essa già conosce. Più che di comunicazione si tratta di un’autocomunicazione della Sfinge con se stessa, dove l’interlocutore viene ridotto a suo mero duplicato narcisistico. Il mito di Edipo, pur in versioni e forme diverse, è un mito comune ai popoli del mondo e per tale universalità ha acquisito un'importanza capitale presso gli studiosi che si occupano di scienze umane. Quando Edipo pronunciò trionfante la parola risolutrice dell’indovinello della Sfinge, decretandone la sconfitta e la morte, credette di aver vinto per sempre la mostruosa minaccia che, alle porte della città, assediava la vita degli uomini. Sicuro del fatto suo, entrò allora nella città e prese baldanzoso il potere. Ignorava di portare con sé l’infezione della Sfinge e le conseguenze morbose del suo, apparentemente, futile indovinello. Proprio rispondendo a tono era caduto nel tranello della Sfinge e ne realizzava involontariamente il mostruoso desiderio. Fu così che Edipo, dice Maurice Blanchot, portò nella città la “peste della politica”, ovvero la cancrena del potere che impone anzitutto il suo silenzio, stabilendo chi ha diritto di parola e chi no, e quale parola ha valore, perdura e fa storia, e quale invece non è che sperpero effimero di voce, subito inghiottita dal silenzio. Di certo quella risposta non ha ancora salvaguardato qualsivoglia umanismo o umanesimo dalla mostruosità del desiderio della Sfinge, né dall’orrore della violenza del potere fine a se stesso. C’è bisogno forse di un essere davvero capace di “prevedere con intelligenza” e magari di usarlo con più giustizia e amore. La storia dell'uomo chiamato Edipo, che è la storia di ognuno di noi, è la storia di una sofferenza che ci fa vivere, la storia che va in cerca della verità. Tutta la terra parlava una sola lingua e usava le stesse parole. Poi gli uomini dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”. Ma il Signore discese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo ed hanno una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera ed ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, affinché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra. La Bibbia ci presenta il castigo di Dio dall’orgoglio umano sempre portato a mirare la propria grandezza dimenticando i suoi disegni. L’unità sarà restaurata non per volontà degli uomini, non in un’unione politica o naturale bensì per opera soprannaturale di Dio e nella carità. Questo racconto della Genesi, costituisce un esempio di utopia. Non sono i concetti, le idee, le filosofie, le religioni in sé a dividere l’umanità e a porci gli uni contro gli altri e contrapposti all’unità di Dio, bensì il fatto di non accettarne la diversità, la preziosa e feconda diversità, la ricchezza delle varie possibilità espressive e percettive che poi conduce alla “confusione della lingua”, alla incomprensione, alla divisione e al conflitto, l’unità non si raggiunge passando per la “cima” della Torre e la sua “porta” al “Cielo”, ma distruggendo la torre stessa che ci siamo costruiti, che ci stiamo fabbricando con la mente. Il saper ascoltare, senza prevaricazione o pregiudizi, ed ascoltarsi, prestando attenzione non solo al contenuto razionale ma anche a quello emotivo, è il presupposto necessario per evitare molteplici inutili incomprensioni che portano ai conflitti comunicativi.
Articolo pubblicato da Sina Mazzei sul settimanale " Settimana di Calabria"

LA RANA NEL POZZO (Carlos G. Valles)


“ Un’intera colonia di rane viveva in un pozzo grande e profondo. Le rane conducevano la propria vita, mantenevano le proprie usanze, cercavano cibo e gracidavano a più non posso, riempiendo di movimento e di suoni le ombrose profondità di quel pozzo ospitale. Il loro isolamento dal mondo esterno le proteggeva ed esse vivevano in pace, attente solo ad evitare il secchio che di tanto in tanto qualcuno calava dall’alto per attingere acqua dal pozzo. Non appena sentivano la carrucola cigolare lanciavano l’allarme, si tuffavano sott’acqua o si aggrappavano alla parete e aspettavano lì trattenendo il respiro finché il secchio pieno d’acqua non veniva tirato su di nuovo e il pericolo passava. Una giovane rana, dopo essersi messa al riparo in una di queste occasioni, cominciò a pensare che il secchio, anziché un pericolo, poteva rappresentare un’opportunità. Lassù in cima riusciva a scorgere un’apertura luminosa come un grande lucernario, il cui aspetto mutava con il giorno e la notte e sulla quale passavano ombre e profili, forme e colori che suggerivano che c’era qualcosa che valeva la pena di conoscere da quella parte del pozzo. E, soprattutto, c’era il bel visetto della ragazza dalle trecce d’oro che per un istante ogni giorno si chinava sul parapetto del pozzo per gettare il secchio e tirarlo su in quell’apparizione temuta e attesa. Tutto ciò andava esplorato. La giovane rana parlò e tutte le altre la redarguirono aspramente. “Non è mai stato fatto. Sarebbe la rovina della nostra razza. Il cielo ci punirebbe. Saresti persa per sempre. Siamo state fatte per vivere qui e qui possiamo stare bene ed essere felici. Fuori del pozzo c’è solo desolazione e distruzione. Non ti azzardare a disobbedire alle leggi dei nostri antenati. Come può una giovane rana pretendere di saperne più di loro!” La rana attese che il secchio fosse calato di nuovo. Saltò nel secchio e salì con esso tra la meraviglia e l’orrore della comunità di anfibi. Il consiglio degli anziani sconumicò la rana fuggitiva e proibì a tutti di parlarne. I mesi passarono finchè un bel giorno si udì un gracidio familiare, tutte le rane incuriosite si radunarono là sotto e videro il noto profilo della rana intraprendente poi apparve un’altra rana e sette ranocchietti.” Qui c’è un mondo meraviglioso che vi aspetta……” In fondo al pozzo le autorità minacciarono la rana di giustiziarla per tradimento se fosse tornata giù ma lei non ne aveva alcuna intenzione, fece gli auguri a tutte e se ne andò. Nel pozzo si scatenò un gran tumulto e alcune rane di larghe vedute discussero la proposta e la mattina dopo, malgrado le minacce delle autorità, quando la ragazza dalle trecce d’oro tirò su il secchio dal pozzo, rimase sbalordita nel vedere che era pieno di rane.”

Kup-manduk (la rana nel pozzo) è considerato, nel sanscrito, un termine dispregiativo per indicare una persona dalla mentalità ristretta che è contenta di sentire ciò che ha sempre sentito e di fare ciò che ha sempre fatto e che va fatto per vivere tranquilli. Il mondo però è pieno di pozzi e i pozzi sono pieni di rane. Ma è anche pieno di esempi forti e coraggiosi che hanno messo a repentaglio la loro vita per salvare gli altri, ognuno nel proprio vissuto, che hanno scelto anche la solitudine pur di non venir meno ai propri ideali. E le ragazze dalle trecce bionde di tanto in tanto si stupiscono ancora quando al mattino vanno ad attingere l’acqua. C’è povertà e povertà ma la più irreparabile, che può avere diverse motivazioni, è quella in cui l’isolamento è così profondo da non riuscire nemmeno ad immaginare un’alternativa, da non poter nemmeno sognare una vita diversa. Qui le persone non vanno oltre il confine del loro campo, una povertà che distrugge ogni possibilità di immaginare una fuga, una via d’uscita, un cambiamento che tiene legato, inchiodato al proprio stato, alla propria miseria e ignoranza. Povertà che inibisce che spegne la fantasia, che indebolisce ogni motivazione, con cui non si ha la possibilità di vedere le cose che si desiderano, di sognarle, di battersi per ottenerle, per conquistarle. Ciascuno di noi è impastato di sogni passioni e desideri, l’anima è ciò che unisce tutte queste forze, le armonizza, dà loro un senso e una meta. Ma la nostra anima la possiamo scoprire agendo , mettendoci alla prova, rivelandoci agli altri attraverso il nostro pensiero e le nostre opere per divenire noi stessi, sempre più noi stessi senza paura del contraddittorio, ingabbiati così come siamo, nel conformismo. E’ sempre difficile capire quando dobbiamo passare da un atteggiamento di vita ad un altro più ricco e consapevole, che ci vesta l’anima con l’habitus ad essa più consono, senza farci afferrare dal dubbio del cambiamento perché è arrivato il momento di rinunciare, di adattarci a nuovi modelli di vita più fertili, di uscire da un sistema sterile che è un lasciarsi morire lentamente. Sappiamo che ciò può costare l’esclusione, la denigrazione da un determinato gruppo ma si salva la propria felicità, se di felicità si può sempre parlare, solo chi è pronto nel suo cuore ad accettare una sorte diversa, un modo di essere anziché di avere. Il cambiamento, la sana ribellione richiede altrettanta forza d’animo, speranza, fede, adeguamento alla diversità. La paura del nuovo ci inchioda ad un sistema ma la repressione, il ricatto morale, il proibizionismo sfociano prima o poi in lotta verso una libertà interiore che non ha limiti, solo quegli stessi della stessa libertà che può decidere quando, come e perché tornare. E per la libertà sono state fatte migliaia di battaglie contro gli arroganti che tuttora imperano in ogni campo sociale cercando di attirare i più “deboli” con il carisma della avidità.
La rana coraggiosa però torna indietro per portare luce alle consorelle perché sente la responsabilità civile di tirarle fuori dal buio. Chi sa deve aiutare gli altri ad uscire dall’ignoranza o non ha senso il nostro vivere quotidiano, sarebbe come ritornare nel pozzo ma questa volta all’aperto. Uscire, infatti, da un sistema per farsi catturare da un altro che sembra ci abbia liberato ma che poi si rivela un’altra ulteriore condanna, è il rischio a cui si può incorrere, rischio dovuto proprio all’inadeguatezza e all’impreparazione spirituale che ci ha visti per tanto tempo nel pozzo. La ragazza dai capelli d’oro è l’emblema, dunque, che ci salva, anche da questo imprevisto, perché il suo secchio è magico e si svuota al momento giusto.



Articolo pubblicato


da Sina Mazzei su "Settimana di Calabria"

IL GIRASOLE (COLLOREDO SABINA )

E' la mia vita
seguire il sole nel cielo,
sotto il suo sguardo di fuoco
non piego mai lo stelo.
Come in una danza
cerco la sua luceil suo calore
e giro giro finché mi batte il cuore.
Giro e giro
giallo di gioia e di felicità
le ore passano in tutta libertà.
Ma poi il sole tramonta
e io non so più con chi danzare
che senso avrebbe continuare a girare?
Così mi fermo e aspetto
so che è solo una pausa
e che la mia danza non è finita:
la notte passa in fretta
e ricomincia la vita.
da "Il bosco racconta" –
ed. Einaudi Ragazzi


In un pomeriggio d’estate, mentre il mondo intero è schiacciato dal sole, cercate l’ombra del bosco, appoggiate il capo sul muschio e ascoltate gli animali che parlano. A poco a poco i suoni e i rumori diventeranno parole e le parole poesie. Ogni animale ha la sua storia da raccontare e lo fa in rima perché resti per sempre. E perché chiunque possa ascoltarlo. Attraverso la poesia, gli animali piccoli diventano grandi e i grandi si fanno piccoli perché non ci sono più segreti da nascondere ma solo emozioni da comunicare. È il 1998. La EL si arricchisce di un nuovo nome destinato a diventare in poco tempo una delle voci più autorevoli della letteratura giovanile contemporanea: è Sabina Colloredo, direttrice creativa di un’agenzia di pubblicità e copywriter milanese. La Colloredo dimostra di essere una attenta e fedele interprete della cultura femminile e dell’infanzia, che registra accuratamente con forte coloritura espressiva nelle sue dimensioni più intime e segrete: i rapporti con gli adulti e con i coetanei, l’innamoramento, la rabbia, le delusioni, le paure, ma soprattutto la forza di guardare oltre, la volontà di vincere gli ostacoli e di affermare la propria individualità. Con un linguaggio ricco di metafore, brillante e arguto, pungente e a tratti ironico, l’autrice entra nei boschi della narrazione alla ricerca di un romanzo di formazione al femminile, che diventa strumento di emancipazione, di crescita nel rispetto delle differenze di sesso, e di valorizzazione della femminilità stessa. Sabina Colloredo vive e lavora a Milano per otto mesi all’anno; i quattro più belli, quelli estivi, li trascorre nelle Marche, nella sua casa in cima alla collina, dove ha fatto in allegria e senza fretta le cose più importanti: ha cresciuto le sue bambine e ha scritto i suoi libri, romanzi, racconti e poesie per ragazzi
Il ritmo alternato come si alternano le stagioni, i mesi, gli anni, il giorno e la notte, il bene e il male. Tutto è il contrario di tutto. Qual è il senso della vita? Danzare sempre, sotto il vento di ogni condizione, tanto arriverà domani, accettare che finisca il giorno , che finisca una danza per poi cominciarne un’altra sotto un nuovo vento, senza piegare il capo sotto il peso delle incomprensioni, della sfiducia, ci è concesso solo per poco, quanto basta per lo sfogo naturale, il senso è continuare a vivere con un’amica nuova, una fede nuova, una promessa nuova se quelli di prima han cambiato traiettoria. Danziamo con tutte le energie al ritmo delle passioni, lottiamo per esse perché ci piacciono, e la vita gira nella libertà di decidere, vinciamo gli ostacoli e guardiamo oltre. Quando si perde il senso del nostro girare, del nostro guardare avanti, facciamone una pausa di riflessione, che duri quanto duri, sfogata la delusione, finita la notte, deve ricominciare la salita verso un altro giorno. Teniamo la porta del cuore aperta che batti per altro nuovo, senza decidere, lasciandoci prendere dalla bellezza degli attimi, così da fermare il tempo, e godere di ogni momento che ci passa davanti ai sensi. Esisto e decido. Il girasole esiste sotto il sole e solo per esso e decide per chi vuole essere. Sa aspettare che passi il buio con calma e fiducia, non vuole lasciarsi tradire dalla vita. E’ lui che cambia la vita ragionandoci su, facendosi coinvolgere dai sentimenti, pienamente, con il suo calore, prima che la vita possa cambiare lui. Il movimento verso l’alto ci mette in contatto con le dimensioni ideali della coscienza e dell’io e con le loro rispettive aspirazioni e risorse. Conoscerle e assecondarne i richiami porta a realizzare la verità di se stessi. Il movimento verso il basso al contrario ci pone di fronte ai molteplici condizionamenti che ostacolano la nostra crescita. Tutti i fiumi vanno verso il mare e scoprono così il senso del loro andare,. Ignoto è il senso ultimo della vita e di tutto ciò che esiste ma la fede- fiducia ci orienta in modo positivo nell’incontro con il reale e ci sostiene davanti agli aspetti imponderabili ed ignoti della vita. Come il girasole è spinto dal desiderio di cercare il sole, e tutto il suo essere s’inchina dinanzi a lui, ad una sola realtà, così la forza interiore dell’uomo lo spinge a cercare Dio e la sua volontà.

Articolo pubblicato su " Settimana di Calabria"
scritto da Sina Mazzei
by mondoglitter.it

Che pesce sei?

Un'insegnante spiegando alla classe che in spagnolo, contrariamente all'inglese, i nomi possono essere sia maschili che femminili. "Uno studente chiese: "Di che genere è la parola computer?" Anziché rispondere, l'insegnante divide la classe in due gruppi, maschi e femmine, e gli chiese di decidere tra loro se computer dovesse essere maschile o femminile.A ciascun gruppo chiese inoltre di motivare la scelta con 4 ragioni.Il gruppo degli uomini decise che "computer" dovesse essere decisamente femminile"la computadora"perchè:1.Nessuno tranne il loro creatore capisce la loro logicainterna.2.Il linguaggio che usano per comunicare tra computer èincomprensibile.3.Anche il più piccolo errore viene archiviato nella memoria a lungotermine per possibili recuperi futuri.4.Non appena decidi di comprarne uno, ti ritrovi a spendere metà del tuo salario in accessori.Il gruppo delle donne,invece, concluse che i computer dovessero essere maschili (el computador)perchè:1.Per farci qualunque cosa, bisogna accenderli.2.Hanno un sacco di dati ma non riescono a pensare da soli.3.Si suppone che ti debbano aiutare a risolvere i problemi, ma perla metà delle volte,il problema sono LORO;4.Non appena ne compri uno, ti rendi conto che se avessi aspettatoqualche tempo,avresti potuto avere un modello migliore.Le donne vinsero.