Se la metto in pratica mi fa vivere tutta un'altra vita, straordinariamente più ricca di quella che avrei ideato fidandomi solo di me.
Solleviamoci, è ora
Noi siamo quelli
che se ne vanno
pieni di vento
e di sole
in deserti
affollati
di illusioni
e non tornano più
abbagliati
da spaccati di vita.
Siamo riflessi
di affetti
profondi.
Pensieri
di fresca rugiada
posata sulla notte
che non conosce
nuvole.
Siamo i sospesi
tra sogno e realtà,
quelli sul sottile confine
tracciato
dai meandri
dei desideri.
Siamo splendide bugie
di una terra
che fatica
ad alzarsi
sui marciapiedi
della vita.
Siamo polvere
di un tempo
inesorabile
che ci riporta
tra le caverne opache
dei ricordi.
Siamo l’urlo
di amici perduti
non ancora tornati,
che raccoglie
sogni lanciati
su nuvole rosa
gonfie di cuore
nel cielo sospeso
della gioventù.
Siamo parole
mai dette
intrappolate
tra i rami
scheggiati
di un inverno
che fatica
nel risveglio.
Siamo vita
che scoppia
nei focolai spenti
accesi dal giorno che nasce
a dispetto di tutto.
Preghiere
Strappate ai silenzi
concessi da un Dio
che non ama
piangersi addosso.
Siamo
l’andata e il ritorno
di noi stessi.
Solleviamoci.
E’ ora.
PAESE MIO
Paese mio
cinto a primavera
di riccioluti gorgheggi
affaccendati
come comari
nel via vai del giorno
ti vai combinando
tra nuvole ariose
all’orizzonte
e sogni fermi
dietro vetri antichi.
Tu non conosci gli anni.
Il tuo grembo
avrà sempre un vecchio
davanti ai tuoi tramonti
aggrappato
ai sapori di campagna
mentre torna stanco
con le zolle in mano
cantando
la fatica della terra.
E non conosci spazi.
Sei tutto lì
che vivi di germogli
seminati
nei cuori della gente
che s’adatta
all’ombra
dell’inverno
mentre fuori
è estate.
Per questo
non ti mancano
i sorrisi
strappati ai vicoli
intrecciati e bui
come strette di mano
nel bisogno
tra calde mura
di camini accesi.
Tra gli alberi d’ulivo
bagnati di sole
che lasciano un’impronta
tra le rughe
dei ricordi
che strada voltando
riporta
inesorabilmente
a te.
mostra di poesie
Solleviamoci, è ora
mercoledì 21 novembre 2007
Fernando Pessoa
Lo sguardo dato alla realtà, l'attenzione verso una piccola cosa è tutt'uno col pensiero, è una illimitata catena di riflessioni inscindibili dal suo vivere, continui scintillii di intuizioni sulla Vita, sull'Essere, sul Mondo che possono solo essere generalmente chiamati "pensieri", per non essere privati della loro indefinibilità. E' una ragnatela di sensazioni che non si forma su un tema preciso, ma salta da un angolo all'altro del pensabile, intrecciando poesia e filosofia, in una matassa multiforme, screziata e coinvolgente. E' difficile e pericoloso arrischiarsi a inquadrare il pensiero di Fernando Pessoa.
Gran parte della produzione di Pessoa è stata pubblicata dopo la morte dell'artista. La sua opera completa, in prosa e poesia, è uscita postuma in quindici volumi tra il 1942 e il 1978. Essa comprende scritti di differenti discipline che testimoniano la poliedricità di Pessoa: oltre alla vasta produzione poetica ortonima ed eteronima, scritti di teologia, di occultismo, di filosofia, politica, economia e altre discipline. E' nel 1942, sette anni dopo la sua morte, che la casa editrice Ática di Lisbona decide di iniziare la pubblicazione dell'opera completa di Pessoa, sotto lo sguardo degli amici letterati e dei filologi che hanno accesso all'arca in cui il poeta ha custodito i suoi manoscritti. In vita il suo corpo poetico appare polverizzato su riviste di limitata diffusione e reperibilità, pubblica soltanto quattro volumetti di poesie in inglese, tra cui "Epitalamio" (1913), e un'unica raccolta di versi in portoghese intitolata "Mensagem" (1934) curata personalmente dal poeta. La frammentarietà della sua produzione e la pubblicazione postuma rende difficile presentare con esattezza la bibliografia
L'eteronimia
Se il Libro di Pessoa ha un centro, questo centro è l'eteronimia, come sostiene Antonio Tabucchi, suo appassionato traduttore, critico e studioso; e questi spiega bene questa peculiarità: «Si immagini un Paese (il Portogallo) che vive per vent'anni (dal 1914 al 1935) un'età dell'oro della letteratura: poeti, saggisti, prosatori, dalle fisionomie inconfondibili e a volte incompatibili, tutti però di altissima qualità, vi operano insieme, si incontrano, si scontrano. Uno sperimentatore violento e straripante, suscitatore di avanguardie, come Álvaro De Campos, un desolato nichilista come Bernardo Soares, un poeta metafisico ed ermetico come Fernando Pessoa, un neoclassico come Ricardo Reis e, dietro a tutti, un maestro precocemente scomparso: Alberto Caeiro. Ebbene: tutti questi autori, tutte queste opere, tutti questi destini furono "una sola moltitudine", perché nascevano tutti dall'invenzione dissociata e proliferante di una sola persona, l'anagrafico Fernando Pessoa, oscuro impiegato di una ditta di Lisbona , dove aveva l'incarico di scrivere lettere commerciali in inglese. E quelli che abbiamo citato sono solo i più importanti fra gli scrittori "inventati" da Pessoa: finora i suoi manoscritti hanno rivelato tracce e frammenti di ventiquattro autori». Tabucchi parla della produzione letteraria pessoana come di "un baule pieno di gente" perché ci ha lasciato «i suoi molteplici spiriti ben impachettati in fascicoli manoscritti tenuti con lo spago e contrassegnati da firme diverse». E' lo stesso poeta ad analizzare con estrema lucidità la sua eteronimia e a descriverla all'amico Adolfo Casais Monteiro nel 1935 in una lettera. Una caratteristica che inizia nell'infanzia e che persiste per tutta la vita: “Ebbi sempre, da bambino, la necessità di aumentare il mondo con personalità fittizie, sogni miei rigorosamente costruiti, visionati con chiarezza fotografica, capiti fin dentro le loro anime. Non avevo più di cinque anni, e , bimbo isolato e non desideroso se non di stare così, già mi accompagnavano alcune figure del mio sogno, un capitano Thibeaut, Chevalier de Pas e altri che ho dimenticato…Questa tendenza non passo con l'infanzia, si sviluppò nell'adolescenza, si radicò con la crescita, divenne alla fine la forma naturale del mio spirito. Oggi ormai non ho personalità: quanto in me ci può essere di umano, l'ho diviso tra gli autori vari della cui opera sono stato l'esecutore.sono oggi il punto di riunione di una piccola umanità solo mia. E così mi sono fatto, e ho propagato, vari amici e conoscenti che non sono mai esistiti, ma che ancora oggi, a quasi trent'anni di distanza, io ascolto, sento, vedo. Ripeto: ascolto, sento, vedo…E ne ho nostalgia Come che sia, l'origine mentale dei miei eteronimi sta nella mia tendenza organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione. Questi fenomeni, fortunatamente per me e per gli altri, in me si sono mentalizzati; voglio dire che non si manifestano nella vita pratica, esteriore e di contatto con gli altri; esplodono verso l'interno e io li vivo da solo con me stesso.” L'eteronimia è la manifestazione del labirinto di Pessoa, del vortice in cui si sente avvolto e sente che ogni uomo è avvolto. «L'eteronimia non è altro che la vistosa traduzione in letteratura di tutti quegli uomini che un uomo intelligente e lucido sospetta di essere» scrive Tabucchi.
Dio non ha unità,come potrei averla io?(da "Episodi")
Mi sento multiplo. Sono come una stanza dagli innumerevoli specchi fantastici che distorcono in riflessi falsi un 'unica anteriore realtà che non è in nessuno ed è in tutti. (da "Appunti sparsi")
L'eteronimia è anche patologa e insieme terapia della solitudine che l'introspezione causa: l'Io esclude l'oggetto, il soggetto diventa oggetto di se stesso, distinguendosi e distanziandosi così da se stesso.
Mi sono moltiplicato per sentire,per sentirmi, ho dovuto sentire tutto,sono straripato, non ho fatto altro che traboccarmi,e in ogni angolo della mia anima c'è un altare a un dio differente.( da "Passaggio delle ore"- Poesie di Álvaro de Campos )
Ma l'eteronimia è anche qualcos'altro: è un tentativo di superare l'unicità dell'essere e la finitezza dell'uomo, è l'espressione della consapevolezza che la vita non basta, è un vago e inquietante interrogativo: se possono esserci più di una vita in una sola vita, se sono davvero il tempo e lo spazio che ci segmentano o se siamo noi che crediamo sia così, mentre forse esiste solo l'hic e il nunc, la persona nell'Istante, diversa da quella esistita nel momento prima, diversa da quella che esisterà nel momento dopo. Così Pessoa afferma una frastornante "verità":
Ognuno di noi è più di uno, è molti, è una prolissità di se stesso.( da "Il libro dell'Inquietudine" )
Vengono ora presentate le figure eteronimiche maggiori, che compongono l'universo di Pessoa, ognuno dei quali è a sua volta un singolare mondo, con un proprio stile, un proprio modo di dibattere i grossi temi del pensiero e della poesia di Pessoa:
Alberto Caeiro: Alberto Caeiro da Silva, maestro di Fernando Pessoa e di Álvaro de Campos, morì precocemente di tubercolosi. Descritto come uomo biondo, pallido, con gli occhi azzurri, di media statura. In campagna scrisse l'intera sua opera, dai poemetti del "Guardador de Rebanhos" al breve diario del "Pastor Amoroso", e a Lisbona, dov'era nato, tornato solo per morire, scrisse le ultime poesie della raccolta "Poemas Inconjunctos". Tabucchi lo definisce «il fenomenologo, l'Occhio, l'olimpica e insieme tenebrosa ricognizione del mondo».
Álvaro de Campos: ingegnere navale, alto, coi capelli neri e lisci divisi da un lato, col monocolo, elegante e leggermente snob, tediato, ozioso e meditativo. Partì da un'estrema esperienza decadente per diventare poi a un tratto un esacerbato, geniale sperimentatore, maestro di ogni avanguardia. Ma la sua poesia conosce, dopo le fiammate avanguardiste, un curioso percorso: un'autoriflessività che lo lega alle esperienze contemporanee, un nichilismo doloroso e cinico. Così Tabucchi lo descrive: «il rovello gnoseologico, l'uomo che cerca "l'anello che non tiene" e che si arrende alla terribile "plausibilità" del reale».
Ricardo Reis: nato a Oporto, medico, ma senza mai esercitare la professione, materialista e sensista, imbevuto di classicismo e di ellenismo. Così scrive di lui Tabucchi: «Il monarchico in esilio è, col suo bizzarro neoclassicismo, l'ironica accettazione di un mondo incomprensibile e immutabile».
Il dubbio
La costante che permea tutta la produzione di Pessoa è il "dubbio su tutto", fonte di continue domande, angosce che creano uno stato di inquietudine, risposte sospese senza domande. Non c'è alcuna certezza, nessun barlume che indichi cosa è reale, cosa non è reale, questa è l'unica consapevolezza, non si può sapere se è realtà né il mondo né noi stessi:
E barcollo per i foschi cammini dell'insaniaocchi vaghi di schianto, per l'orroreche realtà ci sia e ci sia essere,ci sia il fatto della realtà( da "Poemas dramàticos" )
Personel labirinto di me stesso, giànon so quale strada mi conduceda esso alla realtà umana e chiara( da "Primo Faust" )
Non credere o cercare:tutto è occulto.( da "Natale" )
Se conoscessimo la verità la vedremmo;tutto il resto è sistema e periferia. Ci basta, se riflettiamo, l'incomprensibilità dell'universo; volerlo capire è essere meno che uomini, perché essere uomo è sapere che non si capisce.( da "Il libro dell'Inquietudine" )
Il sogno
Tutto è sogno, se non si sa qual è la realtà. Sogno di Fernando che ha fatto della sua vita un sogno, perché è un sognatore e sogna per non sentire e interrogare la vita; ed è sogno perché niente assicura se ciò che circonda e se stessi siano reali, se abbiano un'esistenza propria, e quindi tutto aleggia nel sogno, nel mistero, realtà e sogno si confondono, si compenetrano:
Niente si sa, tutto si immagina.( da "Odi di Ricardo Reis" )
Sono quasi convinto di non essere sveglio. Non so se non sogno quando sono vivo, se non vivo quando sogno, o se il sogno e la vita formano in me un ibrido, un'intersezione dalla quale il mio essere cosciente prende fisionomia per interpenetrazione.( da "Il libro dell'Inquietudine" )
Non oso guardare le cose. Come continua questo sogno?( da "Il Marinaio" )
Un alito di musica o di sogno, qualcosa che faccia quasi sentire, qualcosa che non faccia pensare.( da "Il libro dell'Inquietudine" )
La caducità
Nulla è eterno, tutto svanisce: si sfumano i ricordi, il passato, il momento precedente a quello che si sta vivendo, il proprio Io, perché nell'istante in cui lo si pensa non è più quell'Io, così si è nessuno, assolutamente nessuno. Tutto è finzione, tutto passa e non c'è nessuna filosofia, nessuna metafisica che svela il "Grande Segreto":
Breve il giorno, breve l'anno, breve tutto.Manca poco a essere niente.( da "Odi di Ricardo Reis" )
Non so di chi ricordo il mio passato, poiché altro fui quando lo fui, né mi conosco,come se sentissi l'anima che ho,l'anima che sentendo ricordo.( da "Odi di Ricardo Reis" )
Ma il padrone della tabaccheria si è fatto sulla porta e vi è rimasto…Lui morirà e io morirò.Lui lascerà l'insegna, io lascerò dei versi.A un certo momento morirà anche l'insegna, e anche i versi.Poi morirà la strada dove fu l'insegna e la lingua in cui furono scritti i versi.Infine morirà il pianeta ruotante in cui tutto ciò avvenne.In altri satelliti di altri sistemi, qualcosa simile a gentecontinuerà a fare cose come versi e a vivere sotto cose come insegne(da "Tabaccheria"-"Poesie di Álvaro de Campos")
“ Sì, domani anch’io sarò uno che ha smesso di passare per queste strade, che altri evocheranno vagamente con un “Che ne sarà stato di lui?”. E tutto ciò che adesso faccio, tutto ciò che sento, tutto ciò che vivo, non sarà altro che un passante in meno nella quotidianità delle strade di una città qualsiasi.”
Pessoa Fernando
L'indeterminatezza
L'animo di Pessoa è animo incerto, che si culla nell'indecisione, nell'instabilità di ogni posizione, giudizio, idea. È lui stesso che con acutezza si analizza:
Tutta la costituzione del mio spirito è di esitazione e di dubbio. Per me, nulla è né può essere positivo; tutte le cose oscillano intorno a me, e io con esse, incerto per me stesso. Tutto per me è incoerenza e mutamento. Tutto è mistero, e tutto è pregno di significato. Tutte le cose sono "sconosciute", simbolo dell'Ignoto. Il risultato è orrore, mistero, una paura troppo intelligente.[…] Il mio carattere è del genere interiore, autocentrico, muto, non autosufficiente, ma perduto in se stesso. Tutta la mia vita è stata di passività e di sogno. Tutto il mio carattere consiste nell'odio, nell'orrore della e nella incapacità che impregna tutto ciò che sono, fisicamente e mentalmente, di atti decisivi, di pensieri definiti […] i miei scritti sono tutti rimasti da finire; si interponevano sempre nuovi pensieri, straordinarie, interminabili associazioni di idee, il cui termine era l'infinito. […] Il mio carattere è tale che detesto l'inizio e la fine delle cose, perché sono punti definiti.( da un dattiloscritto del 1910 )
Sono sempre stato un sognatore ironico, infedele alle promesse segrete. Ho sempre assaporato, come altro e straniero, la sconfitta dei miei vaneggiamenti, assistendo casualmente a ciò che credevo di essere. Non ho mai prestato fede alle mie convinzioni. Ho riempito le mie mani di sabbia, l'ho chiamata oro, e ho aperto le mani facendola scorrere via. La frase era stata l'unica verità. Una volta detta la frase, tutto era fatto, il resto era la sabbia che era sempre stata.( da "Il libro dell'Inquietudine" )
Non so essere utile nemmeno sentendo, non so essere pratico, quotidiano, nitido, non so avere un posto nella vita, un destino fra gli uomini, un'opera, una forza, una volontà, un orto…( da "Poesie di Álvaro de Campos" )
La sensibilità
La capacità di sentire il mistero delle cose, l'incomprensibilità della realtà. Il suo modo stupefacente di sentirsi interpreti di realtà modificate e modificabili da piccole sfumature. L'inquietudine che produce questo sentire con lucidità l'essenza delle cose; il dolore che arreca, dolore che nasce dai sogni, dalla paura della follia, dalla consapevolezza della propria solitudine o dalla grande indifferenza delle stelle:
Ho portato con me la spina essenziale di essere cosciente.( da "Villeggiatura" - "Poesie di Álvaro de Campos" )
Il peso del sentire! Il peso di dover sentire!( da "Il libro dell'Inquietudine" )
Mi alzo dalla sedia con uno sforzo mostruoso, ma ho l'impressione di portarmela dietro, ho l'impressione che è più pesante, perché è la sedia del soggettivismo.( da "Il libro dell'Inquietudine" )
I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti, sono quelli assurdi: l'ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c'è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato, la pena di non essere un altro, l'insoddisfazione per l'esistenza del mondo.( da "Il libro dell'Inquietudine" )
E' così difficile descrivere ciò che si sente quando si sente che si esiste veramente, e che l'anima è un'entità reale, che non so quali sono le parole umane con cui si possa definirlo.( da "Il libro dell'Inquietudine" )
Ma la concisa attenzione data alle forme e alle maniere degli oggetti,è un sicuro rifugio.( da "Odi di Ricardo Reis" )
AUTOPSICOGRAFIA
Il poeta è un fingitore.Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.
E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono proprio non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.
E così sui binari in tondo
Gira, illudendo la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore.
(da Poesie di Fernando Pessoa)
Sono un guardiano di greggi.Il gregge è i miei pensieri.E i miei pensieri sono tutti sensazioni.Penso con gli occhi e con gli orecchie con le mani e i piedi e con il naso e la bocca.
Pensare un fiore è vederlo e odorarlo e mangiare un frutto è saperne il senso.
Perciò quando in un giorno di calura sento la tristezza di goderlo tanto,e mi corico tra l'erba chiudendo gli occhi accaldati,sento tutto il mio corpo immerso nella realtà,so la verità e sono felice.
(da Il Guardiano di greggi - Poesie di Alberto Caeiro)
domenica 18 novembre 2007
INCONTRI CON LA PAROLANo. 236

giovedì 25 ottobre 2007
TERRA DI OGNUNO Kahlil Gibran
Terra, quant’è perfetta
la tua obbedienza alla luce
e bella la tua sottomissione
al sole.
Nelle pianure
ho trovato il tuo sogno;
sulla montagna
il tuo orgoglio;
nella valle
ho osservato la tua tranquillità;
nella pietra la tua risolutezza;
nelle grotte
la tua segretezza.
Sei debole e potente, umile e altera.
Docile e rigida,
chiara e segreta.
Ho sentito l’eternità parlare
nella tua alta e bassa marea;
ho sentito la vita
chiamare la vita
nei tuoi passi di montagna e lungo i pendii.
Notte calma e chiara:
ho aperto le finestre
e le porte dello spirito
e sono uscito a vederti,
teso di voglia e avidità.
E t’ho vista guardare le stelle
che ti ridevano.
Così ho gettato via le catene,
scoprendo
che è nei tuoi spazi la dimora dello spirito.
Una notte, mentre il cielo impallidiva,
l’anima oppressa da ansia e stanchezza,
sono uscito a vederti.
E mi sei apparsa come un gigante
armato di tempesta;
combattevi il passato con il presente,
sostituendo al vecchio il nuovo,
e lasciando che il forte
disperdesse il debole.
Ho imparato così
che chi non spezza i propri rami secchi
con la tempesta, morirà esaurendosi,
e chi non suscita una rivoluzione
per strapparsi di dosso le foglie morte
perirà in un lento declino.
Sei generosa, terra, e forte
è il tuo rimpianto
dei figli perduti
tra ciò che hanno ottenuto e ciò
che non sono riusciti a raggiungere.
Noi vociamo, tu sorridi;
prendiamo il volo, e tu rimani.
Dormiamo senza sogni, mentre tu sogni
nella tua eterna veglia.
Ti trapassiamo con le spade
e tu ci medichi con olio e balsamo.
Piantiamo nei tuoi campi ossa, crani,
e tu ne trai cipressi e salici;
estraiamo da te elementi per fabbricare cannoni e bombe,
e dai nostri elementi crei gigli e rose.
Sei una particella di polvere
sollevata dai piedi di Dio
mentre da est andava a ovest dell’universo?
O scintilla lanciata dalla fornace
dell’eternità?
Sei un seme gettato nel campo del firmamento
perché diventasse l’albero di Dio
elevando i rami
al di sopra dei cieli?
O sei una goccia di sangue
nelle vene del gigante dei giganti,
o una goccia di sudore sulla sua fronte?
Sei un frutto maturato dal sole?
Cresci dall’albero dell’Assoluta Conoscenza,
le cui radici si estendono
attraverso l’eternità
e i cui rami levati
spaziano per l’infinito?
Sei un gioiello posto dal Dio del Tempo
Sulla palma del Dio dello Spazio?
Tu sei me, terra!
Sei la mia vista
E il mio discernimento.
Sei la mia conoscenza e il mio sogno.
Sei la mia fame e la mia sete.
Sei il mio dolore e la mia gioia.
Sei la mia sbadataggine
E la mia vigile attenzione.
Sei la bellezza che vive nei miei occhi,
il desiderio del mio cuore,
la vita che è per sempre
nella mia anima.
Tu sei me, terra.
Non fosse stato per il mio essere,
tu stessa non saresti.
KAHLIL GIBRAN
venerdì 28 settembre 2007
"Che cos’è la vita?" Simposio filosofico svolto in classe V A e V B di Pianopoli

Classe V B
- La vita è un insieme di cose.
- E’ un cammino, e grazie ai cinque sensi scopriamo il mondo che ci circonda.
- Sul questo cammino c’è la libertà di scegliere.
- Ma non dobbiamo superare i nostri limiti.
- Possiamo perciò ragionare.
- Facciamo scelte che ci portano sulla via del bene.
- La vita è un cammino verso la felicità.
- Ma la felicità dobbiamo cercarla in noi stessi.
- E’ un tesoro.
- Cerchiamo la felicità perché non c’è.
- Nel nostro tempo soggettivo: dobbiamo viverlo con gioia così ci passa in fretta.
- La felicità però è molto difficile da trovare in noi stessi.
- Come possiamo trovare la felicità?
- Stando attenti in classe, divertendoci, inserendoci nel gruppo, comportandoci bene con gli altri.
- L’importante però è non avere tanti amici, vestiti, soldi giocattoli ecc..
- La cosa più importante è accontentarsi di ciò che si ha, il resto pian piano verrà.
- La vita è anche una cosa seria.
- Non dobbiamo perciò scherzarci su
- La vita ci è stata donata da Dio e non possiamo maltrattarla facendoci del male.
- Con droghe, alcool, fuma, cattiverie ecc…
- E se io decido di farmi male e di morire quando voglio?
- Allora è meglio che Dio non te l’avesse data la vita.
- La vita va utilizzata per dare un contributo all’umanità
- Per fare scoperte nuove
- Per dare un senso
- Se vivo per essere infelice che vita è?
- Perché viviamo dunque?
- Per aiutare gli altri
- Per costruire o distruggere
- Per uno scopo
- Per ascoltare la coscienza
- Per sposarsi
- Per avere figli
- Per lavorare
- Per amare
- Per morire
- Per crescere
- Per divertirsi
- La vita prima o poi però finisce
- Viviamo per morire
- Ma perché Dio ci ha creati se poi dobbiamo morire?
Classe V A
- E’ un tempo che scorre, in cui facciamo tante cose.
- Tanti anni diversi.
- Che bisogna trascorrere bene altrimenti non ha senso.
- La vita è una cosa seria.
- Che prima o poi finirà.
- Perciò bisogna trattarla bene.
- La vita non possiamo togliercela né sciuparla perché è un dono di Dio.
- Non abbiamo nessun diritto di trattarla male, e neanche quella degli altri.
- Se la trattiamo male Dio ci manda all’inferno.
- Non è Dio che ci manda all’inferno, siamo noi che scegliamo di andarci.
- Alcuni non danno un senso alla loro vita.
- Si drogano, si fanno del male, si suicidano.
- La vita è anche rabbia.
- Sono più i giorni tristi che quelli felici.
- E’ una lotta continua per sopravvivere e per raggiungere la felicità.
- E’ davvero difficile essere felici.
- L’obiettivo della vita è cercare di raggiungere la felicità.
- Perché se siamo tristi ci facciamo del male.
- Piangi e non risolvi niente.
- Che cos’è dunque la vita?
- La vita è un cambiamento
- Non è eterna e qualcuno muore giovane, qualcun altro vecchio
- La morte fa parte della vita.
- E’ un ciclo vitale.
- E non bisogna giocarci.
- I dottori allungano la vita dei malati attaccandoli ad una macchina. E giocano con la vita.
- E’ meglio morire in pace quando dobbiamo morire e non c’è più niente da fare.
- Perché viviamo dunque?
- Per dare un senso.
- Per imparare nuove cose.
- Per scoprire il mondo.
- Per costruire
- Per ricercare
- Per lasciare il mondo meglio di come lo abbiamo trovato.
- Per scoprire le ragioni che non sapevamo
- Per sentire
- Per tramandare ai posteri le nostre conoscenza e i posteri li tramanderanno agli altri posteri.
- Per aiutare gli altri.
- Per dormire
- Per giocare
- Per nutrirci.
- Per lavorare
- Ci nutriamo per vivere o viviamo per nutrirci? Lavoriamo per vivere o viviamo per lavorare?
lunedì 24 settembre 2007
"Concedi che io possa" poesia di TAGORE
per un momento al tuo fianco.
Le opere cui sto attendendo
potrò finirle più tardi.
Lontano dalla vista del tuo volto
non conosco né tregua né riposo
e il mio lavoro diventa
una pena senza fine
in un mare sconfinato di dolori.
Oggi l'estate è venuta alla mia finestra
con i suoi sussurri e sospiri,
le api fanno i menestrelli
alla corte del boschetto in fiore.
Ora è tempo di sedere tranquilli
a faccia a faccia con te
e di cantare la consacrazione della mia vita
in questa calma straripante e silenziosa.
Rabindranath Tagore
E’ il momento della consapevolezza, l’estate della vita, ossia di stare seduti ai bordi dell’anima. “Stare con” la realtà, offrendo tempo e presenza così tutto, dentro di noi, diventa silenzio che si fa religioso ascolto della realtà. Rendersi presente al reale è rendersi disponibili a Dio che si prende cura di noi, ed è in virtù di questa attitudine all’ascolto che la Sapienza penetra dappertutto e ci introduce nella comprensione del mondo. Il silenzio è di per sé preghiera, l’espressione più alta. Ascoltare le creature in perfetta pace con se stessi e con esse, dando a tutte il diritto di essere, rivela l’uomo a se stesso e non è lontano da Dio che, attraverso le sue creature, bussa costantemente alla porta del cuore. Poco per volta appare chiaro che Dio è fuori da ogni setta e da ogni comunità particolare. Ed è proprio questo interesse libero per le figure più rappresentative di tutte le grandi religioni che ci permette di capire Tagore. Come in campo poetico così in quello religioso preferì incamminarsi su un sentiero libero, lasciandosi guidare dal suo temperamento, alla ricerca di una religiosità congeniale a lui, di natura panteista che perciò nega il carattere personale di Dio e sbocca in una sorta di naturalismo religioso o immanenza. La sua vita religiosa ha seguito la stessa crescita della sua vita poetica, lo stesso percorso. “Concedi che io possa” è un inno all’amore totale, alla vita totale, ad un amore e ad una vita che comprendono e annullano ogni limite, sia pure quello della morte. Tagore dirà spesso di sentirsi come un viaggiatore senza meta e senza posa, alla ricerca dei luoghi, dei momenti che, più degli altri, favoriscono quelle emozioni, quelle sensazioni che fanno ritrovare vicine e unite persone diverse e lontane e permettono loro di vivere di una sola anima, di comporre un’unica armonia. Di questa immensità dice la poesia di Tagore, di un’infinita umanità si sente partecipe, di tutte le vite vive la sua. Nel caso di Tagore si può parlare di una filosofia, di una religione e vederne la provenienza nella cultura indiana senza per questo essere rinchiusa nell’Induismo inteso in senso tradizionale. Nei versi gli è riuscito meglio mostrarla estesa, nella “Comunità di Dio” diffusa in ogni parte del creato. La sua poesia è stata la maniera più congeniale per uno che cercava dappertutto: nelle piante, nelle acque, nelle nuvole, nel vento, in ogni elemento della natura, il segno di un pensiero, di un sentimento; che voleva rappresentare l’esistenza come unica e totale, comprensiva di realtà e idea, umano e divino.
Rabindranath Tagore
Nobel per la letteratura 1913
Rabindranath Tagore
Rabindranath Tagore è il nome anglicizzato di Rabíndranáth Thákhur (Calcutta, 6 maggio 1861 – Santiniketan, 7 agosto 1941) è stato uno scrittore, poeta, drammaturgo e filosofo indiano.. Mentre Gandhi, con la disobbedienza civile, organizzò il nazionalismo indiano sino a ricacciare in mare gli inglesi, Tagore si propose di conciliare e integrare Oriente ed Occidente. Opera difficile, cui egli era preparato dall'esempio di suo nonno che nel 1928, fondando il Sodalizio dei credenti in Dio, integrò il monoteismo cristiano ed il politeismo induista.. Figlio di un santo e ricco bramino, studiò nel Regno Unito ove anglicizzò il proprio cognome (Thakur). Tornato con la convinzione che gli inglesi san ben proteggere un'India bisognosa di protezione, egli si dedicò all'amministrazione delle sue terre e ad ogni forma d'arte. In liriche destinate al canto, in lavori teatrali ricchi d'intermezzi lirici, in novelle, memorie, saggi e conferenze Tagore affermò il proprio amore per la natura e per Dio, le proprie aspirazioni di fratellanza umana, la propria passione (anche erotica), l'attrattiva della fanciullezza.. Esercitò un enorme fascino anche sul mondo occidentale. Poeta, dunque, prosatore, drammaturgo, musicista e filosofo indiano, nacque a Calcutta nel 1861 e morì a Santi Niketan, Bolpur nel 1941. Profondo conoscitore della lingua inglese, tradusse in seguito le opere che prima aveva scritto in bengali. Fu il poeta della nuova India, moderna e indipendente, per la quale lottò non solo con le sue opere e con le sue iniziative di carattere sociale, ma anche con il suo fiero comportamento politico. Scrittore di brani musicali, si occupò della danza indiana e di pittura riscotendo notevole successo sia a New York che in Europa.E' soprattutto grande come poeta lirico, il cui pensiero, ispirato ad alti concetti filosofici e religiosi, lo pone tra i più grandi poeti mistici del mondo. Le più famose liriche gli valsero l'assegnazione del premio Nobel per la letteratura nel 1913.La poesia d'amore orientale presenta caratteristiche diverse da quelle con le quali la poesia occidentale esprime il sentimento d'amore. Pervasa di leggerezza, di distacco dalla soggettività, di ritualità ripetuta, evoca i vari momenti della vita nella visione spirituale che fonde sacro e profano, spirito e carne, Dio e uomo.Mistico, saggio, veggente, per il poeta orientale l'Amore coinvolge tutto l'essere umano ponendolo in relazione a Dio. Amore non solo come sentimento, quindi, ma realtà completa di tutto l'uomo che, permeandolo e avvolgendolo, lo supera e lo trasporta oltre ogni barriera tra l'umano e il divino, in una fusione intensa eppur sottile, energia che muove il cosmo. Perciò si può ben comprendere come Tagore, il grande maestro bengalese, veda nel rapporto Amato-Amante la più completa esperienza di realizzazione dell'uomo. Esperienza che, anche nel momento più buio di tale rapporto, come l'abbandono, la perdita che nulla può colmare, nella sua poesia viene illuminata dalla visione di fede. Nella casa del poeta a Jorasanko era vissuta sin dall'età di otto anni, secondo il costume indiano per le spose, Kadambari, la cognata, donna di grande cultura e bellezza. Gli era cresciuta vicino ed era la sua compagna di giochi. Si suicidò quando il poeta, obbedendo all'imposizione del padre, accettò di trasferirsi in un'altra abitazione. Gesto disperato e provocatorio, del tutto incomprensibile per la mentalità e la religiosità induista. Per tutta la vita il poeta porterà il dolore e il rimpianto di questa perdita, sentendosene responsabile. La moglie Mrnalini, pazientemente gli rimane accanto con semplicità donandogli cinque figli. Muore a ventinove anni. Una serie di lutti da questo momento segna profondamente l'esistenza del grande sognatore: muoiono due figli piccoli, il padre ed il segretario, amato come un famigliare. Dalla personale esperienza d'amore e di dolore Tagore lascia sgorgare le stupende liriche che hanno nutrito la mente ed il cuore di generazioni di lettori, anche occidentali. Leggendo le poesie di Tagore si trovano continui riferimenti alla cultura, alle tradizioni ed ai costumi orientali, particolarmente indiani. Nelle sue poesie si "odono" tintinnare i braccialetti, si "vedono" le donne attingere acqua al pozzo e il viandante stanco ed assetato venire sulla strada polverosa. In una sinfonia di immagini ecco le tartarughe scaldarsi al sole sulla spiaggia, alberi dai nomi esotici, fiori intrecciati a formare ghirlande posti al collo dell'ospite gradito e desiderato; gli elementi naturali, come le onde del mare e la luce lunare, accarezzare l'essere amato… Si "vivono" i momenti di tempo sospeso in attesa del monsone o in ascolto delle voci della natura e del cuore mentre si sta appoggiati all'uscio di casa. Piccoli grandi momenti della vita quotidiana… soffusi di armonia nella poesia intensamente appassionata eppur così delicata di Rabindranath Tagore. L'amore, come si è detto, per Tagore non è solo sentimento, ma Persona, è Dio stesso e a Lui, l'Amante eterno, che incessantemente chiama a sé uomini e donne da ogni sconfinata solitudine, è non solo possibile, ma giusto chiedere sollievo, è naturale ricevere conforto, è infinita e assoluta realtà senza la quale la vita non avrebbe alcun senso.
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DANIEL DE FOE "Robinson Crusoe
“Che strana opera della Provvidenza dell’uomo! ….Io che avevo un unico motivo di rammarico e cioè la lontananza dal consorzio umano; io, che mi lamentavo d’esser solo, circondato dall’oceano infinito, perfettamente isolato dal mondo e condannato ad una vita silenziosa; io che il Cielo forse non credeva degno di far parte del genere umano; io che avrei creduto di resuscitare a nuova vita, se avessi incontrato un mio simile, e avrei considerato, questa grazia come una suprema benedizione di salvezza inviatami dal Cielo, io tremavo ora al solo pensiero d’incontrarmi con un altro uomo, e avrei preferito inabissarmi, piuttosto che vedere la sola ombra o la prova silenziosa della presenza d’un altro individuo sul suolo che calpestavo. Tale è l’incontentabilità del genere umano…Riflettei che se Dio giusto e onnipotente aveva creduto bene di punirmi, egli poteva anche salvarmi, e se non credeva di farlo io avevo l’assoluto dovere di rassegnarmi completamente alla sua volontà….rivolgergli le mie preghiere e attendere pazientemente…
DANIEL DE FOE
***
L’isola è separata dal resto del mondo. E’ un cosmo a sé. Sull’isola le lancette dell’orologio scorrono a modo loro. L’isola non si attiene a orari ma a stagioni, e il tempo a bassa e alta marea. Sull’isola si vive in sintonia con la natura, si scopre se stesso avulso dalla società, un Io che in sé infuria e riposa. A volte però l’isola è metafora della disperazione, di prigionia a prova di evasione. La fuga dal mondo diventa una sciagura se si dimentica il biglietto di ritorno. Ma la prima cosa che fa Robinson Crusoe, dopo essersi messo in salvo, è costruire una fortificazione di palizzate perché lui è un ottimista e, ad ogni circostanza sfortunata, riesce a contrapporre un’argomentazione confortante, secondo il metodo per eccellenza del contraddire (antirrhesis) che ha lo scopo di eliminare ciò che turba, adottato da molti monaci orientali. La sua disgrazia non gli impedisce di agire. Intraprende la lotta per la sopravvivenza, come una rana caduta nel vaso della panna. Si crea una famiglia di animali, addirittura un hobby per il tempo libero e una routine di lavoro. Vince l’isolamento non combattendolo, ma accettandolo e dandogli un senso. Si costruisce un nuovo sistema di valori, adeguato alla situazione tanto che dice di sé “ ero il signore di tutto quel territorio e potevo eleggermi re e imperatore dell’intera isola”. Il naufragio gli appare, dopo la lettura della Bibbia che aveva trovato sulla nave, frutto di un disegno divino per sottrarsi dall’influsso negativo della società e potersi redimere. Coltiva la sua solitudine per trarne forza e un nuovo Sé. Vince il suo isolamento procedendo verso la trascendenza tanto che, quando Robinson arriva in Europa, dichiara di sentirsi meno sicuro tra la "gente civile" e molto meno felice di quando viveva sull'isola, nonostante le peripezie e la terribile solitudine. Ciò dimostra che l’essere umano non ha soltanto un’indole sociale e le relazioni non sono l’unica panacea. L’essere umano non è solo pane ed orgasmo ma è molto di più e vuole di più. In solitudine l’uomo si abbandona al silenzio cosmico e abbraccia l’eternità come ci hanno dimostrato Buddha, Gesù, i Padri del deserto, Rousseau, Nietzsche, Wittgenstein ed altri che hanno ritrovato un tesoro spirituale nel silenzio, con lo stupore su un viso sereno. Nell'affrontare la natura, che non sempre gli è favorevole, Robinson si pone i grossi problemi dell'anima, dell'essere e del non essere, della vanità del mondo e del valore della meditazione e della solitudine. Robinson, per trascorrere il tempo, mette su carta il male e il bene della sua posizione, concludendo che il bene è superiore al male.. Con il suo romanzo Defoe riesce a cogliere, come motivo universale, il problema dell'uomo solo, davanti alla natura e a Dio, nobilitandolo con la ragione che può, secondo i ricordi cristiani o biblici della creazione, dargli il dominio sulle cose. Il carattere di Robinson a volte ci appare piatto e un po' calcolatore forse perché manca della spontaneità e delle emozioni di Venerdì., archetipo del buon selvaggio il quale fu preso a modello dallo stesso Jean-Jacques Rousseau a cui ispirò in parte le teorie pedagogiche dell'Emilio. Il romanzo prende ispirazione da un fatto vero accaduto ad un certo Alexander Selkirk che aveva trascorso quattro anni e quattro mesi su un'isola deserta in solitudine. Robinson Crusoe, pubblicato nel 1719, è considerato il capostipite del moderno romanzo d'avventura.. Daniel Defoe nacque in un sobborgo londinese, nei pressi di Cripplegate.; Daniel modificò il proprio cognome da "Foe" al più aristocratico "Defoe" Defoe non era in realtà interessato a creare o sviluppare il romanzo a fini letterari. Egli era soprattutto un giornalista e un saggista: quando scrive il suo capolavoro, il Robinson, aveva già 58 anni. Inoltre, pubblicò i suoi romanzi cercando, in generale, di farli passare per storie vere (memoriali e autobiografie) per renderli più appetibili al pubblico dell'epoca (non si deve dimenticare che il motivo principale per cui Defoe scriveva era, a quanto pare, la necessità di pagare i propri debiti).
"Chi sono io?" Simposio filosofico svolto in classe dagli alunni di V A e V B di Pianopoli

CLASSE V A
Chi sono io?
- Una persona.
- Un essere umano che non può far del male ad un altro essere umano.
- Anch’io sono d’accordo con lui perché siamo tutti uguali.
- Non importa se siamo diversi, siamo tutti persone
- Abbiamo le stesse caratteristiche
- Bisogna rispettare le diversità
- Anche se una persona è di pelle scura, ha il linguaggio, di un altro continente, noi lo dobbiamo accogliere ed aiutare
- Siamo tutti fratelli
- Abbiamo gli stessi sentimenti.
- Non dobbiamo perciò ferire i sentimenti degli altri
- Dipende perché ci sono persone che non provano sentimenti buoni per i loro cari, oppure quelli che rubano e uccidono
- Nel loro cuore c’è gelosia e tante altri brutti sentimenti come l’odio.
- Dobbiamo amarci.
- Dentro l’amore non c’è posto per i pettegolezzi
- Dentro l’amore c’è solo il bene e non il male.
- Quando tu fai del bene provi gioia e la gioia è saggezza
- Dov’è non c’è saggezza c’è male e tristezza
- Dobbiamo aiutare chi è triste
- Il saggio fa una scelta
- Aiutando gli altri io faccio una scelta
Chi sono io, dunque?
- Una persona che può scegliere
- Ma bisogna saper scegliere
- Scegliere dipende dalla nostra intelligenza.
- L’intelligenza sceglie con la propria libertà
- Io sono libero di scegliere
- Libertà di scegliere "quasi" tutto...
- Perchè hai detto quasi?
- Perché quando una persona è saggia non sceglie di fare le cattiverie.
- Allora che libertà è se c’è quel “quasi”? La libertà dovrebbe essere libera.
- La libertà invece ha dei limiti.
- Ognuno ha la sua libertà
- Se io uso la mia libertà per picchiare gli altri
- Gli altri usano la loro per picchiare me
- Tutti e due escono dai limiti della libertà ed invadono la libertà dell'altro
- La libertà non esiste perché se esistesse farei tutto ciò che mi gira, agli altri
- La libertà del bene, dato che non ha la cattiveria, può avere tutta la libertà che vuole
- La libertà della bontà, dunque.
- La libertà del male ha i limiti e non ci può essere libertà del male
- Dove non c’è nessun quasi.
- La libertà della bontà sta al suo posto.
- La libertà deve finire dove comincia quella dell’altro.
- La libertà della bontà si può condividere
- La bontà alimenta la bontà, il male alimenta il male
- La libertà della bontà sta dentro di noi.
- Nella coscienza.
- Conclusione
Chi sono io?
Sono una persona che ha delle caratteristiche diverse ma che può fare delle scelte di libertà.
Classe VB
DOMANDA:
Chi sono io?
- Un essere umano
- Che sa fare tante cose
- Con i propri difetti
- In base ai suoi giudizi e pregiudizi.
- Ognuno prende la sua strada
- Siamo unici
- Con cellule diverse
- Neanche i gemelli sono uguali.
- Noi siamo simili agli animali ma non ci comportiamo come loro.
- Gli animali non hanno una coscienza, noi sì
- Noi però uccidiamo gli animali
- Noi abbiamo il linguaggio loro no
- Noi abbiamo la ragione
- Quindi basta parlare e ragionare per non essere animali?
- Non solo
- Degli animali abbiamo uguali le caratteristiche fisiche
- La scienza dice che siamo nati dalle scimmie
- La chiesa no
- La scienza è contro la chiesa e la chiesa è contro la scienza ?
- No, se ambedue collaborano per il bene dell’umanità.
- Noi siamo diversi dalle scimmie perché noi possiamo fare delle scelte, perché pensiamo
- La coscienza viene da Dio
- Senza la coscienza faremmo tutto ciò che ci pare come delle scimmie, la coscienza ci fa andare a scuola
- Ci fa fare delle scelte nella vita.
- Ognuno decide di fumare o di non fumare
- Ci sono cose giuste e cose sbagliate e non sempre si può fare ciò che si vuole
- Ognuno ha la sua libertà di scegliere
- La vita è nostra e la viviamo in libertà
- La gestiamo come vogliamo
- Non è vero, perché dobbiamo fare le scelte giuste
- Siamo noi stessi che decidiamo di fare anche le cose sbagliate
- Ci facciamo trascinare e non è più libertà questa
- La libertà vera è quando decidiamo da soli
- Quindi anche se gli altri non ti trascinano tu puoi decidere di fare del male perché vuoi essere libero?
- I genitori ci costringono per il nostro bene
- Ci sono le regole da rispettare in ogni ambiente
- Che libertà è con i limiti ?
- La libertà finisce con i limiti
- Finisce quando ci dobbiamo fermare
- Perché se li superiamo finiamo nella malasorte
- Cioè comincia il male perché si crea il non rispetto.
- La libertà si ferma dove le regole ci permettono di arrivare
- Cioè dove ha incontrato la libertà dell’altro
- La libertà ha dunque degli spazi limitati.
- La libertà vera sta dentro di noi.
-
venerdì 21 settembre 2007
John Donne "Nessun uomo è un'isola"
completo in se stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.
Se anche solo una zolla
venisse lavata via dal mare,
l'Europa ne sarebbe diminuita,
come se le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare
una dimora di amici tuoi,
o la tua stessa casa.
La morte di qualsiasi uomo
mi sminuisce,
perché io sono parte dell'umanità.
E dunque non chiedere mai
per chi suona la campana:
Essa suona per te. (J.Donne)
Celeberrimi sono questi versi di Nessun uomo è un'isola contenuti in Meditation XVII e citati da Ernest Hemingway in Per chi suona la campana e da Nick Hornby in Un ragazzo (About a Boy). Nella poesia è forte il senso di appartenenza all’umanità, forgiato dai vari tragici distacchi avvenuti nella sua esistenza. A volte però il distacco più fertile è proprio l’esilio su quell’isola, dove l’Io assorbe linfa vitale per la consapevolezza di tutte le debolezze dell’animo umano, che partono da una psicologia del “profondo” e, nell’affanno del loro solitario e silenzioso orizzonte di presenza, s’innalzano verso la volontà “dell’altezza” ricca di significati a vantaggio dell’amore universale. Infatti poi tutti abbiamo bisogno dell’affetto degli altri e gli altri del nostro affetto e del nostro sostegno. “Anche se non ce ne accorgiamo, gli altri cercano di avvicinarsi a noi come le radici di sequoia si allungano verso quelle degli altri alberi della foresta. Dobbiamo a nostra volta tendere verso gli altri e sostenerli nel loro progresso, poiché noi siamo veramente loro fratelli e sorelle. Forse che tutti non andiamo meglio quando siamo appoggiati, sostenuti e amati dai nostri familiari e amici? Anche gli alberi crescono meglio quando crescono insieme nei boschi. Crescono più alti, più diritti, più forti e producono legname migliore. Quando un albero cresce isolato, sviluppa troppi rami. Questi rami contengono nodi che possono indebolire l'albero e sminuire il valore del legname. L'intreccio degli altri ci sostiene per tutta la vita.”
Sempre in oscillazione tra natura raziocinante e appassionata poetica visionaria, in bilico tra nuova scienza, Rinascimento e Riforma, tra cattolicesimo e protestantesimo, amore umano e amore divino, l’arte di Donne è tesa a risolvere dialetticamente, con la forza dei suoi versi, il proprio e altrui conflitto intellettuale e morale nonché a creare immagini assimilate attraverso la scienza, la filosofia e la teologia filtrate attraverso l’osservazione della realtà quotidiana. In questo senso, particolarmente alta risulta la sua capacità di concentrare con un linguaggio talvolta aspro ed attraverso brevi, laconici procedimenti analogici citazioni letterarie e bibliche, immagini assimilate attraverso la scienza, la filosofia e la teologia filtrate attraverso l'osservazione della realtà quotidiana. La sua poesia metafisica si nutre di una vasta e smisurata visione del mondo e di una riflessione che incrocia le coordinate della fantasia e dei sentimenti nella ricerca di valori estetici fatti di simboli riferibili alla realtà profonda dell’essere, oltre il visibile e il sensibile, per toccare la sostanza trascendente ed immutabile delle cose ( natura, storia, società, uomini). Donne rende la poetica filosofia e filosofica la poesia tale da portarla ad una altezza superiore che la rende nobile anche in un mondo di volgarità qual è quello attuale, con la conseguente svalutazione delle esperienze che può offrire. La sonorità della parola crea una sensazione di infinito e di eterno, oltre le impressioni sensibili, per penetrare nella profondità del reale con uno sforzo di cultura, sensibilità e sintesi concettuale e simbolica. Le sue meditazioni sono concatenate sulla decadenza e disgregazione dell’universo e sul destino dell’anima in questo mondo e nell’aldilà. Manca in Donne l'omogeneità metrica fra un componimento e l'altro: ciascuna poesia raggiunge autonomamente una propria specifica, irripetibile saldatura di forma e contenuto, in perfetta simmetria con la pluralità (di soggetti ed oggetti, e di relazioni tra essi) È lo stesso Donne, in una lettera del 1619, a distanziare drasticamente il sé attuale, l'influente predicatore Dr. Donne, dal brillante e libertino Jack Donne, autore di poesie profane ed di un'immorale difesa del suicidio (Biathanatos). La scrittura del secondo Donne si fonda su premesse che, smentendo il primato dell'apparire sull'essere, caratteristico della tradizione aristocratica, fanno dell'interiorità un valore assoluto. In realtà la ricerca poetica di Donne nel suo insieme implica una progressione ragionevolmente lineare e graduale: dall'atteggiamento libertino alla celebrazione dell'amore, poi alla sua assolutizzazione e privatizzazione con conseguente svalutazione del mondo e delle altre esperienze che esso può offrire, sino a reincludervi l'amore stesso arrivando dove lo scetticismo sconfina del misticismo. Tutti gli elementi che s'indicano come tipicamente metafisici sono presenti anche nella poesia sacra, dove l'io spesso interpella Dio esattamente nei medesimi modi e con gli stessi toni diretti e bruschi che caratterizzano il rivolgersi dell'amante all'amata E se i Songs and Sonnets più tardi – ad esempio The Canonization – fanno dell'amore una religione, gli Holy Sonnets (Sonetti Sacri) pongono Dio come l'Altro di un vero e proprio rapporto d'amore.
John Donne, pron. Dùn (Londra, 1572 - 31 marzo 1631) è stato uno dei maggiori autori inglesi di poesia metafisica. Fu anche un prete e scrisse sermoni e poemi di carattere religioso, traduzioni latine, epigrammi, elegie, canzoni e sonetti. Cresciuto in una famiglia che professava il cattolicesimo, Donne studiò dal 1584 a Oxford e, successivamente, a Cambridge; viaggiò per l'Europa. Ritornato in patria, divenne segretario del barone Ellesmere Egerton, di cui sposò clandestinamente nel 1601 la nipote Anne More. Le nozze clandestine con Anne More non giovarono alla sua reputazione, cosa questa che influenzerà notevolmente la sua successiva produzione letteraria. Contestualmente, si avvicinò all'anglicanesimo affrontando da un punto di vista differente dubbi e tematiche politico-sociali, ma anche scientifiche e filosofiche, del suo tempo. Tra mille difficoltà finanziarie, sull'orlo della disperazione (e forse anche del suicidio), sebbene fosse ormai diventato un predicatore affermato (molti suoi lavori saranno raccolti nel 1624 nelle sue Devotions) e per due volte (1601 e 1614) membro del parlamento, prese i voti e fu ordinato decano della chiesa anglicana dal re Giacomo I d'Inghilterra. Dal 1617, anno in cui morì la moglie, la sua poesia si farà sempre più cupa, privilegiando temi funerei e pessimistiche considerazioni esistenziali.
"AMICIZIA" Kahlil Gibran
Io e te... dividiamo la vita. "Gibran Kahlil
Cos'è per te un amico,
perché tu debba cercarlo
per ammazzare il tempo?
Cercalo sempre per vivere il tempo.
Deve colmare infatti le tue necessità,
non il tuo vuoto.
E nella dolcezza dell'amicizia
ci siano risate,
e condivisione di momenti gioiosi.
poiché nella rugiada
delle piccole cose
il cuore trova il suo mattino
e si rinfresca.
Kahlil Gibran
“E un adolescente disse: Parlaci dell'Amicizia. E lui rispose dicendo: Il vostro amico è il vostro bisogno saziato. E' il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza. E' la vostra mensa e il vostro focolare. Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace. Quando l'amico vi confida il suo pensiero, non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo. E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore: Nell'amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa nasce in silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia. Quando vi separate dall'amico non rattristatevi: La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate, come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura. E non vi sia nell'amicizia altro scopo che l'approfondimento dello spirito. Poiché l'amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del proprio mistero non è amore, ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano. E il meglio di voi sia per l'amico vostro. Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea, fate che ne conosca anche la piena. Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte? Cercatelo sempre nelle ore di vita. Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto. E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell'amicizia. Poiché nella rugiada delle piccole cose il cuore ritrova il suo mattino e si ristora”
Amicizia, dunque, libera da affetti disordinati pretenziosi verso l’altro, per innalzarsi in ispirito sopra se stessi e godere di un’amicizia rivelazione che va oltre l’intesa del dire, tale da comprendere anche ciò che non si è detto. Amicizia che colma il bisogno di scoprire chi siamo nel cammino della vita e non il vuoto dei giorni, che si traduce in consapevole presenza viva spirituale, per sempre.
Non sono né un artista né un poeta.Ho trascorso i miei giorni scrivendo e dipingendo,ma non sono in sintonia con i miei giorni e le mie notti.Sono una nube,una nube che si confonde con gli oggetti,ma ad essi mai si unisce.Sono una nube,e nella nube è la mia solitudine,la mia fame e la mia sete.La calamità è che la nube, la mia realtà,anela di udire qualcun altro che dica:<
“Amo gli esseri umani più che mai ma non mi avvicino a loro. Sono sempre alla ricerca di qualcosa perciò non sono una vera compagnia per gli uomini. C’è una solitudine in ogni uomo per arrivare ad una piena consapevolezza di Dio”. Da qui scaturisce il suo grande poema “Il Profeta” nel quale il protagonista Almustafa ( l’eletto) prima di partire dalla città, dove ha vissuto per dodici anni, lascia come testamento le risposte ai suoi fedeli sui temi più importanti della dell’esistenza umana come l’amore, l’amicizia, la conoscenza, i figli, il matrimonio e Dio. In quella città vaga tra la gente un uomo che ama tutti e ne è amato ma intorno a lui vibra un’aurea di solitudine. Lo amano ma non entrano mai in intimità con lui. Un giorno una nave parte per portarlo via e, proprio sul punto di perderlo acquistano piena consapevolezza di ciò che egli rappresenti nella loro vita e si affollano tutti sulla riva. Nel Profeta, come altrove, il dualismo, la bipolarità, si traducono nell’abbinamento di coppie tematiche contrapposte ed ogni tema si svolge per paradossi, opposizioni e parallelismi in cui il poeta fa vibrare l’eco della parola “ma” che gli appare la più significativa tra quelle pronunciate da Gesù”Ma io vi dico” per rendere il suo linguaggio un messaggio traducibile all’interno di ogni confessione religiosa. “Metà di quel che dico non ha senso ma lo dico perché l’altra metà possa raggiungervi” Ed è proprio questo che rende così affascinante la lettura di Gibran, ricca e complessa, fatta di cristianesimo ma anche di induismo e islamismo per la cui “unità” trascendente delle religioni” si perviene all’illuminazione sull’unicità dell’esistenza che comprende in sé tutti gli stati dell’essere. I testi di Gibran, sempre ambigui, si prestano a mille possibilità interpretative per un’apertura completa a un Dio senza nome e a tutti i suoi possibili nomi.
mercoledì 19 settembre 2007
JUAN RAMON JIMENEZ .: Poesia " Io non sono io"

Io non sono io.
Sono colui
che cammina accanto a me
senza che io lo veda;
che, a volte, sto per vedere
e che, a volte, dimentico.
Colui che tace sereno
quando parlo,
colui che perdona, dolce, quando odio,
colui che passeggia là dove non sono,
colui che resterà qui quando morirò.
Da Eternidades
Chi c’è dentro di noi? Chi mettiamo dietro, a fianco, davanti, sopra e sotto di noi? Dov’ è la nostra anima quando non siamo presenti nell’attimo? Cosa vorremmo veramente dire quando ci nascondiamo dietro le parole? Come stiamo decidendo chi voler essere? Cosa gli altri ricorderanno di noi quando moriremo, un Nome o ci dimenticheranno presto? “Io non sono io”. Un poeta che vuole “uscire da sé”. Ansia di eternità come il poeta stesso definì la sua opera riferendosi a quel vivo desiderio quasi ossessione di identificarsi con il bello dell’oggetto contemplato per essere libero come lui, al di fuori del tempo e della natura dell’uomo. La sua poesia si distingue per la squisita delicatezza del sentimento al fine di raggiungere la “purezza” intesa come astrazione delle realtà corporee che riflette sulla solitudine e sofferenza. Da principio il poeta non ha che vagamente il senso del nulla che lo circonda e le cose appaiono in una luce melanconica, irrimediabilmente perdute, eliminando in partenza il rapporto intimo e profondo con esse:il nulla è incapace di elevarsi alla contemplazione del mondo. Conquistato poi l’amore che gli mancava, grazie alla moglie Zenobia, si distacca dal nulla per raggiungere quella stagione totale, piena, al limite di quell’assoluto in cui potrà raccogliere il frutto della sua fede. Scopo della sua vita e della sua poesia diviene quello di cantare se stesso, fino a trovare poi il modo di andare aoltre la sua oggettività per rendere oggettiva la sua soggettività, liberando così la sua esistenza limitata dall’incubo della morte, a favore dell’eternità. Jimenez intravede nella bellezza d’animo, che sa cogliere il bello in ogni cosa, quella luce intesa come coinvolgimento emotivo spirituale che porta alla gioia, per la quale si possono sublimare i propri sentimenti quotidiani e che fa della nostra vita un capolavoro. Il suo fu, dunque, un continuo anelito di anni verso la latitudine spirituale” Chi canta la bellezza, anche solo in mezzo al deserto, avrà un pubblico” dice Gibran. Quel pubblico è l’ Io che si congiunge all’universo visto con occhi nuovi che ci porterà a scoprire in noi stessi la presenza di Dio. Il tema della morte così ricorrente nella poesia di Jimenez, sta a significare la fugacità dell’uomo. Ma l’attardarsi è anche un tentativo per comprenderla ed accettarla. Questa poesia nasce dallo sdoppiamento dell’Io, dalla lacerazione dell’essere che non vuole rinunciare a niente ed implica la necessità di risolversi per potersi poi relazionare col mondo intero. Chi sono io? Sono un animale perchè respiro, mangio, posso riprodurmi come tutti gli animali. Le piante non si riproducono anche loro? L’uomo può decidere di non mangiare? L’uomo vive soltanto per respirare, nutrirsi e riprodursi? Una volta eravamo scimmie. Le scimmie di oggi diventeranno uomini? Mi posso sposare con una scimmia? Sappiamo davvero ciò che c’era milioni di anni fa?No, io non sono un animale perché sono intelligente. Sono sempre intelligente? Basta essere intelligente per non essere un animale? Se uno non è intelligente allora è un animale? Gli animali non parlano io sì. Siamo più umani se chiacchieriamo tanto? E un bimbo nella pancia della mamma lui è un animale? Gli uomini costruiscono il mondo. E quando lo distruggono?Quando muoio mi seppelliranno. Questo rende la mia morte diversa da quella di un animale? Quindi lasciare il proprio corpo alla scienza non è umano? Chi sono io? “A volte ti vedi piccolo ed inutile, altre sembra che il mondo non possa fare a meno di te. Per alcuni diventi la persona più importante della loro vita, per altri persino un fastidio a vedersi, brillante o addirittura squallida. Si vive nei continui contrasti; gli altri ti danno cento volti ed infine, ti ritrovi ad avere anche cento cuori e li sfrutti tutti per come ti rende comodo. Sei docile con chi è docile, aggressivo e ti difendi con ti assale; profondo, se hai il mare davanti, superficiale se non ti serve scendere con chi non ne ha voglia. Ognuno ti conosce per ciò che hai trasmesso di te, riflesso nello specchio del volto che hai davanti. E la gente si meraviglia quando sente dare un giudizio su di te che non corrisponde al suo. Ma è così. Non c’è mai una fine perché la verità non sta in un solo volto né in un cuore solamente. La verità è ciò che provi in quell’attimo davanti a te stesso e gli attimi non finiscono mai. Neanche tu lo sai come potresti reagire in una situazione nuova e nessuno saprà giudicarti mai in nessun tempo.””tratto dal romanzo “Un vuoto da decidere”. Scelgo ciò che sono per sfuggire a me stesso, per essere semplice spettatore della vita o aprirmi al mondo, capirlo e fare delle scelte importanti per il mio bene e quello della collettività? Una cosa è certa faccio parte del grande cerchio della vita, ho la consapevolezza di essere mortale e mi assumo delle responsabilità pur avendo gli stessi bisogni degli animali. Ho libertà di scegliere ma la libertà “buona” non ha confini, la libertà “cattiva” sì perché ci rende schiavi delle nostre paure. Jimenez nasce a MGUER, Andalusia, nel 1881. Nel 1956 viene insignito del premio Nobel per la letteratura. Esiliato dalla Spagna da generale Franco, allo scoppio della guerra civile, visse a lungo negli Stati Uniti, a Cuba e a Puerto Rico. Le principali raccolte delle sue poesie sono: anima di violetta, Arie tristi, Giardini lontani. Dimenticanze. L’opera più nota è forse Platero e io, tutte scritte dal 1900 al 1917. Muore a San Juan de Puerto Rico nel 1958. Il romanticismo domina la prima parte della poesia di Jiménez. In Arias tristes vi è una immagine di grande dolcezza e di mesta elegia che si farà sentire in tutto il primo Jiménez. In Arias tristes il poeta elabora un lessico ristretto che costituisce un paradigma di simboli intorno alle immagini della notte, della luna, del giardino.,La comunione con la natura si fa sentire nella percezione magica di un tempo che non ha tempo, di uno spazio lontano, quello del villaggio e quindi quello di una infanzia salvatrice. Nei suoi paesaggi risuonano le cadenze della poesia di Verlaine con il ritmo di una solitudine crepuscolare. Ma in Eternidades il poeta esordisce dichiarando il proprio disaccordo con tutta la sua precedente poesia troppo soffocata dalle immagini. In Eternidades e nelle raccolte successive, Piedra y cielo, Poesia e Bellezza, la parola acquisisce maggiore arricchimento e diventa sempre più profonda nel significato per la conoscenza delle cose designate al di là della loro apparenza. Il punto di arrivo della ricerca di Jimenèz si trova in La estacìon total. Ora, anche la morte, come fine del tempo, acquista un senso positivo e il poeta impara il linguaggio dell'universo nelle manifestazioni della natura accettando così l'ascendenza platonica e romantica. La poesia di Jiménez segue un percorso ben preciso che va dal simbolismo ai miti della perfezione formale passando dalla musicalità esteriore ad una musica sottile che nasce dall'interno. Vladimir Weidlé definisce la poesia di Jimènez "Mistero in piena luce" e la definizione è perfetta per disegnare i contorni di una poesia tesa tra intelligenza e passione, tra estasi e domanda, tra natura e spirito. Una poesia che ha il valore di simbolo nel paesaggio così diverso della lirica novecentesca, la lirica di un solitario, instancabile ricercatore di emozioni.
sabato 15 settembre 2007
FILO-SOPHINI si nasce: Poesia "Solleviamoci, è ora"
I GIOVANI SONO GIOVANI
I giovani sono belli. Tu li ami, Gesù.I giovani sono ribelli. Tu li ami.A giovani sono strani. Tu li ami.E giovani si perdono. Tu li vai a cercare.I giovani se ne vanno lontano. Tu li aspetti.I giovani amano. Tu vivi nel loro amore.I giovani sono confusi nell'amore. Tu hai compassione.I giovani sparano cavolate. Tu dici... "cresceranno".I giovani hanno immense potenzialità. Tu ne favorisci lo sviluppo.I giovani sono infantili. Tu non li condanni.I giovani hanno dentro ogni vocazione. Tu li chiami.I giovani ti offendono. Tu li perdoni.I giovani hanno le ali. Tu gli offri l'azzurro dell'immenso cielo.I giovani ti abbandonano. Tu vai a morire da solo.I giovani si drogano, bevono, fanno sesso.
Tu pazienti e proponi una vita esigente.I giovani fanno compromessi. Tu li inviti alla radícalìtà.I giovani sono provocatori. Tu mantieni la calma.I giovani vanno fuori di testa. Tu mantieni l'equilibrio.I giovani sono menefreghisti. Tu ti interessi di loro.I giovani sono entusiasti. Tu apri loro le vie dell'universo.I giovani perdono tempo. Tu li apri all'eterno senza tempo.I giovani fanno peccati. E tu non scagli la pietra.I giovani sono gioia. Tu la moltiplichi nel loro cuore.I giovani cantano, ballano, sono musica. Tu sei la loro danza.I giovani sbagliano. Tu li capisci.I giovani sono GIOVANI. Tu sei il loro Dio Giovane.I giovani: Tu fissi il tuo sguardo d'amore su ogni generazione e Li ami.E io, Signore? E noi...?
Don Giosy Cento
“SIGNORE, HO IL TEMPO"Michel Quoist
Una vita segnata da un forte senso di ricerca interiore, dalla genuinità della sua fede e da una continua attenzione all’uomo e alla sua storia.
«Sono uscito, Signore, fuori la gente usciva. Camminavano e correvano tutti. Correvano per non perdere tempo, correvano dietro al tempo, per riprendere il tempo, per guadagnare tempo! "Arrivederci, signore, scusi, non ho il tempo. Ripasserò, non posso attendere, non ho il tempo. Termino questa lettera perché non ho il tempo. Avrei voluto aiutarla, ma non ho il tempo. Non posso accettare, per mancanza di tempo. Non posso riflettere, leggere, sono sovraccarico, non ho il tempo". Vorrei pregare, ma non ho il tempo…Tu, che sei fuori del tempo, sorridi, o Signore, nel vederci lottare con esso, e Tu sai quello che fai! Signore, ho tempo, ho tutto il tempo che Tu mi dai: gli anni della mia vita, le giornate dei miei anni, le ore delle mie giornate, sono tutti miei. A me spetta riempirli, serenamente, con calma per offrirTeli… Non Ti chiedo, oggi, o Signore, il tempo di fare questo e poi ancora quello; Ti chiedo la grazia di fare coscienziosamente nel tempo che Tu mi dai, quello che Tu vuoi che io faccia» M. QUOIST
Come scrisse egli stesso: «Per chiunque e in qualunque circostanza è sempre possibile incontrare Dio: basta anche dedicarGli “dieci minuti”». Il tempo purtroppo ci domina, è burocratizzato e capitalizzato. I superattivi, dominati dall’orario e dal rendimento; questi agitati, paurosi di non fare mai abbastanza e di non essere mai abbastanza importanti: in realtà essi non vivono! La smania del fare è uno dei più potenti fattori di distruzione della vita spirituale e della meditazione. Troppo spesso l'uomo moderno si trascina perchè non ha più la possibilità, o non la sa più trovare, di fermarsi. Poiché vi ha sempre rinunciato, egli non osa neppure più raccogliersi, perchè si troverebbe brutalmente messo di fronte a responsabilità che gli fanno paura. Correre gli dà l'impressione di vivere. In effetti egli si stordisce, fugge a se stesso e si condanna alla vita istintiva. Non è più uomo! Ha ridotto lo spazio per un ascolto autentico e non ha più nostalgia e rimorsi. Come bloccare questa febbre della vita moderna? Come vivere? Accettare di fermarsi è il primo atto che potrà permettergli di restituirsi a se stesso. Vivere in uno stato di consapevolezza abitando il presente per acuire il proprio sentire, verbo dell’attenzione cosciente, ed essere al centro dell’agire. Imparare a prendere il tempo necessario in un rapporto di amicizia con le cose che ci circondano, proprio come Robinson Crusoe nella sua solitaria permanenza sull’isola, “fuori dal tempo”; educarsi alla calma e al giusto distacco, incontrare il proprio corpo e ascoltare gli altri che hanno bisogno di essere amati quando nessuno si accorge più della loro solitudine. Chi non sa vivere il minuto, perde l’ora, il giorno, la vita. Se si ha paura di fermarsi, è perchè si ha paura di incontrarsi, forse perchè non si è più in intimità con se stessi, temendo i propri rimproveri e le proprie esigenze. L’uomo non può colmare il vuoto cercando il chiasso, un giornale, una conversazione, una presenza... Non può attendere che Dio lo fermi per prendere coscienza che esiste. Sarebbe troppo tardi e non ne sarebbe più degno. (Michel Quoist nasce a Le Havre nel 1921. Dopo essere stato dirigente della JOC (Jeunesse Ouvriere Chrétienne), entra in un seminario per vocazioni adulte. Ordinato prete, si laurea in Scienze Sociali. Dopo quattro anni di vicariato in una parrocchia popolare di Le Havre, è incaricato come direttore spirituale di diversi movimenti giovanili della sua diocesi e nominato segretario generale del Comitato Episcopale Francese per l’America Latina.
Articolo pubblicato su Settimana di Calabria
venerdì 14 settembre 2007
Poesia "Solleviamoci, è ora"
( dedicato alla Calabria)
Noi siamo quelli
che se ne vanno
pieni di vento
e di sole
in deserti affollati
di illusioni
e non tornano più
abbagliati
da spaccati di vita.
Riflessi di affetti
profondi.
Siamo pensieri
di fresca rugiada
posata sulla notte
che non conoscono
nuvole.
Siamo quelli
sospesi
tra sogno e realtà,
confine sottile
tracciato
dai meandri dei desideri.
Siamo
splendide bugie
di una terra
che fatica ad alzarsi
sui marciapiedi
della vita.
Siamo polvere
di un tempo
inesorabile
che ci riporta
tra le caverne opache
dei ricordi.
Siamo l’urlo
degli amici perduti
e non ancora tornati,
che raccoglie
quei sogni lanciati
su nuvole rosa
gonfie di cuore
nel cielo sospeso
della gioventù.
Siamo
parole mai dette
intrappolate
tra i rami
dai contorni scheggiati
di un inverno
che fatica
nel risveglio.
Siamo,
anche
vita che scoppia
nei focolai spenti
delle case
ad accendere
il giorno che nasce
a dispetto di tutto.
Preghiere strappate
ai silenzi
concessi da un Dio
che non ama
piangersi addosso.
Siamo
l’andata e il ritorno
di noi stessi.
Solleviamoci.
E’ ora.
mercoledì 12 settembre 2007
LA STORIA DEI FILOSOFI ANTICHI SPIEGATA AI RAGAZZI
NICOLA CELORA, bergamasco, vive con la moglie e sei figli in Brianza. Si è laureato all'Università Cattolica di Milano dove ha avuto come maestri Giovanni Reale, Adriano Bausola e Alessandro Ghisalberti. Dal 1990 si dedica all'attività di insegnamento e formazione in vari contesti. Attualmente insegna filosofia e storia presso il Collegio della Guastalla di Monza. A fianco alle sue attività di docenza ha maturato esperienze nel campo socio-assistenziale in area minori.
Chi sono i filosofi?Hanno inventato fiabe? Alcuni sì ma non sono favole abitate da orchi e animali parlanti ma dalle cose che vediamo intorno a noi. I filosofi hanno la capacità straordinaria di conservare anche da grandi la stessa curiosità dei bambini. E così tutte le storie sono nate dal desiderio di spiegare la ragione delle cose. Filosofo significa “amico del sapere” I filosofi infatti amano le ragioni che stanno dietro le cose per diventare sapienti. I filosofi sono bambini mai cresciuti. Perché c’è il mondo? Perché le cose si muovono… ecc? Il mondo è un pacco regalo il più grande che abbiamo ricevuto e dobbiamo scoprirlo ogni giorno di più.
TALETE fu il primo filosofo della storia. Veniva da Mileto in Grecia. Era un marinaio e viaggiava molto con la barca di suo padre ma un giorno di tempesta cadde in mare. Si accorse che l’acqua era molto più abbondante di quanto gli sembrasse dalla barca:il mare era immenso. La stessa estate venne una grande siccità che rischiò di far morire animali e piante. Solo dopo la pioggia il villaggio si risollevò. Da queste due esperienze il filosofo capì che l’acqua era il principio di tutte le cose. E naturalmente parlò a tutti di questa sua scoperta come di una cosa divina. Molta gente lo ascoltava e si rese conto che era bello domandarsi il perché delle cose.
ANASSIMANDRO fu il suo primo discepolo, era anch’egli un marinaio ma guardando il mare gli pareva che Talete avesse dimenticato qualcosa. “Il mare è grande ma non basta a fare il mondo” si disse e cominciò a viaggiare finché divenne vecchio per scoprire il segreto vero della natura. Finché un giorno tornò convinto del fatto che l’acqua non poteva essere il principio di tutte le cose ma doveva essere privo di una sua forma in modo da poter assumere tutte le forme delle cose di cui è fatto il mondo e ANASSIMENE un suo amico intuì che se tutte le cose respirano il principio non poteva che essere l’aria.