Blog informativo sulla P4C

( philosophy for children)

di Lipman

Quando la filosofia dipinge il suo grigio su grigio, allora una figura della vita è invecchiata, e con grigio su grigio essa non si lascia ringiovanire, ma soltanto conoscere; la nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo.


La parola "filosofia" ha come nella sua radice il significato "far crescere". Infatti, c'è solo una cosa che sa stupire e conquistare il nostro cuore: la parola di chi non si limita a inanellare frasi sensate e ben tornite, ma di chi ci porta più in alto o più in profondità.

Che cos'è la filosofia?

“La filosofia è la palingenesi obliterante dell'io subcosciente che si infutura nell'archetipo dell'antropomorfismo universale. “(Ignoto)

Perché la filosofia spiegata ai ragazzi?

I bambini imparano a conoscere e a gestire i propri ed altrui processi emozionali, affettivi e volitivi: imparano a conoscere se stessi e a relazionarsi con gli altri. Una scuola che intende fornire esperienze concrete e apprendimenti significativi, dove si vive in un clima carico di curiosità, affettività, giocosità e comunicazione, non può prescindere dal garantire una relazione umana significativa fra e con gli adulti di riferimento. Questa Scuola ad alto contenuto educativo, non può cadere nel terribile errore di preconizzare gli apprendimenti formali, errore spesso commesso dagli insegnanti che sono più attenti a formare un “bambino-campione”, piuttosto che un bambino sicuro e forte nell'affrontare la vita, o ancora un bambino che abbia acquisito la stima di sé, la fiducia nelle proprie capacità e la motivazione al passaggio dalla curiosità, caratterizzante la Scuola dell'Infanzia, alla ricerca. L'insegnante deve poter provare un “sentimento” per l'infanzia inteso come “sentire”, percepire e prendere consapevolezza dei bisogni reali, affettivi ed educativi propri del bambino che sono altro rispetto ai bisogni degli adulti. Il ruolo dei genitori, degli insegnanti è infatti quello di educare tutti e ciascuno alla consapevolezza di ciò che il bambino “sente” emotivamente e affettivamente, perché è proprio il passaggio dal sentire all'agire che consentirà al futuro uomo di compiere scelte autonome. Un compito importante dell'insegnante è quello di mediare i modi e i tempi di un dialogo strutturato su un piano paritario, in modo tale da consentire ad ogni interlocutore di far emergere il proprio pensiero e di metterlo in relazione con quello degli altri. E' una sfida, da parte dell'insegnate, a livello culturale, sociologica e civica ma che deve coinvolgere anche i più piccoli per dotarli di una propria capacità critica, che permetta loro di ragionare, di riflettere sulla realtà e di compiere in futuro scelte consapevoli Se la filosofia è "presa sul serio", se è misurata con i problemi reali, è davvero uno strumento di formazione della persona e di indirizzo della vita. La filosofia come felicità presente nell'attività del pensiero.

Incontrarsi è una grande avventura

“Non possiamo stare
e vivere da soli,
se così è,
la vita diventa
solitudine monotona.
Abbiamo bisogno dell’altro
per condividere sguardi
di albe e tramonti,
momenti di gioia e dolore.
Abbiamo bisogno dell’altro
che ci aiuta a vedere
e scoprire le cose che da soli
mai raggiungeremo.

Beati quelli che sono capaci
di correre il rischio dell’incontro,
permeandolo di affetto e passioni
che ci fanno sentire più persone
poiché così vivendo
anche gli scontri
saranno mezzi
di un vero incontro.”
(Testo di sr. Soeli Diogo).




Questo romanzo è rivolto, con la più grande speranza e fiducia, a tutte le persone di questa società e soprattutto a quei giovani che si muovono oggi, coi loro passi, senza esserne pienamente consapevoli, verso la scoperta della grande stanza di questo mondo poliedrico e complesso, dalle mille pareti ammaliatrici. Passi che, a dosi esagerate della conquista di una felicità che riempia la stanza del loro cuore, complementare a quella del mondo, lasciano dietro sé molte tracce superficiali che si spazzano via anche con il più debole vento della loro esistenza per poi trascinarli nel giogo del “vuoto”. Che questo romanzo “Un vuoto da decidere” sia loro di aiuto per guardare in faccia, riconoscere, combattere e vincere, con le sole armi dell’amore vero per se stessi e per il mondo, questa strana “malattia” dell’anima che colpisce chi non ha difese e che porta alla conquista di una libertà infedele e subdola.

Se la metto in pratica mi fa vivere tutta un'altra vita, straordinariamente più ricca di quella che avrei ideato fidandomi solo di me.

Solleviamoci, è ora

Noi siamo quelli
che se ne vanno
pieni di vento
e di sole
in deserti
affollati
di illusioni
e non tornano più
abbagliati
da spaccati di vita.

Siamo riflessi
di affetti
profondi.
Pensieri
di fresca rugiada
posata sulla notte
che non conosce
nuvole.

Siamo i sospesi
tra sogno e realtà,
quelli sul sottile confine
tracciato
dai meandri
dei desideri.

Siamo splendide bugie
di una terra
che fatica
ad alzarsi
sui marciapiedi
della vita.

Siamo polvere
di un tempo
inesorabile
che ci riporta
tra le caverne opache
dei ricordi.

Siamo l’urlo
di amici perduti
non ancora tornati,
che raccoglie
sogni lanciati
su nuvole rosa
gonfie di cuore
nel cielo sospeso
della gioventù.

Siamo parole
mai dette
intrappolate
tra i rami
scheggiati
di un inverno
che fatica
nel risveglio.

Siamo vita
che scoppia
nei focolai spenti
accesi dal giorno che nasce
a dispetto di tutto.

Preghiere
Strappate ai silenzi
concessi da un Dio
che non ama
piangersi addosso.

Siamo
l’andata e il ritorno
di noi stessi.

Solleviamoci.
E’ ora.

PAESE MIO

Paese mio
cinto a primavera
di riccioluti gorgheggi
affaccendati
come comari
nel via vai del giorno
ti vai combinando
tra nuvole ariose
all’orizzonte
e sogni fermi
dietro vetri antichi.

Tu non conosci gli anni.

Il tuo grembo
avrà sempre un vecchio
davanti ai tuoi tramonti
aggrappato
ai sapori di campagna
mentre torna stanco
con le zolle in mano
cantando
la fatica della terra.

E non conosci spazi.

Sei tutto lì
che vivi di germogli
seminati
nei cuori della gente
che s’adatta
all’ombra
dell’inverno
mentre fuori
è estate.

Per questo
non ti mancano
i sorrisi
strappati ai vicoli
intrecciati e bui
come strette di mano
nel bisogno
tra calde mura
di camini accesi.


Tra gli alberi d’ulivo
bagnati di sole
che lasciano un’impronta
tra le rughe
dei ricordi

che strada voltando
riporta
inesorabilmente
a te.



mostra di poesie

mostra di poesie
Solleviamoci, è ora


giovedì 4 dicembre 2008

L’INDIVIDUALISMO E’ ANCHE ALTRUISMO

“Penso che vogliamo fare della nostra vita un film, quindi creiamo sentimenti, storie e amicizie...tutta apparenza e niente sostanza....Purtroppo sento sprecare le parole amicizia, amore, sincerità in situazioni che io reputo assurde. La verità è che siamo in una società individualista, egoista, materialista che non lascia spazio ai veri rapporti.- E’ quanto afferma una delle tante diciannovenni di oggi. –“La verità è che noi tutti inganniamo per non essere ingannati, schiacciamo per non essere schiacciati...c'è poco spazio per il cuore e molto per tutto il resto...si diventa infine più consapevoli e più in guardia “. Siamo nell’era dell’individualismo. Ma non possiamo rassegnarci. E’ vero che ci sono sempre state nelle varie fasi storiche dei periodi, o meglio delle correnti che ne hanno esaltato il valore, anteponendolo al collettivismo, o alla solidarietà sociale; un individualismo come riconoscimento del valore dell'individuo talvolta enfatizzato, che porta l'essere umano ad avere come unico obiettivo il raggiungimento dei propri interessi, il soddisfacimento dei propri piaceri anche a discapito degli altri limitandone la realizzazione dei desideri. Soldi, successo e salute però non mettono al riparo dalla solitudine, dalla tristezza e dalla disperazione. Anzi, la nostra epoca mostra il contrario. Lo prova l’uso industriale che nelle società opulente si fa di psicofarmaci, alcol e droghe, per eludere il “male di vivere”. L’uso compulsivo e congestionato del sesso, che caratterizza il nostro tempo di pornomania di massa, è un’altra droga per anestetizzare la solitudine, la sensazione d’inesistenza che ci avvolge. La solitudine di oggi, in questo campo di battaglia, impara ad educarsi, si costringe a gestire le proprie emozioni, a sopravvivere senza pretendere nulla in cambio, ad essere autosufficiente nella gioia come nella sofferenza, ad aumentare l’autostima e la dignità, così da stabilire un dialogo interno e scoprire la propria forza personale. Oggi mi piace definirlo un individualismo naturale, essenziale e provvidenziale, da non confonderlo con l’egoismo, ma che supera se stesso, che sopravvive allo sconforto iniziale e che diviene uno status vivendi più equilibrato, capace di mettersi sempre in discussione, di saper ascoltare anche le esigenze degli altri, giungendo per così dire ad un compromesso tra il volersi bene e l'altruismo. Individualismo dal cammino tortuoso e lungo che conquista il senso della vita. “Abbiamo dentro tutti noi la necessità di avere un posto dove possiamo coltivare il nostro giardino segreto, non dove confinare i nostri segreti(…)interiorizzarsi, mettere in ordine i pensieri o semplicemente abbandonarsi, è importante per l’equilibrio vitale di ognuno di noi. “(Tompson.) L’avanzamento tecnologico del progresso sta riportando, dunque, l'attenzione non solo sull'essenza e sulla centralità dell'uomo che da dominatore della tecnica è diventato suo mezzo strumentale alienato e psicologicamente impoverito, ma anche sulle le relazioni affettive, che hanno e stanno ancora subendo, profonde trasformazioni che rivoluzionano il concetto di amore e di amicizia. Negli anni '90, periodo dell'individualismo, essere single era uno status invidiabile. Le donne interpretavano il modello maschile copiandone la disinvoltura specie dal punto di vista sessuale, un processo di spersonalizzazione che, storicamente, toccava maggiormente la donna. Con gli anni ci si è resi conto che single non vuol dire necessariamente essere soli e la società ha rivalutato le relazioni. Oggi il concetto forte è quello dello 'sharing', ovvero quello della condivisione di esperienze con gli amici o in coppia per avere qualcuno che ci capisca, che ci voglia bene e con cui fare scelte senza sacrificare troppo la vita privata. Né essere costretti a dover sempre mediare per trovare le soluzioni. L’idea che una persona possa essere la medicina per la nostra felicità, che nacque con il romanticismo, sembra essere destinata a scomparire in questo secolo. Molte volte, pensiamo che l’altro sia la nostra anima gemella e, in verità, ciò che facciamo è inventarlo per il nostro piacere, lo assecondiamo come modello di sacrificio e immolazione. L’uomo cambia il mondo, e poi deve riciclarsi, per adattasi al mondo che ha fabbricato. Le persone stanno cominciando a percepire che non si sentono una frazione intesa come parte per completare un’intero. L’uomo non si vede più la metà della donna e viceversa, per cui bisogna incontrarsi per sentirci completi. L’altro, con il quale si stabilisce un collegamento, si sente come un compagno di viaggio e non il principe azzurro che deve proteggere e salvare dal mondo la propria anima gemella. E’ il concetto di unione che è cambiato: non più di due metà ma di due interi maturi e completi con tutti i rischi e le positività che ne conseguono. Il rischio è quello di rimanere isolati e chiusi nel proprio ego, barricati in una solitudine voluta o quello di un coinvolgimento nel rapporto solo passionale destinato a finire presto perchè troppo individualismo porterebbe a non cercare l’altro emotivamente abituati a sbrigarsela da soli con le proprie emozioni e sensazioni se la solitudine non insegnasse che amare, sia in amicizia che in una relazione amorosa, significa anche rinunciare a qualcosa. Dunque la nuova forma d’amore, ha un nuovo significato e caratteristica. Si cerca l’approccio di due interi, e non l’unione di due metà.Le persone stanno perdendo la paura di restare sole, e apprendono a convivere meglio con se stesse. Più un individuo ha imparato a vivere solo, più cerca una buona relazione affettiva intesa come come uno spazio e un tempo nel quale ci sia l’individualità, il rispetto, l’allegria e il piacere di stare insieme, e non più una relazione di dipendenza, in cui uno responsabilizza l’altro per il suo benessere. “Sono single per scelta e spesso gli amici si dimenticano di me...essenzialmente perché non essendo opportunista, sanno che per loro ci sarò sempre e per questo motivo non temono di perdermi e possono permettersi di ignorarmi” -"Da sola sto imparando a fare le scelte autonomamente, credo sia un momento di crescita”. Le relazioni affettive diventano per un certo aspetto migliori, come restare soli, nessuno esige qualcosa da nessuno e tutti e due crescono. Ogni cervello è unico. Relazioni dominanti e di concessioni esagerate sono cose ormai del secolo passato.
Articolo pubblicato su Illametino

mercoledì 19 novembre 2008

poesia di Sina Mazzei " Paese mio"

Paese mio
cinto a primavera
di riccioluti gorgheggi
affaccendati,
come comari
nel via vai del giorno,
ti vai combinando
tra nuvole ariose
all’orizzonte
e sogni fermi
dietro vetri antichi.
Tu non conosci gli anni!
Il tuo grembo
avrà sempre un vecchio
davanti ai tuoi tramonti,
aggrappato
ai sapori di campagna
mentre torna stanco
con le zolle in mano
cantando
la fatica della terra.
E non conosci spazi!
Sei tutto lì
che vivi di germogli
seminati
nei cuori della gente
che s’adatta
all’ombra
dell’inverno
mentre fuori
è estate.
Per questo
non ti mancano
i sorrisi
strappati ai vicoli
intrecciati e bui
come strette di mano

nel bisogno
tra calde mura
di camini accesi
tra alberi d’ulivo
bagnati di sole
che lasciano un’impronta
tra le rughe
dei ricordi che,
strada voltando,
riporta
inesorabilmente
a te.

venerdì 3 ottobre 2008

Un insegnante racconta l’avventura di una giornata in classe



Tratto da Il Sussidiario.net il 28 settembre 2008Ore 9. 00: lezione sui sofisti, una ragazza sbotta «sono d'accordo con Protagora, tutto è relativo, non c'è una verità, bisogna adeguarsi alla maggioranza». Un'altra risponde:«c'è eccome la verità!». Ed io che devo prendere posizione, non posso mica rispiegare Protagora!Ore 9. 45: arranco in una dotta lezione sull'idealismo, mi pare anche bella, ma non incontro l'umano di nessuno. Mi prende una forte tristezza, è la percezione del mio limite, continuo a spiegare, scrutando sui volti dei ragazzi e delle ragazze, cercando una mossa che tradisca il desiderio. E non succede nulla, io spiego, loro prendono appunti. Netta la sensazione di essere in fuorigioco, ma di non essere capace di rientrarvi.Ore 10. 30: lezione su Sant'Agostino e il male. Tutto fila come spesso accade, la lezione si impone, gli studenti prendono appunti, qualcuno domanda una spiegazione, finché d'improvviso si scatena l'obiezione, «no, non può essere così, Agostino ci prende in giro, se il male non viene da Dio, Dio non può toglierlo, non può liberarci!». E la discussione si anima, mossa da un bisogno, il bisogno che il male sia tolto, ma tolto davvero e subito. Io che prima difendo la logica agostiniana, ma poi mi accorgo che un'altra era la questione, era che entrassi in gioco con la mia umanità, con il mio bisogno, lo stesso che hanno loro, quello di essere felice, e di esserlo per sempre.Ore 11. 15: lezione sugli universali, ed è un fuoco di fila di domande per trovare una risposta al bisogno di verità che, uno ad uno, i ragazzi e le ragazze che ho davanti portano dentro l'agone della classe. Una bella lezione, bella non per le mie spiegazioni, ma perché loro, i miei studenti, l'hanno segnata dell'umano, perché era evidente dalle domande che facevano che la ricerca del vero per loro non fosse il tema astratto di una lezione, ma una urgenza vitale, decisiva nel loro impatto con la realtà.Una giornata a scuola, apparentemente altalenando tra successi ed insuccessi, in realtà messo a nudo sull'umano. È lì infatti che nasce ogni lezione, non da quello che rispondono gli studenti, ma dal lasciarmi interrogare da quello che spiego, dall'essere io presenza a me stesso. Spesso per esserlo ho un'unica strada, quella di seguire il sobbalzo umano di quello o di quell'altro studente. E tutto diventa affascinante, si comincia l'avventura del conoscere. Del resto come diceva Sant'Agostino non c'è conoscenza senza amicizia, senza che uno guardi la realtà implicando le sue esigenze fondamentali!

lunedì 4 agosto 2008

Freeze : la doppia faccia della comunicazione

L'evento è semplice: persone che non si conoscono si incontrano in un posto fissato e si immobilizzano per 5 minuti. Dopo 5 minuti, ognuno si libera e riprende a fare quello che stava facendo. In genere si tiene in contemporanea in tutto il mondo ad esempio a Firenze, in India, a Los Angeles, a Madrid, New York , Turchia... Non ci sono manifesti né avvisi, di colpo molte persone compaiono in un luogo e fanno tutti la stessa cosa, come se ghiacciate, poi si separano e scompaiono. Tutta una corrente della rete permeata dalla filosofia del riappropriamento del reale, basata sulla cultura o sulla comunicazione immateriale per riprendere possesso dei luoghi fisici, le flash mob cioè le folle istantanee, aggregati umani e fortemente localizzati coordinati dalla rete e finalizzati ad una performance che ha preso forma per gioco e per vedersi in un luogo vero ma che sempre di più prendono piede. La più classica delle pillow fight, è la battaglia a cuscinate, molte altre invece sono performance che sfiorano l'artistico, modi mettere in scena le persone stesse all'interno del tessuto metropolitano così che rompano o semplicemente sovvertano la routine dei riti metropolitani. La flash mob ha cominciato a diventare un modo per fare qualcosa che avesse un valore, qualcosa che potesse in sé comunicare qualcosa. E' stato subito evidente infatti come vedersi tutti insieme in un punto determinato della città fosse una forte rottura con i meccanismi predeterminati che regolano la vita cittadina. E' un movimento antientropico che può assumere valenza di vero e proprio spettacolo che ha senso solo se è progettata non per andare in rete ma principalmente per sconvolgere gli habitué della vita moderna né deve essere considerata una bravata. Cosa che chiaramente svilisce il tutto. Il Freeze non si può definire solo un vero e proprio movimento culturale che si pone su una linea di integrazione con la Fenomenologia e l'Esistenzialismo bensì un movimento artistico, come soffermarsi a guardare un quadro d’autore. E’ davvero per questo che esiste l’arte, per rendere eterno un attimo, un pensiero, un sentimento. Le strade, le stazioni, gli aeroporti, gli autobus sono pieni di gente sudata che guarda l’orologio che scatta appena può. La cura dei dettagli richiede tempo e un passo più lento. Beati i lenti che lasciano che un silenzio invada lo spazio. Il tempo purtroppo ci domina, è burocratizzato e capitalizzato. I superattivi, dominati dall’orario e dal rendimento; questi agitati, paurosi di non fare mai abbastanza e di non essere mai abbastanza importanti: in realtà essi non vivono! La smania del fare è uno dei più potenti fattori di distruzione della vita spirituale e della meditazione. Troppo spesso l'uomo moderno si trascina perché non ha più la possibilità, o non la sa più trovare, di fermarsi. Poiché vi ha sempre rinunciato, egli non osa neppure più raccogliersi, perché si troverebbe brutalmente messo di fronte a responsabilità che gli fanno paura. Correre gli dà l'impressione di vivere. In effetti egli si stordisce, fugge a se stesso e si condanna alla vita istintiva. Non è più uomo! Ha ridotto lo spazio per un ascolto autentico e non ha più nostalgia e rimorsi. Come bloccare questa febbre della vita moderna? Come vivere? Accettare di fermarsi è il primo atto che potrà permettergli di restituirsi a se stesso. Vivere in uno stato di consapevolezza abitando il presente per acuire il proprio sentire, verbo dell’attenzione cosciente, ed essere al centro dell’agire. Imparare a prendere il tempo necessario in un rapporto di amicizia con le cose che ci circondano, proprio come Robinson Crusoe nella sua solitaria permanenza sull’isola, “fuori dal tempo”; educarsi alla calma e al giusto distacco, incontrare il proprio corpo e ascoltare gli altri che hanno bisogno di essere amati quando nessuno si accorge più della loro solitudine. Chi non sa vivere il minuto, perde l’ora, il giorno, la vita. Se si ha paura di fermarsi, è perchè si ha paura di incontrarsi, forse perchè non si è più in intimità con se stessi, temendo i propri rimproveri e le proprie esigenze. “L’uomo non può colmare il vuoto cercando il chiasso, un giornale, una conversazione, una presenza... Non può attendere che Dio lo fermi per prendere coscienza che esiste. Sarebbe troppo tardi e non ne sarebbe più degno”.(Michel Quoist). Lento è bello. Penelope che tesse e disfa la tela allungando il tempo e tenendo viva la memoria, aspettando la nave di Ulisse ci insegna ad abitare in modo meno distruttivo il pianeta che ci ospita e praticare la difficile arte della convivenza. Abbiamo bisogno di nuove pratiche, di scoperte e di viaggi, certo, ma abbiamo bisogno ancor più di ritorni verso ciò che è più autentico ed essenziale. E in questo viaggio, che è insieme esterno ed interno, intimo e sociale, è di fondamentale importanza sapere attendere, darsi il tempo di ascoltare ed imparare ad intrecciare tra loro ricerche diverse. Per approfondire i temi cruciali del nostro tempo, che riguardano la capacità di fare pace con il pianeta e la necessità di alimentare la difficile arte della convivenza tra diverse culture e tra persone che hanno diverse memorie ed esperienze alle spalle, c’è bisogno di educazione, di immaginazione e di arte. Il Freeze è un invito all’ascolto di se stessi, degli altri, all’ascolto silenzioso della natura. Senza darci il tempo per questo ascolto partecipe e profondo, sembra impossibile contrastare le molteplici spinte distruttive che caratterizzano la nostra epoca. Per freeze (in inglese "congelamento") si intende una categoria del Bboying o breakdance che implica l'arresto tempestivo di ogni movimento corporeo (in accordo con la base musicale) in una posizione dinamica che richiede un buon equilibrio. Mister Freeze, il cui vero nome è Victor Fries, è un personaggio dei fumetti creato da Bob Kane nel 1959. È uno dei nemici di Batman, un biologo molecolare specializzato in ibernazione. Bergson afferma che il tempo della vita, il tempo vissuto è denso di significato, ha sempre un sapore particolare per il soggetto; nell'esperienza di vita questo tempo psicologico, una dimensione peculiare della spiritualità, è soggettivo e non separabile dalla memoria del passato e dall'anticipazione del futuro. Il tempo misurabile dalla scienza è il tempo della meccanica, cioè un tempo spazializzato, ogni momento è esterno all'altro, è uguale all'altro: un istante segue l'altro e nessun istante è diverso dall'altro, più intenso o più importante dell'altro. Freeze è meritare se stessi.






lunedì 21 luglio 2008

Gadamer e l'arte

L’arte è solo finzione, sogno e incanto come sosteneva Kant o contiene verità? la verità è soltanto quella delle scienze sperimentali o si può compiere un’autentica esperienza di verità anche nell’arte ed in breve in quel territorio ancora non sufficientemente esplorato che è costituito dalle scienze dello spirito? L’incontro con l’opera d’arte è un’autentica esperienza di verità, sostiene Gadamer, in quanto ci porta a modificare il nostro modo di essere, di sentire e di pensare. L’opera d’arte ci appassiona perché non è una cosa con cui entriamo in contatto in modo freddo e distaccato ma rappresenta un mondo denso di significati e valori che in parte possiamo riconoscere come nostri, in parte avvertiti come nuovi e sorprendenti, nuovi orizzonti e nuovi punti di vista sulla realtà. L’opera d’arte ci mette in gioco e ci interroga, ci trasmette un mondo di senso, quello dell’autore e della sua epoca, ma ci chiede di dare anche la nostra personale interpretazione e valutazione.. Quanto più è grande tanto più si presta ad essere analizzata e compresa in una continua e sempre rinnovata interpretazione. Ecco perché tra noi e l’opera d’arte si stabilisce un dialogo, noi domandiamo qualcosa ed essa ci dà alcune risposte in un circolo virtuoso che costituisce la trama stessa della storia umana. L’opera d’arte ci seduce e ci trasforma portandoci ad assumere una prospettiva più profonda di quella che avevamo in precedenza. Comprendere un’opera figurativa è entrare in un dialogo di domande e risposte. Davanti ad un’opera d’arte noi siamo nella situazione ermeneutica di accettare e pretendere che essa abbia qualcosa da dirci, che trasmetta un significato e una verità su noi stessi e sul mondo in cui viviamo. Questo dialogo è possibile se abbandoniamo ciò che eravamo abituati a considerare ovvio cioè le opinioni. e se trasformiamo le nostre ipotesi preliminari, i pregiudizi, in domande. Le opere d’arte racchiuse nel museo ci restituiscono un’immagine dell’esperienza artistica cristallizzata ed inerte. Il museo si presenta come una raccolta di raccolte in cui le opere sono messe in fila, una dopo l’altra, strappate al loro contesto di origine di appartenenza, per appartenere soltanto alla coscienza estetica. In tal modo l'opera d'arte è colta esteticamente come qualcosa di semplicemente presente, oggetto di un puro vedere o di un puro udire, ma questo non costituisce per Gadamer la vera e propria esperienza estetica. Questa è data, invece, dall'incontro con l'opera d'arte e con il mondo contenuto in essa, che non ci resta estraneo: nel rapporto con l'opera d'arte, dunque, si impara anche a comprendere se stessi. Il tempo non è un abisso da scavalcare ma è la condizione fondamentale che rende possibile la nostra conoscenza e la nostra esperienza di verità. Grazie alla distanza storica, colmata dall’insieme di tutte le voci che si sono espresse noi riusciamo meglio a comprendere un’opera d’arte diversamente, che pur restando la stessa si è profondamente trasformata arricchendosi di tutti i punti di vista che ogni epoca ha espresso su di essa, l’opera trascende così l’autore stesso e si consegna alla tradizione storica; ne consegue che il passato non è soltanto un atto riproduttivo ma produttivo fatto di un rapporto dialogico tra passato e presente. La distanza temporale non solo elimina i pregiudizi falsi verso quell’opera che disturbano la corretta interpretazione ma fa emergere i pregiudizi legittimi cioè quel complesso di nozioni sull’oggetto in esame che si sono consolidate nella tradizione e orientano il nostro sguardo attuale.

martedì 17 giugno 2008

Filosofia e terapia: nuovo business?




Sabato 17 maggio 2008 alle ore 18,30 presso la sala conferenze della Società di Mutuo Soccorso di Fossano (Via Roma 74) il Centro Studi sul Pensiero Contemporaneo (CeSPeC) di Cuneo organizza una conferenza sul tema "Filosofia e terapia: un nuovo business?", rientrante nel progetto pluriennale "Pensiero in formazione... Linee di ricerca sperimentale a partire dalla filosofia per e con i bambini", realizzato con il sostegno della Fondazione CRT (progetto Alfieri) e della Fondazione CRF. Interverranno all'incontro il sociologo Alessandro Dal Lago (Università di Genova) e Antonio Cosentino (CRIF e Università della Calabria). Introduce Francesco Tomatis (Università di Salerno). L'ingresso è libero.La filosofia può curare? La lettura di un brano filosofico può servire per curare se stessi e gli altri? Si tratta di interrogativi che si vanno diffondendo negli ultimi anni a seguito della vasta diffusione delle pratiche filosofiche (consulenza filosofica, vacanze filosofiche, dialogo socratico, filosofia per e con i bambini, caffé filosofici). Il sociologo genovese Alessandro Dal Lago - autore del volume Il business del pensiero. La consulenza filosofica tra cura di Sé e terapia degli altri (manifestolibri, Roma 2007) che sarà presentato nel corso dell'incontro - si interroga con grande brillantezza intellettuale, e a tratti con funambolica ironia, sulla presenza, nelle nostre società "liquide" (e anche sulla rete in forme talora un po' surreali) di una crescente offerta di filosofia che finisce per coinvolgere e contagiare anche il mondo dell'impresa e del business. Naturalmente non si tratta della filosofia, intesa in senso dottrinale e dottrinario, così come essa continua ad essere seriosamente praticata nelle nostre Università e dall'altro delle cattedre, ma di quella filosofia come "cura del sé" o "stile di vita", di cui ha parlato lo storico Pierre Hadot, richiamando l'attualità del ruolo della filosofia e del filosofo nella tarda antichità greco-romana a partire dall'esempio di Socrate.Le pungenti osservazioni critiche di Dal Lago nei confronti di questo complessivo movimento, ma che si rivolgono anzitutto alla "consulenza filosofica" in senso stretto, si possono ricondurre ad alcuni elementi problematici del mondo delle pratiche, che possono valere come monito salutare e aiuto per chi si dedica con passione (e per lo più con sostanziale disinteresse) alla pratica della filosofia. La prima accusa è senz'altro quella di "spiritualismo" o di riduzione dell'esteriorità a mera appendice dell'interiorità: le pratiche costituirebbero infatti la riproposizione del socratismo del "conosci te stesso" nella sua rilettura tardo-antica e agostiniano-neoplatonica. In tal senso, la "filosofia" verrebbe interpretata in chiave irenica, ma a prezzo della rinuncia a una vocazione pubblica e politica della filosofia. In un'epoca, come quella odierna, di crisi e di riflusso dopo l'effervescenza degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, non sarebbe infatti più possibile per il filosofo - ma anche per l'intellettuale in genere - individuare forme efficaci e non compromissorie di lotta per la trasformazione dell'assetto del tardo-capitalismo della modernità globale. La filosofia si ridurrebbe pertanto ad aiutare un'umanità disorientata e segmentata a coltivare il piccolo orticello della cura di sé. Cosa non difficile in un mondo in cui tutti avvertirebbero il bisogno di aiuto e di sicurezza a diversi livelli e si sentirebbero più o meno "malati" o "bisognosi di consulenza" da parte di esperti più o meno accreditati. Un mondo impolitico e dominato dall'insicurezza in cui è già molto pensare anzitutto alla propria armonia interiore in perenne instabilità.La seconda accusa di Dal Lago è che tali strategie filosofiche di risposta alla metamorfosi dell'età globale verrebbero utilizzate, in forma più o meno consapevole, in chiave di auto-legittimazione, o comunque in chiave compensativa, da parte del capitalismo globale.In altri termini, si chiama il filosofo nell'ambito aziendale, in qualità di consulente, o di coach, per accrescere la produttività del "capitale umano" dell'impresa. In tal modo la funzione "critica" della filosofia andrebbe giocoforza perduta o verrebbe marginalizzata. Per non parlare del compiacimento dei leader globali impegnati in guerre di civiltà per una filosofia relegata negli interstizi del sé.Infine, se la filosofia entra nel mondo del business corre dunque naturalmente il rischio di farsi essa stessa business e di transitare rapidamente dal paradigma socratico a quello sofistico, per cui il consulente-filosofo venderebbe a caro prezzo il suo farmaco, ancor più indeterminato e di dubbia efficacia di altri.Nel corso della conferenza si avrà la possibilità di discutere di tali questioni, per verificare se le osservazioni critiche di Dal Lago colgano nel segno o non costituiscano invece una lettura parziale del vasto e articolato mondo delle pratiche filosofiche, nella loro ricchezza e differente articolazione. È vero che tutte le pratiche favoriscono una deriva interioristica o solipsistica e un ripiegamento su se stessi? Non potrebbero alcune tra esse - quale ad esempio la "Philosophy for Children" - costituire invece, sia pure in forma ambivalente, una risposta alla crisi della polis e un tentativo di ritessere la sfera pubblica pre-politica nella sua articolazione dialogica e intersoggettiva? Nella soluzione dei problemi globali, che non hanno mai risposte "locali" - come sostiene Ulrich Beck -, si può davvero prescindere dal faticoso ritrovamento di un'identità narrativa sul fondamento del dialogo con gli altri?I relatori Alessandro Dal Lago è professore di sociologia della cultura presso l'Università di Genova. Tra i suoi interessi di studio si contano, oltre ai temi classici del pensiero sociologico, anche questioni specifiche, quali le migrazioni, il multiculturalismo, la devianza e il suo controllo sociale e politico, lo sport, l'arte e la letteratura. Tra le sue pubblicazioni: Non-persone. L'esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, Milano 1999 (quinta ed. 2005); Giovani, stranieri & criminali, Manifestolibri, Roma 2001; (con E. Quadrelli) La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini, Feltrinelli, Milano 2003 (seconda ed. 2006); Polizia globale. Guerra e conflitti dopo l'11 settembre, Ombre corte, Verona 2003; (con S. Giordano) Mercanti d'aura. Logiche dell'arte contemporanea, Il Mulino, Bologna 2006; infine, Il business del pensiero. La consulenza filosofica tra cura di sé e terapia degli altri, Manifestolibri, Roma 2007.Antonio Cosentino è docente di filosofia nei licei e supervisore di tirocinio presso la SSIS dell'Università della Calabria. È uno dei più autorevoli esponenti del mondo delle pratiche filosofiche e della "Philosophy for Children" (P4C) in Italia. Ha pubblicato numerosi contributi su tematiche pedagogiche e sulla didattica della filosofia, tra cui Filosofia e formazione. 10 anni di Philosophy for children in Italia, 1991-2001, Liguori, 2002, Costruttivismo e formazione. Proposte per lo sviluppo della professionalità docente, Liguori, 2002, Pratica filosofica e professionalità riflessiva: un'esperienza

sabato 17 maggio 2008

Scuola dei Genitori e Laboratorio di Philosophy for Community



Anno accademico 2007 / 2008, giovedì 15 maggio 2008 alle ore 16 presso Scuola secondaria di primo grado, dell'Istituto Comprensivo di Feroleto, la professoressa Maria Lupia ha trattato il tema della filosofia per bambini. . -“Oggi viviamo in un tempo difficile per gli insegnanti per i genitori perché i rischi sono tantissimi - questa la premessa nell’incontro coi rappresentanti dei genitori dell’Istituto Comprensivo di Feroleto per presentare il percorso innovativo della Philosophy for Children che diventa anche for Community illustrando i vantaggi e i benefici che i figli ne possono avere. Il percorso che dovrà iniziare nel prossimo anno scolastico, tenderà a far comprendere concretamente come la famiglia, un sistema aperto come tutti i sistemi interattivi che funziona in riferimento al suo contesto socio-culturale, e che, come ogni altro sistema, si evolve nell’arco della sua vita, agisca secondo particolari regole di funzionamento. Viene proposto quindi il tema della comunicazione educativa per la costruzione di una positiva relazione interpersonale. Vengono illustrati i vari stili educativi, verificandone gli obiettivi e gli effetti: l’intento è quello di rinforzare gli interventi che si realizzano quando un genitore, sicuro contenitore affettivo e in possesso delle necessarie competenze educative di guida, svolge responsabilmente funzioni orientative e regolative, che vengono accolte con fiducia e consapevolezza dal figlio. L’adolescenza è indubbiamente un’età di profondo cambiamento, se non addirittura di sconvolgimento psichico e fisico. I genitori sono chiamati al compito difficile e affascinante di accompagnare il figlio adolescente in questo percorso verso l’età adulta. Conoscerlo, conoscere le problematiche di questa età, i fenomeni e le difficoltà che caratterizzano al nostro tempo i comportamenti adolescenziali significa consapevolezza e capacità di essere presenze educative primarie adeguate. La P4Community s’inserisce nella realtà della P4Children, che rappresenta una delle più importanti esperienze pedagogiche e filosofiche contemporanee. La P4C è un movimento educativo di dimensioni mondiali, praticata in moltissimi paesi del mondo, nata negli anni 70, grazie al lavoro di Matthew Lipman, docente di Filosofia e Logica presso la Columbia University di New York Lipman rimase colpito dalle scarse capacità di ragionamento logico e critico dei suoi studenti universitari e concepì l'idea che un esercizio precocedel pensiero filosofico fosse necessario per creare tali capacitàLa P4C, come progetto educativo, muove dal presupposto che la filosofia, o meglio il “filosofare”, detenga un valore formativo, poiché coniuga teoria e pratica, pensiero e azione, visione del mondo ed esperienza, in un unicum che costituisce la realtà dell’individuo. La P4C non insegna la filosofia intesa come storia del sapere e trasmissione dello stesso, ma insegna il “filosofare” , “il pensare su…”, le abilità generali di ragionamento che ogni bambino deve possedere per accedere al senso del proprio mondo.Nella sua essenza pratica, dinamica, accrescitiva e riflessiva l’inserimento del laboratorio di P4 Community nella “Scuola dei Genitori”, in modo alternato alla relazione frontale porta benefici trasversali. Questo metodo permette al genitore di “filosofare” già dai primi incontri e permette alla Community di immergersi nelle problematiche del proprio vissuto e della propria crescita, affrontando in libertà e in un contesto accogliente e di reciproco aiuto i vari temi emersi nel corso delle conferenze, per sviluppare il pensiero critico in modo esperienziale e riorientare il proprio orizzonte di senso. Stare nella Comunità di Ricerca (CdR) significa partecipare in prima persona, assumersi la responsabilità del proprio pensiero, allenarsi all’ascolto e a volte al silenzio, co-costruire il pensiero a partire dalla propria esperienza, dalle proprie domande, dalle certezze nella consapevolezza che attraverso il dialogo, il confronto si possa giungere alla risoluzione di un problema, alla possibilità di modificare, trasformare, inventare concetti che siano un nuovo spazio contesto-pretesto di ricerca euristica. Hegel considera frutto di pigrizia mentale l’atteggiamento di chi in nome del buon senso si ferma alla superficie delle cose senza rendersi conto che la verità non è parzialità ma interezza e che la realtà è complessa, contraddittoria, dialettica e perciò per capire le sconvolgenti novità della nostra età si debbano adoperare strumenti concettuali sempre più nuovi più completi e ricchi. “Non abbiamo quel senso minimo di sicurezza,tutto ciò che intraprendiamo è sempre a rischio, anche per chi viene a scuola, che entri ed esca senza le nozioni fondamentali che si deve sapere, tanto è vero che in questo momento così frastornato in cui da anni gli insegnanti stanno ricevendo tanti di quegli stimoli dal ministero la scuola è diventata un proiettificio e i progetti sfornati vanno ad infiacchire l’impianto forte della scuola. Il leggere, scrivere e far di conto, che sono le abilità fondamentali, vengono indebolite e allora è arrivato il momento che i dirigenti e gli insegnanti debbano essere consapevoli di ciò che serve veramente, senza bisogno di apparire, con una serie di passerelle sulle quali facciamo posa e non sempre le manifestazioni sono la dimostrazione che quello che la scuola fa ha qualità;ora è bene che tutti imparino a distinguere ciò ch’è importante da ciò che non è significativo. Se è vero che la scuola ha manifestato delle debolezze sui saperi di base è altrettanto vero che c’è bisogno di sostenerli in modo forte. A monte ci deve essere la capacità di ragionare. Se un alunno sa ragionare e riflettere non avrà problemi in nessuna disciplina perché capirà le competenze trasversali che sono alla base dell’acquisizione di tutti i saperi se si sa ragionare e si affronta la scuola con capacità di riflettere su ciò che si fa e si vive non dovrebbero esserci le difficoltà così come sono. Succede intanto che la scuola è impostata su un fare un po’ noioso, standardizzato e uniforme che si ripete, senza acquisire quella consapevolezza tanto più forte quanto più si esercita in varie forme di laboratorio del fare e del pensare insieme. La filosofia è quella dei filosofi o quella che possiamo fare noi usando lo strumento principale del pensiero? La mono deve essere una mano sapiente, la mente una mente abile, non più separazione tra mente e mano. Dobbiamo recuperare l’Homo Habilis non solo intendendo abilità come l’esercizio della mano ma come capacità di individuare i problem - solving, affinchè tutta la realtà, così come lo siamo noi, non diventi estranea a noi. La filosofia per bambini aiuta molto a diventare padroni di sé, del proprio pensiero, del proprio modo di parlare e di agire in modo da problematizzare dove gli altri non problematizzano. Cosicché l’accostamento alle discipline non sarà mera trasmissione ma assimilazione, tesoro con la possibilità di strutturare un nuovo sapere per avere un approccio con la realtà più costruttivo per diventare colui che nel presente genera nuovi saperi. Laddove è stato realizzato il Progetto e dura da anni la realtà è cambiata tanto perché gli insegnanti hanno imparato ad essere più innovatori più motivati e responsabili, e vedono come nascono i pensieri grandi e intelligenti nella mente dei bambini con gioia immensa. Siamo abituati a realtà litigiose e volgari e perché l’educazione abbia la meglio e si educhi istruendo bisogna essere seri e offrire la nostra testimonianza. Non è un progetto extracurriculare ma un percorso curriculare di un’ora settimanale che nulla toglie ma potenzia i saperi di base . E’ difficile ascoltare veramente l’altro, significa mettere tra parentesi tutto ciò che siamo per calarsi nella dimensione dell’altro, riuscire a mettersi nell’empatia o enteropatia senza cambiare se stessi, capire le ragioni per le quali l’altro parla. Il facilitatore facendo venir fuori le idee usa la tecnica del rispecchiamento (è questo che vuoi dire? )un pensiero- altro che serve a stimolare questa ginnastica mentale che non è solo un fatto mentale e fisico ma che coinvolge la persona nel suo essere globalmente inteso e che genera una capacità trasformativa della persona ponendola in una dimensione più autentica nei rapporti con gli altri e con se stessi e certamente più produttiva sul versante dell’acquisizione del miglioramento nelle competenze che deve acquisire come Homo Sapiens Sapiens tremendamente avanzato dove non ha più spazio per essere un omuncolo, un uomo che ha superato i confini di vita tutto si è ampliato. Dobbiamo essere pronti ad apprendere sempre.”

lunedì 5 maggio 2008

I. Kant, Critica della ragion pratica, Conclusione



Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto piú spesso e piú a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza. La prima comincia dal posto che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo a una grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e poi ancora ai tempi illimitati del loro movimento periodico, del loro principio e della loro durata. La seconda comincia dal mio io indivisibile, dalla mia personalità, e mi rappresenta in un mondo che ha la vera infinitezza, ma che solo l’intelletto può penetrare, e con cui (ma perciò anche in pari tempo con tutti quei mondi visibili) io mi riconosco in una connessione non, come là, semplicemente accidentale, ma universale e necessaria. Il primo spettacolo di una quantità innumerevole di mondi annulla affatto la mia importanza di creatura animale che deve restituire al pianeta (un semplice punto nell’Universo) la materia della quale si formò, dopo essere stata provvista per breve tempo (e non si sa come) della forza vitale. Il secondo, invece, eleva infinitamente il mio valore, come [valore] di una intelligenza, mediante la mia personalità in cui la legge morale mi manifesta una vita indipendente dall’animalità e anche dall’intero mondo sensibile, almeno per quanto si può riferire dalla determinazione conforme ai fini della mia esistenza mediante questa legge: la quale determinazione non è ristretta alle condizioni e ai limiti di questa vita ma si estende all'infinito. Immanuel Kant voleva dire era semplicemente che l' essere umano nasce gia' con la consapevolezza di cio' che e' giusto e cio' che e' sbagliato, di cio' che e' in armonia col creato e cio' che non lo e'. Riportato ai giorni nostri, Kant afferma praticamente che chi dice che la normalita' non esiste sta mentendo sapendo di mentire in quanto il concetto di normalita' e' impresso nel suo essere dalla nascita e si affianca al concetto di vivere in armonia con tutto cio' che ci circonda. Anormale e' tutto cio' che rompe quell' armonia. Kant aveva questa visione dell' armonia totale dell universo, dal mondo fisico a quello metafisico. Per di piu' molte delle sue speculazioni filosofiche, pur in forma razionalista, miravano a restituire un posto di prestigio alla Metafisica in un mondo che, a causa delle correnti filosofiche Illuministe ed Empiriste dell' epoca in cui visse, si stava trasformando, dal suo punto di vista, in un mondo fatto di mero materialismo.

La voce del silenzio di Andrea Bocelli

http://it.youtube.com/watch?v=fFl6Gr--ugg

domenica 4 maggio 2008

La Voce del Silenzio Gilda Giuliani

http://it.youtube.com/watch?v=kY-Bh8u3JR4
Volevo stare un pò da sola per pensare e tu lo sai ed ho sentito nel silenzio una voce dentro me e tornan vive troppe cose che credevo morte ormai e chi ho tanto amato dal mare del silenzio ritorna come un'onda nei miei occhi e quello che mi manca nel mare del silenzio mi manca sai, molto di più. Ci sono cose in un silenzio che non m'aspettavo mai, vorrei una voce ed improvvisamente ti accorgi che il silenzio ha il volto delle cose che hai perduto ed io ti sento amore, ti sento nel mio cuore stai riprendendo il posto che tu non avevi perso mai, che non avevi perso mai, che non avevi perso mai. E quello che mi manca nel mare del silenzio mi manca sai, molto di più, ci sono cose in un silenzio che non m'aspettavo mai, vorrei una voce e improvvisamente ti accorgi che il silenzio ha il volto delle cose che hai perduto ed io ti sento amore, ti sento nel mio cuore stai riprendendo il posto che tu non avevi perso mai non avevi perso mai non avevi perso mai

domenica 13 aprile 2008

Pensa di Fabrizio Moro

http://it.youtube.com/watch?v=OkgMnca-KmA

“PENSA”
FABRIZIO MORO
Testo presentato al festival di Sanremo - vincitore sezione giovani
Ci sono stati uomini che hanno scritto pagine Appunti di una vita dal valore inestimabile Insostituibili perché hanno denunciato il più corrotto dei sistemi troppo spesso ignorato Uomini o angeli mandati sulla terra per combattere una guerra di faide e di famiglie sparse come tante biglie su un isola di sangue che fra tante meraviglie fra limoni e fra conchiglie... massacra figli e figlie di una generazione costretta a non guardare a parlare a bassa voce a spegnere la luce a commentare in pace ogni pallottola nell'aria ogni cadavere in un fosso Ci sono stati uomini che passo dopo passo hanno lasciato un segno con coraggio e con impegno con dedizione contro un'istituzione organizzata cosa nostra... cosa vostra... cos'è vostro? è nostra... la libertà di dire che gli occhi sono fatti per guardare La bocca per parlare le orecchie ascoltano... Non solo musica non solo musica La testa si gira e aggiusta la mira ragiona A volte condanna a volte perdona Semplicemente Pensa prima di sparare Pensa prima di dire e di giudicare prova a pensare Pensa che puoi decidere tu Resta un attimo soltanto un attimo di più Con la testa fra le mani Ci sono stati uomini che sono morti giovani Ma consapevoli che le loro idee Sarebbero rimaste nei secoli come parole iperbole Intatte e reali come piccoli miracoli Idee di uguaglianza idee di educazione Contro ogni uomo che eserciti oppressione Contro ogni suo simile contro chi è più debole Contro chi sotterra la coscienza nel cemento Pensa prima di sparare Pensa prima di dire e di giudicare prova a pensare Pensa che puoi decidere tu Resta un attimo soltanto un attimo di più Con la testa fra le mani Ci sono stati uomini che hanno continuato Nonostante intorno fosse [tutto bruciato Perché in fondo questa vita non ha significato Se hai paura di una bomba o di un fucile puntato Gli uomini passano e passa una canzone Ma nessuno potrà fermare mai la convinzione Che la giustizia no... non è solo un'illusione Pensa prima di sparare Pensa prima dì dire e di giudicare prova a pensare Pensa che puoi decidere tu Resta un attimo soltanto un attimo di più Con la testa fra le mani Pensa.
Frasi al ritmo cadenzato e veloce, inarrestabile, incontenibile. Non basta una canzone soltanto ad esprimere il fiume di parole che si ha dentro, che vuole straripare perché la voglia di cambiare il mondo è tanta che le frasi traboccano, non riescono a starci nell’immenso desiderio di dire tutto e di gridarlo con parole iperbole che si prolunghino all’infinito perché non possono più tacere, non possono più far finta di niente. La mafia non pensa davvero, lo fa da mafia, e una canzone non è sufficiente; è troppo breve, prima o poi finirà come la mafia ma solo con l’impegno di tutti. E lo sapevano bene Borsellino e Falcone, che per paura furono abbandonati da tutti, poi barbaramente uccisi. BLAISE PASCAL afferma che “ Bisogna pensare, conoscere se stessi. E anche se questo non servisse a trovare la verità servirebbe almeno a regolare la propria vita; e non c’è niente di più giusto. Chi vive in modo sregolato dice a chi vive nella regola che è lui ad allontanarsi dalla natura, mentre egli è convinto di seguirla: simile in questo a coloro che si trovano su una nave e credono che quelli che sono a riva stiano fuggendo. Il linguaggio è uguale da tutti i lati. Bisogna avere un punto fisso per giudicare. Il porto giudica quelli che sono sulla nave ma dove troveremo noi un porto nella morale? Riesco facilmente a immaginarmi un uomo senza piedi e testa perché solo l’esperienza c’insegna che la testa è più necessaria dei piedi. Ma non riesco a immaginarmi l’uomo senza pensiero. Sarebbe una pietra o un bruto. L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che l’universo intero si armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta a ucciderlo. Ma anche quando l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancora più nobile di chi lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità che l’universo ha su di lui. L’universo al contrario non ne sa nulla. Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. E’ con questo che dobbiamo nobilitarlo e non con lo spazio e il tempo che potremmo colmare. Sforziamo di pensar bene: questo è il principio della morale. Il pensiero fa la grandezza dell’uomo. L’uomo è nato per pensare e non c’è un solo momento che il pensiero lo abbandoni. Sta qui tutta la sua dignità e il suo merito e tutto il suo dovere consiste nel pensar come si deve. Ma a che cosa pensa il mondo? Non pensa a danzare, a suonare il liuto, a cantar a scriver versi ma a battersi a diventare re senza pensare che cos’è un re e che cos’è un uomo. Non si rassegna a fare una vita piatta, ha bisogno di novità e di azione ed i pensieri puri che lo renderebbero felice lo abbattono.”La mafia, nasce intorno al 1820. Per pensare davvero? Giammai! Per lucrare. Una vera e propria rete di piccoli centri di potere (le cosche), che mediante le minacce, i ricatti, la violenza organizzata mette sotto controllo le campagne della Sicilia centrale e occidentale, realizzando ampi profitti. L'attività delle cosche si estende poi dalle campagne alle città, investendo altri settori economici e anche quello politico e amministrativo. Nel secondo dopoguerra la mafia dilaga nei settori dei mercati ortofrutticoli e dell'edilizia espandendosi anche all’estero poiché la mafia viene difficilmente combattuta a causa dell’appoggio che essa gode da parte di diversi politici e dall’omertà degli abitanti dei paesi nei quali essa agisce. Leonardo Sciascia definisce la mafia “Un’associazione a delinquere con fini di illecito arricchimento dei propri associati e imposta con violenza tra cittadino e Stato.” Il mafioso ha estrema fiducia nel proprio coraggio ed è insofferente al coraggio altrui “Lunga è la notte e senza tempo. Il cielo gonfio di pioggia non consente agli occhi di vedere le stelle. Non sarà il gelido vento a riportare la luce, né il canto del gallo, né il pianto di un bimbo. Troppo lunga è la notte, senza tempo, infinita. “ La notte di Peppino Impastato non finiva perché tra la sua casa e quella di Tano Badalamenti c’erano cento passi, cento passi soltanto e suo padre finì per considerarlo uno come gli altri, la normalità che può appiattire, che giustifica tutto e così il tempo stagnava nel non agire. Peppino diventa il prototipo dell’eroe romantico dei nostri tempi; il disgusto della realtà in cui viveva, la coscienza della separazione da un sistema corrotto, ne fanno una vittima che vagheggia utopici mondi ideali e si esalta in gesti eroici, anticonformisti che si muovevano con la fretta di cambiare un sistema da lui stesso definito “Una montagna di merda” perché sapeva che non aveva tempo da perdere, anzi non ebbe proprio più tempo quando denunciò la corruzione del suo paese a gran voce, alla Radio in cui lavorava. Fu dilaniato dal tritolo affinché di lui non rimanesse traccia ma né il suo ricordo né il suo pensiero potranno mai cancellarsi sui binari della ferrovia di Cinisi. “Pensai a Peppino, con i pugni in tasca, tra quelle case, perduto con i suoi fantasmi. Infine pensai che è facile morire in fondo alla Sicilia.” (Claudio Fava, “Cinque delitti imperfetti”, Mondatori 1994) "La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni". (Giovanni Falcone)
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Che pesce sei?

Un'insegnante spiegando alla classe che in spagnolo, contrariamente all'inglese, i nomi possono essere sia maschili che femminili. "Uno studente chiese: "Di che genere è la parola computer?" Anziché rispondere, l'insegnante divide la classe in due gruppi, maschi e femmine, e gli chiese di decidere tra loro se computer dovesse essere maschile o femminile.A ciascun gruppo chiese inoltre di motivare la scelta con 4 ragioni.Il gruppo degli uomini decise che "computer" dovesse essere decisamente femminile"la computadora"perchè:1.Nessuno tranne il loro creatore capisce la loro logicainterna.2.Il linguaggio che usano per comunicare tra computer èincomprensibile.3.Anche il più piccolo errore viene archiviato nella memoria a lungotermine per possibili recuperi futuri.4.Non appena decidi di comprarne uno, ti ritrovi a spendere metà del tuo salario in accessori.Il gruppo delle donne,invece, concluse che i computer dovessero essere maschili (el computador)perchè:1.Per farci qualunque cosa, bisogna accenderli.2.Hanno un sacco di dati ma non riescono a pensare da soli.3.Si suppone che ti debbano aiutare a risolvere i problemi, ma perla metà delle volte,il problema sono LORO;4.Non appena ne compri uno, ti rendi conto che se avessi aspettatoqualche tempo,avresti potuto avere un modello migliore.Le donne vinsero.