Blog informativo sulla P4C

( philosophy for children)

di Lipman

Quando la filosofia dipinge il suo grigio su grigio, allora una figura della vita è invecchiata, e con grigio su grigio essa non si lascia ringiovanire, ma soltanto conoscere; la nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo.


La parola "filosofia" ha come nella sua radice il significato "far crescere". Infatti, c'è solo una cosa che sa stupire e conquistare il nostro cuore: la parola di chi non si limita a inanellare frasi sensate e ben tornite, ma di chi ci porta più in alto o più in profondità.

Che cos'è la filosofia?

“La filosofia è la palingenesi obliterante dell'io subcosciente che si infutura nell'archetipo dell'antropomorfismo universale. “(Ignoto)

Perché la filosofia spiegata ai ragazzi?

I bambini imparano a conoscere e a gestire i propri ed altrui processi emozionali, affettivi e volitivi: imparano a conoscere se stessi e a relazionarsi con gli altri. Una scuola che intende fornire esperienze concrete e apprendimenti significativi, dove si vive in un clima carico di curiosità, affettività, giocosità e comunicazione, non può prescindere dal garantire una relazione umana significativa fra e con gli adulti di riferimento. Questa Scuola ad alto contenuto educativo, non può cadere nel terribile errore di preconizzare gli apprendimenti formali, errore spesso commesso dagli insegnanti che sono più attenti a formare un “bambino-campione”, piuttosto che un bambino sicuro e forte nell'affrontare la vita, o ancora un bambino che abbia acquisito la stima di sé, la fiducia nelle proprie capacità e la motivazione al passaggio dalla curiosità, caratterizzante la Scuola dell'Infanzia, alla ricerca. L'insegnante deve poter provare un “sentimento” per l'infanzia inteso come “sentire”, percepire e prendere consapevolezza dei bisogni reali, affettivi ed educativi propri del bambino che sono altro rispetto ai bisogni degli adulti. Il ruolo dei genitori, degli insegnanti è infatti quello di educare tutti e ciascuno alla consapevolezza di ciò che il bambino “sente” emotivamente e affettivamente, perché è proprio il passaggio dal sentire all'agire che consentirà al futuro uomo di compiere scelte autonome. Un compito importante dell'insegnante è quello di mediare i modi e i tempi di un dialogo strutturato su un piano paritario, in modo tale da consentire ad ogni interlocutore di far emergere il proprio pensiero e di metterlo in relazione con quello degli altri. E' una sfida, da parte dell'insegnate, a livello culturale, sociologica e civica ma che deve coinvolgere anche i più piccoli per dotarli di una propria capacità critica, che permetta loro di ragionare, di riflettere sulla realtà e di compiere in futuro scelte consapevoli Se la filosofia è "presa sul serio", se è misurata con i problemi reali, è davvero uno strumento di formazione della persona e di indirizzo della vita. La filosofia come felicità presente nell'attività del pensiero.

Incontrarsi è una grande avventura

“Non possiamo stare
e vivere da soli,
se così è,
la vita diventa
solitudine monotona.
Abbiamo bisogno dell’altro
per condividere sguardi
di albe e tramonti,
momenti di gioia e dolore.
Abbiamo bisogno dell’altro
che ci aiuta a vedere
e scoprire le cose che da soli
mai raggiungeremo.

Beati quelli che sono capaci
di correre il rischio dell’incontro,
permeandolo di affetto e passioni
che ci fanno sentire più persone
poiché così vivendo
anche gli scontri
saranno mezzi
di un vero incontro.”
(Testo di sr. Soeli Diogo).




Questo romanzo è rivolto, con la più grande speranza e fiducia, a tutte le persone di questa società e soprattutto a quei giovani che si muovono oggi, coi loro passi, senza esserne pienamente consapevoli, verso la scoperta della grande stanza di questo mondo poliedrico e complesso, dalle mille pareti ammaliatrici. Passi che, a dosi esagerate della conquista di una felicità che riempia la stanza del loro cuore, complementare a quella del mondo, lasciano dietro sé molte tracce superficiali che si spazzano via anche con il più debole vento della loro esistenza per poi trascinarli nel giogo del “vuoto”. Che questo romanzo “Un vuoto da decidere” sia loro di aiuto per guardare in faccia, riconoscere, combattere e vincere, con le sole armi dell’amore vero per se stessi e per il mondo, questa strana “malattia” dell’anima che colpisce chi non ha difese e che porta alla conquista di una libertà infedele e subdola.

Se la metto in pratica mi fa vivere tutta un'altra vita, straordinariamente più ricca di quella che avrei ideato fidandomi solo di me.

Solleviamoci, è ora

Noi siamo quelli
che se ne vanno
pieni di vento
e di sole
in deserti
affollati
di illusioni
e non tornano più
abbagliati
da spaccati di vita.

Siamo riflessi
di affetti
profondi.
Pensieri
di fresca rugiada
posata sulla notte
che non conosce
nuvole.

Siamo i sospesi
tra sogno e realtà,
quelli sul sottile confine
tracciato
dai meandri
dei desideri.

Siamo splendide bugie
di una terra
che fatica
ad alzarsi
sui marciapiedi
della vita.

Siamo polvere
di un tempo
inesorabile
che ci riporta
tra le caverne opache
dei ricordi.

Siamo l’urlo
di amici perduti
non ancora tornati,
che raccoglie
sogni lanciati
su nuvole rosa
gonfie di cuore
nel cielo sospeso
della gioventù.

Siamo parole
mai dette
intrappolate
tra i rami
scheggiati
di un inverno
che fatica
nel risveglio.

Siamo vita
che scoppia
nei focolai spenti
accesi dal giorno che nasce
a dispetto di tutto.

Preghiere
Strappate ai silenzi
concessi da un Dio
che non ama
piangersi addosso.

Siamo
l’andata e il ritorno
di noi stessi.

Solleviamoci.
E’ ora.

PAESE MIO

Paese mio
cinto a primavera
di riccioluti gorgheggi
affaccendati
come comari
nel via vai del giorno
ti vai combinando
tra nuvole ariose
all’orizzonte
e sogni fermi
dietro vetri antichi.

Tu non conosci gli anni.

Il tuo grembo
avrà sempre un vecchio
davanti ai tuoi tramonti
aggrappato
ai sapori di campagna
mentre torna stanco
con le zolle in mano
cantando
la fatica della terra.

E non conosci spazi.

Sei tutto lì
che vivi di germogli
seminati
nei cuori della gente
che s’adatta
all’ombra
dell’inverno
mentre fuori
è estate.

Per questo
non ti mancano
i sorrisi
strappati ai vicoli
intrecciati e bui
come strette di mano
nel bisogno
tra calde mura
di camini accesi.


Tra gli alberi d’ulivo
bagnati di sole
che lasciano un’impronta
tra le rughe
dei ricordi

che strada voltando
riporta
inesorabilmente
a te.



mostra di poesie

mostra di poesie
Solleviamoci, è ora


lunedì 18 febbraio 2008

Il simbolo della pace compie 50 anni




Il simbolo della pace vuole essere un segnale forte, anche a livello simbolico, nei confronti dei potenti che si ostinano a percorrere la pericolosa via delle armi ed in particolare delle armi nucleari. Compie cinquant'anni, composto da una linea verticale e due linee inclinate verso il basso, inscritte in un cerchio. Diventato negli anni uno dei loghi più conosciuti, associato all'America degli anni ‘60 e alla cultura hippie, nasce in realtà in Gran Bretagna nel 1958 come simbolo della Cnd (Campaign for nuclear Disarmement), organizzazione pacifista che aveva tra i suoi promotori il filosofo Bertrand Russell (1872-1970). Il primo utilizzo pubblico del simbolo risale infatti alla marcia di Aldermaston, località sede di una base militare e di una fabbrica di armi nucleari, in Inghilterra. Ad inventare il simbolo, che è riuscito a imporsi sul suo più diretto concorrente, la colomba della pace di Picasso, è stato Gerald Holtom. Obiettore di coscienza durante la Seconda guerra mondiale, decisione non scontata per quei tempi, Holtom, al termine del conflitto si avvicinò al Cnd diventandone presto attivista. Ai membri dell’organizzazione propose uno strano logo disegnato, qualche tempo prima, in nome della pace. L’idea nacque dopo aver studiato l'opera di Goya sui popolani madrileni fucilati dalle truppe di Napoleone. In particolare, la sua attenzione cadde su due personaggi: uno morto con le braccia abbassate e un altro vivo con le braccia alzate. Stilizzando tali posizioni e ispirandosi alla gestualità che i marinai utilizzano per comunicare a distanza tramite le bandierine (la lettera ‘N’ di ‘nuclear’, indicata dalla linea verticale, la lettera ‘D’ di ‘disarmament’, corrispondente alle linee inclinate, e il cerchio che rappresenta la parola ‘globale’), realizzò il simbolo della pace che i pacifisti inglesi riprodussero durante le marce da Londra ad Aldermaston. Il frequente errore di assegnarne la paternità a Bertrand Russell deriva probabilmente dal fatto che Russell era il presidente della CND proprio in quel periodo. Circa 10 anni dopo il simbolo comincia ad essere utilizzato come riferimento generale alla Pace dal movimento studentesco contro la guerra, diventando probabilmente il più noto simbolo della cultura giovanile degli anni sessanta. Secondo alcuni il simbolo deriva da due simboli storici cristiani: il cerchio esterno indica la terra (desolata e vuota, Gen 1:2) mentre il disegno interno “piede della strega/zampa di corvo”, indica “DIO discende” (con il dono di salvezza, Giovanni 3:16). Secondo altri le due braccia con bandierine, senza il cerchio, assomigliano ad una figura stilizzata con le braccia aperte “il gesto di un essere umano disperato”; il cerchio rappresenta l’utero o le generazioni non nate, come pure il mondo; il colore nero rappresenta l’eternità. Un’altra spiegazione, presumibilmente “non ufficiale”, è che essa rappresenta la croce del cristo con le braccia abbassate in segno di disperazione. Infatti il simbolo è anche la Runa della Morte nell’alfabeto runico Futhark. Negli anni '80 il simbolo viene utilizzato, per lo meno negli Stati Uniti, per rappresentare l'ambientalismo, in particolare nella forma di imitazione della bandiera statunitense in veste blu e verde con il simbolo della pace al posto delle stelle. Proprio nel 1958 vennero realizzati i primi distintivi in ceramica con il simbolo della pace. Oggetti che furono distribuiti con un foglietto ‘di istruzioni’ nel quale si spiegava che in caso di disastro atomico quello sarebbe stato uno dei pochi manufatti umani a restare integro. Bayard Rustin, affascinato dall'idea, 'esportò' il simbolo negli Stati Uniti dove venne adottato dagli attivisti per i diritti civili. Nella metà degli anni ‘60, comparve nelle dimostrazioni contro la guerra del Vietnam, dipinto sulle bandiere americane, sui vestiti dei contestatori e persino sugli elmetti dei militari impegnati al fronte, oltre che su milioni di spille, magliette, affiancato allo slogan “Fate l'amore non fate la guerra.” Ma il successo popolare continua da mezzo secolo, sui muri di Sarajevo e di Timor Est, nelle manifestazioni, sui diari o gli zainetti dei ragazzi, nonostante il mezzo secolo di vita, quello della pace “non è affatto un simbolo sorpassato e, anzi, è entrato a pieno titolo nella modernità”. Ferrero spiega che "nella società di oggi i 'valori' e i simboli hanno più valore di un tempo. La società ha bisogno di identificazioni simboliche". "Sia come simbolo pacifista che come simbolo antimilitarista” - afferma ancora Ferrero – il simbolo della pace fa parte del vissuto contemporaneo e non è affatto stato ‘soppiantato’ dalla bandiera con i colori dell'iride. La bandiera – spiega - ha una caratterizzazione più nettamente pacifista o, se si vuole buonista. Mentre il simbolo della pace ha anche una carica antimilitarista, è simbolo dell'obiezione di coscienza. Non solo quindi ricerca della pace, ma rifiuto delle armi, dell'impegno personale contro l'uso delle violenza e per il riconoscimento dei diritti”. E' un simbolo universale, riconosciuto in tutto il mondo. E questo – sottolinea - è forse dovuto proprio al fatto che non è stato mai registrato. Non è di nessuno quindi è di tutti''. Attualmente il colore e la grandezza variano molto; più spesso si trova il simbolo bianco in campo nero, ma altre combinazioni sono bianco su blu, verde su bianco e rosa su nero.





domenica 10 febbraio 2008

Padre Paolino Tomaino,








“Dammi tempo, o Signore! Lo so che non finirei mai, ma Signore ti chiedo solo 20 anni perché alcuni non hanno che me, tutto è sulle mie mani. Aspetta! Intanto imparano un mestiere. E il Signore mi ha risposto: “ Chiedi ai tuoi confratelli se sono disposti a restarci altrimenti non ha senso che ti dia tempo. Da solo non potresti farcela.” Nessuno mi ha risposto di no e tutti han dato la loro disponibilità.” Padre Paolino ha settant’anni circa e non ha tempo neanche per stancarsi nella sua terra d’Africa. La sua presenza lì è presenza di Dio. Fa da medico, maestro, sindaco, maresciallo in una terra bistrattata e dimenticata da tutti, in Uganda, più precisamente in una regione a 300 km dall’equatore, 3500 kmq di zona arida, fredda e piena di mosche del sonno, isolata, dove fu mandato dal Vescovo locale perché nessuno voleva rischiare. “ Prova per tre mesi, se non ti trovi bene te ne vai” Nel 2000 l’esplorazione, senza sapere dove dormire, ma con tanta esperienza sulle spalle da altre missioni, poi quasi in fin di vita una capanna, in cui per tutte le notti la lotta tra i topi di città e i topi di campagna diviene unica distrazione spettacolare. Padre Paolino svolge il suo programma come meglio può, celebrando la Santa Messa nella mattinata di domenica. Quando i pomeriggi piove molto sta dentro una stanzetta senza porte e senza finestre dove trascorrerà la notte al freddo e mentre cala l’oscurità zanzare e insetti si raccolgono intorno alla lampada. Qui si ammala di malaria ma, superata la malattia, decide di restare e di lottare per quei bambini da istruire, da sorreggere, da curare, da far diventare grandi, da amare. In totale 150 frazioni, 13000 ragazzi, 450 classi da gestire. In una terra che prima di appartenere ad un posto o ad un pezzo di terreno, senza nessuna assistenza sanitaria se non quella di qualche infermiera per curare le malattie più gravi, si chiede dove sarà ubicata la Chiesa per la messa domenicale. “ Signore, questa gente dove va, senza di noi missionari? Aspetta a portarmi via. Dammi tempo.” Su padre Paolino sono state dette tante cose gratificanti e certamente lodevoli. La sua opera missionaria, lontana da un mondo pieno di confort e perbenismo, dove fare volontariato spesso diventa, alla moda occidentale, un mettersi a posto con la coscienza, è stata pienamente descritta e prospettata già diverse volte; un’opera certamente strutturata alla base dalla visione di umiltà intellettuale del fare per non ricevere nulla in cambio, né lodi personali. La sua figura, centrata su una povertà pagata sulla propria pelle d’anima, si preannuncia senza strepiti, piena di gratitudine per tutti coloro che sostengono, non la sua persona, ma la sua Missione. Un piccolo grande uomo che fin dalla giovane età ha sentito dentro qualcosa che lo spingeva verso una vita diversa da quella che stava vivendo e dalle attività che pensava di svolgere. Gli piaceva fare l’insegnante ma, entrato nel Seminario di Catanzaro si accorse ben presto che cercava qualcos’altro e la via più giusta gli fu indicata da un altro. “Le sue parole penetrarono nel mio cuore” come egli stesso afferma, “come frecce e quando ebbe finito di parlare, avevo finito di cercare. E seguii la mia strada con caparbietà, senza dubbi o ripensamenti”. Lasciato il mio paese mi sentii soffocare perché sapevo che avrei lasciato tutto e tutti col cuore anche se fisicamente sarei tornato. Nel 1958 feci la mia prima promessa che avrei dedicato la mia vita all’Africa, il mio unico amore e per la quale avrei dato tutta la mia vita fino all’ultima goccia di sangue, se necessario. Nel 1960ritornai in Italia per gli studi teologici ed a Giugno dei 1964 il coronamento di tutti i miei sogni: sacerdote e missionario in Africa, in Uganda nella regione del Kigezi dove spesi 25 anni. Fu amore a prima vista. Sentivo di amare quella gente per sempre e così è stato fino ad oggi, e non mi sono ancora stancato, né è venuto meno l’entusiasmo di quel primo giorno, anzi col passare degli anni, tutto è aumentato a dismisura.” Le coordinatrici del volontariato, Elisa Cerchiaro e Donatella Villella da anni si occupano a Pianopoli del recupero delle offerte da inviare alle missioni, con un lodevole e sacrificato impegno condiviso da una grande parte della popolazione e, grazie alla loro ricerca silenziosa e assidua, ottengono ogni anno un numero sempre maggiore di aderenza al sostentamento dei bambini in Africa. Un’intera frazione africana è stata perciò denominata con l’omonimo nome di Pianopoli grazie al contribuito di circa 20.000 euro a partire dal 2001 fino ad oggi. La squadra di calcio degli “Amatori” di Pianopoli, ha promosso la spendida iniziativa con la stesura di un calendario, e la somma raccolta è stata devoluta interamente alla missione. “Con i fondi hanno dato 20 insegnanti alla scuola” sostiene felice Padre Paolino “nonché la possibilità di far studiare una classe intera fino al termine di un ciclo scolastico.” L'origine teologica del termine è la traduzione latina della parola greca apostolo. Un missionario è colui che si impegna a diffondere una religione in aree in cui non è ancora diffusa. Oggi pero' il missionario è anche colui che testimonia la Parola non solo nelle missioni ma anche nel proprio ambito sociale. Non sempre la diffusione della propria religione è il compito principale del missionario, specialmente quando questi operi in zone con elevata eterogeneità culturale. Molti di essi promuovono lo sviluppo economico, l'educazione, la letteratura, la medicina e la cura di orfani e vittime di guerre e conflitti. I missionari hanno inoltre favorito importanti e positivi cambiamenti culturali con l'abbandono di pratiche che sono comunemente considerate barbare o contrarie ai diritti umani, ad esempio forme di tortura, cannibalismo o sacrifici umani.Tuttavia la dottrina cristiana impone alle popolazioni evangelizzate una cultura prettamente 'occidentale', cioè essa non riconosce l'eterogeneità culturale, si impone su una cultura preesistente modificandone gli schemi mentali propri. Per questo atteggiamento etnocida il missionario vive un rapporto conflittuale con l'antropologo. Bisogna altrettanto citare che vi sono esempi di missionari che, talvolta in contrasto con l'apparato ecclesiastico centrale, fondono la cultura esistente nel luogo nel quale sono inviati con il concetto di amore universale proprio della religione (cattolica prevalentemente). Benché nell'accezione comune missionario riguardi prevalentemente il Cristianesimo anche altre religioni con vocazione universale formano missionari.

c.c.p.n°15521883
intestato a : Padre Paolino
presso parrocchia 88040 S. Pietro apostolo


venerdì 1 febbraio 2008

Rabindranath Tagore Gitanjali I

Mi hai fatto senza fine
questa è la tua volontà.
Questo fragile vaso
continuamente tu vuoti
continuamente lo riempi
di vita sempre nuova.
Questo piccolo flauto di canna
hai portato per valli e colline
attraverso esso hai soffiato
melodie eternamente nuove.
Quando mi sfiorano le tue mani immortali
questo piccolo cuore si perde
in una gioia senza confini
e canta melodie ineffabili.
Su queste piccole mani scendono i tuoi doni infiniti.
Passano le età, e tu continui a versare,
e ancora c'è spazio da riempire.
Quando mi comandi di cantare,
il mio cuore sembra scoppiare d'orgoglio
e fisso il tuo volto
e le lacrime mi riempiono gli occhi.
Gitanjali II

martedì 29 gennaio 2008

IL GRANDE SILENZIO (Die grosse Stille)Un film di Philip Gröning. Genere Religioso, colore 162 minuti. - Produzione Germania 2005.

In un tempo di cinema chiassosamente sonoro, che tutto riempie e trabocca, diventa necessario sperimentare il silenzio. Quello grande e silente "registrato" nel monastero certosino de La Grande Chartreuse, situato sulle montagne vicine a Grenoble. A salire sulle Alpi francesi con la macchina da presa è stato il regista tedesco Philip Gröning, che per diciannove anni ha cullato il desiderio di realizzare un documentario sulla vita dei monaci e sul tempo: quello della preghiera e quello del cinema. Perché quel tempo potesse scorrere sulla pellicola, il regista ha condiviso coi monaci quattro mesi della sua vita: partecipando alle meditazioni, alle messe, alle lodi, ai vespri, alla compieta (l'ultima delle ore canoniche), ritirandosi in una cella in attesa di ripetere nuovamente l'ufficio delle letture. Il suo film, apparentemente immobile e privo di uno sviluppo narrativo, trova invece un suo modo straordinario di procedere inserendo un dialogo muto tra l'uomo e la natura, scandito fuori dal monastero dalle stagioni e dentro le mura, vecchie di quattro secoli, dalla rigorosa liturgia dei monaci. Separati materialmente dal mondo mantengono con esso una solidarietà espressa attraverso un'incessante preghiera. La vita eremitica e contemplativa viene filmata e riproposta allo spettatore nelle sue ricorrenze quotidiane, inalterabili e puntuali, interrotte soltanto da un imprevisto "drammaturgico": l'arrivo di un novizio al convento. L'equilibrio della comunità monastica è ricomposto poco dopo con l'ammissione del giovane uomo nell'ordine, attraverso suggestive cerimonie di iniziazione in lingua latina. La partecipazione dello spettatore alla vita del monastero è affidata unicamente alle immagini, che non si aggrappano quasi mai a un suono, a una voce esplicativa fuori campo, a una musica applicata alla pellicola, a una parola, se non a quella di Dio. I salmi e le preghiere, sgranate come un rosario e costantemente ripetute, sono l'unico linguaggio concesso, lo strumento verbale alto per pensare il divino, per comunicare con Lui. Il regista "officia" la sua funzione lasciando libero lo spettatore e la sua percezione di cogliere nel montaggio i commenti impliciti, nel silenzio i suoni compresi. Perché il suo documentario diventi un'autentica esperienza ascetica, Gröning lo costruisce come fosse un mantra, mettendo la grammatica del cinema al servizio del linguaggio dello spirito. Se la comprensione dell'Assoluto passa attraverso la reiterazione della preghiera, il cinema che la fissa dovrà a sua volta replicare il suo linguaggio, quello della ripresa. E allora si ribadisce quell'inquadratura, quel primissimo piano, quel campo medio o lunghissimo, si insiste sulle identiche didascalie di raccordo perché il pubblico stabilizzi la mente e lo sguardo su un'idea. La lunghezza della pellicola, che ha impaurito i più o peggio li ha spazientiti, è al contrario funzionale all'esperienza contemplativa che il regista ha voluto raccontare. La sua visione disciplina la mente inducendola, e non poteva essere altrimenti, a chiarire e a purificare il pensiero. Per una volta non può far male.

domenica 27 gennaio 2008

Le Passioniste

Incontrarsi è una grande avventura

“ Non posso far niente per affrettare
il sorgere del sole
ma mi tengo sveglio di modo che il sole
quando sorgerà
non mi trovi addormentato”


Casa Accoglienza BETHEL TABOR
Comune di Pianopoli

Situata su un pianoro vicino al Santuario di Dipodi, sul territorio del Comune di Pianopoli, sorge la Casa diocesana delle Passioniste, fornita di 21 stanze con servizi interni, un salone, un refettorio e una cappella. E’ stata ideata da Don Armando Augello, sacerdote della parrocchia del Redentore e donata poi alla Diocesi di Lamezia allora retta dal Vescovo Monsignor Vincenzo Rimedio, oggi da Luigi Cantafora. Alle soglie del terzo millennio l’Europa sta vivendo delle esperienze contrastanti e contraddittorie. Reduce da due sanguinose guerre mondiali che all’inizio e verso la metà del secolo hanno devastato famiglie, città nazioni, il vecchio continente sembra non aver trovato ancora un suo equilibrio. E’ vero che abbiamo assistito alla caduta del muro di Berlino, alla nascita di nuove democrazie, ad un’inattesa apertura fra est ed ovest, alla lenta costruzione della comunità europea. Purtroppo è anche vero che nel suo seno convivono segni di morte e di distruzione: guerre fratricide, emigrazioni di massa, separazione marcata tra oriente e occidente, idee nazionaliste, la realtà di una gioventù indifferente e priva di valori.
-Chi sono le suore Passioniste?
Risponde Suor Elvira Rodofili, Superiora della Comunità, nella casa dal giugno del 2002 con le sue consorelle che hanno iniziato il loro apostolato qui con l’aiuto della loro Congregazione che, nei momenti di estremo bisogno, ha provveduto alle loro necessità quando ancora la Casa non era che all’inizio della suo operato.
“Noi suore Passioniste siamo una Congregazione di vita apostolica di diritto Pontificio, nate a Firenze nel 1815 grazie a Maria Maddalena Frescobaldi Capponi, una giovane e nobil donna che nonostante i suoi impegni sociali non disdegnò donarsi agli ultimi, specie alle donne traviate. Il Carisma l’aveva attinto da S. Paolo della Croce. La Congregazione delle passioniste di S. Paolo della Croce è nata in Europa in un periodo di lotte e di conquiste, quando le grandi potenze dominavano le nazioni più deboli favorendo l’ignoranza, la dipendenza, lo sfruttamento soprattutto di donne e bambini. Maria Frescobaldi le riscatta togliendole dalla strada.”
- Qual è il vostro Carisma?-
“Ci impegniamo a vivere oggi con voti di povertà castità e obbedienza, testimoniando la Passione del Signore e dei dolori della Vergine Maria, con il nostro stile di vita, rispondendo al meglio quanto ci è richiesto dalla Diocesi di Lamezia, accogliendo quanti vogliono ritirarsi in questa Casa per incontri di preghiera e di spiritualità per la ricostruzione della persona.”
-Cosa si intende per ricostruzione e recupero della persona?
“Ricostruire la persona è far prendere consapevolezza che l’amore di Dio è infinito nonostante i peccati commessi. Gesù sulla Croce non giudica ma perdona. Egli vuole spiegare all’uomo cos’è l’uomo veramente libero quando non è schiavo delle sue passioni. Gesù che con le sue stesse ferite dalla Croce risana le sue ferite.
-Come attuate in questa Casa il vostro Carisma?-
“Non essendo di clausura il nostro Carisma ci porta alla formazione dei pellegrini facendo missione dentro e fuori la Casa, nelle famiglie, visitando gli anziani, con la catechesi ed accogliendo gruppi di laici provenienti dalle parrocchie di tutta la Diocesi ma anche da zone più lontane. Arrivano variegati movimenti ecclesiali per trascorrere la loro domenica qui per rilassarsi nella meditazione e nella preghiera, lontani dal frastuono della città, per ritrovare se stessi con Dio. Con le offerte lasciate dai gruppi mandiamo avanti la Casa e ringraziamo il Signore perché appena ci vengono a mancare i soldi Lui ci manda un gruppo, come la manna del deserto, e provvede in quel momento al nostro sostentamento. I gruppi hanno un sacerdote-guida con un programma di adorazione, preghiera e formazione. Anche quando arrivano piccoli gruppi di giovani senza il prete noi suore facciamo apostolato affrontando con loro temi attuali di loro interesse.” In queste vicende terrene, dunque, la passionista, impegnata sulle strade d’Europa, cerca nuove forme di solidarietà che umanizzano chi dona e chi riceve. Con il suo essere memoria viva dell’amore di Dio ogni passionista, per le vie d’Europa, tesse incontri segnati dalla misericordia per ridestare la speranza, sensibilizzare alla solidarietà verso i più deboli e indicare nuovi cammini che hanno in Cristo la sorgente e il fine. Tutto ciò si realizza in attività concrete, come scuole, case-famiglia centri pastorali e parrocchiali, case di riposo per anziani nell’incontro personale che va al di là della struttura e cerca di raggiungere la persona nel cuore dei suoi problemi. La passionista avvicina i piccoli per offrire loro protezione, aiuto sostegno e, dove non c’è, una famiglia che li accolga come persone amate; avvicina adolescenti e giovani per offrire sicurezza, per orientare e lenire ferite; incontra giovani donne intristite dallo sfruttamento per ridare speranza; aiuta le famiglie a rispondere con pienezza alla loro vocazione cristiana, si curva sulla solitudine di anziani che una visione riduttiva della vita mette al margine perché inutili. Si mette dalla parte della vita per dire ancora una volta all’Europa che la sua identità è incomprensibile senza Cristo e che solo in Lui può ritrovare quelle radici comuni dalla quali è maturata la sua civiltà, la sua cultura, il suo dinamismo, la sua intraprendenza, la sua capacità di espansione costruttiva anche negli altri contenenti.
- Come fate a gestire la vostra missione dentro e fuori?-
“Gestire la Casa da sole e fare apostolato comporta un grande sacrificio, avremmo bisogno di tanti volontari che ci aiutino nei lavori manuali ma purtroppo non si prodigano in molti dato che qui non c’è gratificazione di carità immediata.”
Le passioniste operano in tutti i continenti, dove regnano scenari di sofferenza e morte senza alcuna protezione dove la cultura della morte tenta di sopraffare in vari modi.

I giorni della merla




Gli ultimi tre giorni di gennaio, ovvero il 29, 30 e 31, secondo la tradizione sono considerati i “giorni della merla “, i più freddi dell'inverno. Se sono freddi, la Primavera sarà bella, se sono caldi la Primavera arriverà tardi. Ma perché sono i giorni più freddi dell’inverno? A prescindere che non tutti gli anni sono o saranno stati i più freddi, che siano tra i più gelidi deve avere un fondo di verità se ne è nata una leggenda, che ha sempre per protagonista un merlo. Secondo una versione più elaborata della leggenda una merla, con uno splendido candido piumaggio, era regolarmente strapazzata da Gennaio, mese freddo e ombroso, che si divertiva ad aspettare che la merla uscisse dal nido in cerca di cibo, per gettare sulla terra freddo e gelo. Stanca delle continue persecuzioni la merla, un anno, decise di fare provviste sufficienti per un mese, e si rinchiuse nella sua tana, al riparo, per tutto il mese di Gennaio, che allora aveva solo 28 giorni. L'ultimo giorno del mese, la merla pensando di aver ingannato il cattivo Gennaio, uscì dal nascondiglio e si mise a cantare per sbeffeggiarlo. Gennaio si risentì talmente tanto che chiese in prestito tre giorni a Febbraio e si scatenò con bufere di neve, vento, gelo, pioggia. La merla si rifugiò alla chetichella in un camino, e lì restò al riparo per tre giorni. Quando la merla uscì, era sì, salva, ma il suo bel piumaggio si era annerito tutto per i fumi e così rimase per sempre. Sull’argomento esiste un’antica leggenda citata anche da Dante Alighieri nel tredicesimo canto del Purgatorio: “Più non ti temo Domine, che uscito son dal verno”. A cosa possono essere paragonati questi tre giorni? Alla ciclicità della vita che ci sottopone inaspettatamente a delle asperità che ci cambiano e che tuttavia sono parte imprescindibile di essa? Al fatto che ognuno di noi abbia delle certezze che possono crollarci da un giorno all’altro? Che non dobbiamo sempre fidarci delle apparenze, perché il lato oscuro delle cose è sempre dietro l’angolo? Ad essere perseveranti e coraggiosi? Che i potenti approfittano dei più deboli? Sostituendo la merla con una donna e il cambio del colore delle piume con una trasformazione sociale della stessa, si può concludere che ben venga un cambiamento se serve ad abbandonare una vecchia condizione di servilismo o privazione. Il cambiamento, la sana ribellione richiede altrettanta forza d’animo, speranza, fede, adeguamento alla diversità. La paura del nuovo ci inchioda ad un sistema ma la repressione, il ricatto morale, il proibizionismo sfociano prima o poi in lotta verso una libertà interiore che non ha limiti, solo quegli stessi della stessa libertà che può decidere quando, come e perché tornare. E per la libertà sono state fatte migliaia di battaglie contro gli arroganti che tuttora imperano in ogni campo sociale cercando di attirare i più “deboli” con il carisma della avidità. Il nome, Febrarius, in latino significa purificare. Macrobio ricorda che Numa lo aveva dedicato al dio Februus e stabilito che durante questo mese si celebrassero riti funebri agli dèi Mani. Nel VII secolo la Chiesa Romana adattò al 2 febbraio una festa che già era celebrata in Oriente fin dal IV secolo, ovvero la presentazione al tempio del Signore. La presentazione del neonato al tempio, e la conseguente purificazione della madre, dovevano avvenire quaranta giorni dopo il parto e, poiché il giorno della nascita era stato fissato, per convenzione, al 25 dicembre, ecco coincidere perfettamente la purificazione della Vergine con la festa pagana di Giunone purificata. Ma è rimasta l’usanza di chiamare questo giorno Candelora, perché vi si benedicono le candele che saranno distribuite ai fedeli. Perché candele benedette in questo giorno particolare e non in altri? Perché durante i festeggiamenti a Giunone Purificata e Giunone Salvatrice i fedeli correvano per la città portando fiaccole accese. E nel VII secolo si svolgeva già a Roma, in occasione della festa cristiana, una processione notturna con ceri accesi. Secondo la tradizione, i ceri benedetti erano conservati in casa dai fedeli e venivano accesi, per placare l’ira divina, durante i violenti temporali, aspettando una persona che non tornava, o che si pensava fosse in grave pericolo, assistendo un moribondo, durante le epidemie o i parti difficili. Ai nostri giorni, febbraio ha perduto la sua connotazione di mese dedicato alla purificazione e ai morti, poiché il mese dei morti è stato spostato a novembre. Quando canta il merlo siamo fuori dell’inverno, ma la storia dei giorni della merla rappresenta un invito a non fidarsi dei primi tepori e corrisponde alle osservazioni sul tempo atmosferico che si fanno alla Candelora. Nel 2003, si è registrata una "Merla" poco superiore alla media (t. media 7.8°C) mentre quelle del 98 e 99 furono le più fredde degli ultimi 33 anni. Nel 2004, c’è stata una "Merla" fredda (Tmedia 5.8 gradi) poichè nei giorni precedenti aria gelida era affluita dall'Est Europeo. Nel 2005 si è registrata la merla più fredda dei 39 anni a causa della discesa di aria polare da NE portata dalla depressione sull'Italia meridionale. Se si pensa che la temperatura media di gennaio 2008 (calcolata sullo stesso periodo di osservazioni) è di 10°C circa, non si può proprio più parlare di giorni della merla. L’effetto serra ha sfatato ogni mito e tradizione. Forse la leggenda della Merla nacque in un’epoca in cui gennaio era molto più freddo di oggi, forse, non disponendo di strumenti e di statistiche la gente, sofferente già per due mesi di freddo, aveva la sensazione che il “cuore” dell’inverno fosse il periodo più freddo. In diverse località d’Italia ci saranno feste di fine gennaio, originariamente campagnole : tutti a cantare in piazza e poi grande cena con specialità tipiche.

venerdì 18 gennaio 2008

“PHILOSOPHY FOR CHILDREN” 1° incontro del corso di formazione sulla P4C dott.ssa Lupia












• PROGETTO INSERITO NEL PIANO DELL'OFFERTA FORMATIVA DELLA SCUOLA DELL'INFANZIA – PRIMARIA- DI PRIMO GRADO DELL’ISTITUTO COMPRENSIVO DI FEROLETO ANTICO PER ANNO SCOLASTICO 2007-2008
Parte già da quest’anno scolastico 2007/2008, nell’Istituto Comprensivo di Feroleto Antico, amministrato dal Dirigente Scolastico Napoleone Ruberto, la sperimentazione del Progetto innovativo di “Filosophy for children”(P4C) peraltro già in uso in varie scuole italiane con grande successo educativo. Il Collegio dei Docenti ha largamente condiviso la filosofia progettuale che sarà estesa alla quasi totalità delle classi/sezioni per tutti gli alunni ed avrà durata pluriennale. I docenti formati, poi, troveranno lo spazio per applicare le strategie educativo/didattiche più coerenti con gli stili di apprendimento degli alunni. “Il curricolo è di grande valenza educativa e democratica per la persona che lo esperisce perché cambia il suo modo di interagire, ha un valore trasformativo ed emancipativo e permette di gestire la riflessività. Esperienza e riflessione devono essere congiunte perché insieme danno luogo a quel percorso di mediazione intellettuale umana relazionale da cui nasce il confronto che porta ad esercitare diverse capacità : di lettura, analisi e giudizio inteso non come pregiudizio ma come giudizio tale da individuare false argomentazioni, false credenze per emendare se stessi. Philosophy for children è la piattaforma che fa da matrice agli altri percorsi su cui si innestano tutti gli altri percorsi specifici di apprendimento perché inevitabilmente è generativo di processi emancipativi dal punto di vista relazionale e cognitivo mettendo in campo la meta cognizione e la creatività. Il curricolo non si prefigge l’insegnamento delle discipline ma pone come obiettivo dichiarante l’apprendere a filosofare per attivare il pensiero logico- dialogico- filosofico con gli altri, partendo da cose anche le più banali. la mente come uno che ragiona da filosofo, e non come visione cimiteriale della filosofia come dice Bencivenga. Noi ragioniamo per dicotomie e contrapposizioni, non siamo mai riusciti a trovare una sintesi dell’opposizione. Lipman studia il pensiero complesso che è multilogico e pluridimensionale, unendo ciò che è separato. Conoscendo noi stessi e le magagne che ci caratterizzano andremo ad intervenire su noi stessi per migliorare; lavorando con il rispetto delle idee di tutti, impareremo a dialogare (logos più logos che s’incontrano). Tutto ciò che è eterogeneo benché problematico, è fonte di ricchezza. Modi di sentire diversi rispettabilissimi se e finchè sanno dare ragione di sé. La Comunità di ricerca o CdR, col suo domandare, porta alla metafisica che dà forza alla mente affinchè non siamo i burattini di chi ci comanda ma ognuno col suo progetto di vita. I bambini interrogano il mondo molto precocemente, ed è qui il punto di partenza della pratica filosofica. Il metodo della filosofia con i bambini prende le mosse da questo interrogare per iniziare con loro questo percorso. Si tratta, quindi, di non scansare queste domande. La filosofia è intesa qui come questione, e non come sapere, che accompagna la meraviglia e lo stupore di fronte al mondo. Un corso di filosofia con i bambini non sarà un luogo nel quale si espone la teoria platonica ma un luogo dove li si impegna a porre le loro domande, a svilupparle ed a riferirle al mondo risvegliando in noi l'assurdo che noi temiamo di trasmettergli. L’affermazione dell’ego e il noi si fondono, l’Io non si nega ma si lega in un punto di vista co-costruito. Il 15 novembre scorso anche l’UNESCO ha proclamato “Il Philosophy day” dando ampio spazio alla P4C. La filosofia è un dispositivo per muoversi nel mondo, uno strumento di vita quindi dell’educazione che abbraccia la dimensione:esistenziale, meta- disciplinare, meta- cognitiva, etica ed estetica, dialettica, dialogica e argomentativa” E’ quanto ha esposto, nel primo incontro, La Dottoressa Maria Rosaria Lupia, Dirigente dell’Istituto Comprensivo di Diamante, specializzata nel Curricolo P4C e formatrice a livello nazionale, alla quale è stata affidata la formazione del gruppo dei docenti interessati, con la collaborazione dell’insegnante Maria Rosaria Cava. Il corso Philosophy for Children, che si concluderà a metà gennaio, è una delle più significative esperienze pedagogiche contemporanee iniziata negli anni ‘70 da Matthew Lipman, fondatore dell'Institute for the Advancement of Philosophy for Children, Montclair State University, U.S.A., ed ha avuto ampia diffusione dapprima negli Stati Uniti e successivamente in tutto il mondo con l'istituzione di numerosi centri di studio e sperimentazione del programma. Le dinamiche che sottendono la realizzazione del progetto non escludono la partecipazione delle famiglie sia in fase progettuale che in fase attuativa. L’Istituto Comprensivo di Feroleto ritiene indispensabile, dopo un’attenta valutazione, che il Piano dell’Offerta Formativa vada integrato con un percorso educativo curriculare trasversale fatto di attività che consentano al bambino una più responsabile integrazione sociale. Il dissolversi dei valori tradizionali, unitamente all’imporsi dei nuovi saperi, i cambiamenti e le complessità culturali, riscontrabili anche nel nostro territorio, la scarsa convergenza tra i modelli proposti dall’Istituzione e i modelli assimilati dagli alunni attraverso i mass-media, richiedono cittadini più competenti, flessibili, autonomi, collaborativi e tolleranti. Ciò ha determinato la necessità di proporre esperienze volte non solo all’istruzione della persona, ma anche alla sua formazione educativa che non si esaurisca nel solo periodo scolastico. Le finalità del progetto sono protese a sopperire alla carenza comunicativa tra scuola, famiglia, tra famiglia e figli, a ridurre i fenomeni di bullismo, alla prevenzione dell’uso di droghe ed alcool, all’inserimento sociale, quindi a formare cittadini capaci di giudizio critico e di scelta responsabile, “Hume dice che il bambino è libero da pregiudizi, forse è addirittura il più grande filosofo perché fa l’azione: domanda. E, domandando, rompe la crosta dell’ovvio. Del bambino, soggetto filosofico, l’adulto deve saper stare in ascolto e capire che cosa egli ci dice. Una Scuola ad alto contenuto educativo, è attenta a formare un bambino sicuro e forte nell'affrontare la vita piuttosto che un “bambino-campione”. Con la filosofia si cancella quella pratica del dibattito-scontro dove ognuno ha bisogno di avere ragione, di portare l'altro sul proprio terreno al fine di una vittoria senza profondità. E' una educazione alla democrazia e per la democrazia.
Articolo pubblicato sul quindicinale "Illametino"




mercoledì 16 gennaio 2008

La CdR ( Comunità di ricerca)2° incontro del corso di formazione della P4C diretto e curato dalla dott.ssa Maria Rosaria Lupia:

“La prima cosa da fare quando noi vogliamo realizzare una sessione laboratoriale della P4C dobbiamo organizzare lo spazio che deve essere educativo e relazionale. In che cosa si configura? Intanto nell’attenzione per la prossemica: il linguaggio silenzioso o dimensione nascosta. Lo spazio non deve essere solo fisico ma psicologico: nel momento in cui ci troviamo davanti a un superiore già quello è uno spazio differente da quello che può essere con un amico o un collega. La prossemica è una disciplina semiologica ( studio del significato e dell’uso dello spazio da parte dell’uomo) nel momento in cui io mi relaziono e interagisco con tanti mondi che dovranno interagire a loro volta con me e basta che un mondo sia diverso può sconvolgere l’assetto del gruppo. Nella CdR lo spazio è informale per abolire le asimmetrie tra le persone del gruppo ( relazione paritetica) anche il facilitatore cioè il Socrate, che ha una marcia in più, non deve far pesare il suo ruolo. Le domande dovranno essere aperte e non tendenziose, non oppositive cioè deve far dire all’altro. Il setting è circolare con un’equidistanza fisica ed è necessario guardarsi negli occhi per dialogare. L’interazione è paritaria. All’interno del cerchio si apre un pluridiscorso in cui la mia idea iniziale non mi appartiene più, la soggettività si distacca dall’individualismo per perseguire una intersoggettività in cui si va a costruire il logos ( insieme di voci che vanno verso una certa direzione aperta) senza verità categorica o dogmatica. Il facilitatore o teacher è il modello che:
- Usa un registro confidenziale, alla pari;
- Ha fiducia;
- Riconosce e valorizza ogni membro del gruppo,
- Chiede la parola e aspetta il silenzio prima di parlare;
- Non si atteggia ad insegnante;
- Segue il modello “quasi” socratico ( Io so di non sapere) nel senso che sapere di non sapere è già una forma di sapere mentre il facilitatore pur avendo ha la sua verità non la dice e non lascia la sensazione che potrebbe essere un po’ diversa da quella che lui ritiene però è maieutica perché tira fuori dall’altro quello che vuole sentirsi dire, ma non ha una verità dentro che deve per forza arrivare là e, senza influenzare l’altro realizza il logos- multi logico;
- Sollecita, orienta in modo direzionale e non direttivo il dialogo;
- Ha funzione regolativa ed epistemica cioè si fa garante dell’approfondimento il quale si può indebolire in orizzontale e perdersi nei dettagli per scendere in profondità;
- Il suo è un non esserci per far essere gli altri ; non invade e, tanto più non si sente, tanto più c’è se al momento giusto dice la cosa giusta;
- Fa interventi ponderati ed equilibrati;
- È un modello di correttezza, di coerenza logica e relazionale;
- Fa una ricognizione delle domande.
- Individua il tema problema e formula un piano di discussione sull’Agenda
La ricerca dialogica realizza la solidarietà del gruppo e le difficoltà si dileguano; L’importante è che all’inizio la Comunità deve prevalere sulla ricerca. Infine si effettua una valutazione al fine di monitorare il processo formativo, pervenire alle delle sintesi, sviluppare capacità di pensare, attivare processi di ricerca cognitivi e meta cognitivi:
- Ascolto
- Partecipazione
- Profondità del dialogo
- Il clima relazionale
- L’azione del facilitatore. “

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domenica 6 gennaio 2008

La Befana


Oggi la Befana si è motorizzata, ha reso il suo viaggio nei secoli più celere, adattandosi ai tempi. Giunge a destinazione su treni, camion e macchine moderne. Ricevere regali dalla Befana è come scavare e trovare nella coscienza le ragioni del nostro comportamento. Questa simpatica vecchina, che ci mette davanti allo specchio dell’anima per un profondo esame di coscienza, ci induce con clemenza a migliorare nei confronti di noi stessi e del mondo. Davanti a lei ci carichiamo di buoni propositi, fioretti e decisioni di 'cambiare vita'. Dunque lo scopo principale implicito della manifestazione non è solo quello di riproporre l’aspetto puramente folcloristico e tradizionale di questo personaggio dell’immaginario infantile, e per una volta far sognare e divertire grandi e piccini, ma la riscoperta, soprattutto, dell’aspetto pedagogico legato alla Befana. Ma che cosa ha a che vedere l'Epifania con la Befana? La risposta è molto semplice: Befana non è altro che la forma dialettale di Epifania (o Befanìa) termine che deriva dal greco "epì phanein", che appare dall'alto, come la stella cometa che appare ai Re Magi e li guida fino alla stalla dove nasce Gesù; è nell'immaginario collettivo un mitico personaggio con l'aspetto da vecchia che porta doni ai bambini buoni. Nella Befana si fondono tutti gli elementi della vecchia tradizione: la generosità della dea Strenia e lo spirito delle feste dell'antica Roma; i concetti di fertilità e fecondità della mite Diana; il truce aspetto esteriore avuto in eredità da certe streghe da tregenda; una punta di crudeltà ereditata da Frau Berchta.. Il "fenomeno Befana" è diffuso un po' dovunque in Italia e non è possibile stabilire con precisione dove sia nato di preciso, né quale città o regione abbia dato i natali alla Befana; la sua origine si perde nella notte dei tempi. Certo è che nei secoli che vanno dal XIII al XVI la Befana non è ancora una persona, è solamente una delle feste più importanti e gioiose dell'anno: canti, suoni, balli, fuochi artificiali, cortei, giostre, una baldoria che coinvolge tutte le classi sociali. Il personaggio discende da tradizioni magiche precristiane e, nella cultura popolare, si fonde con elementi folcloristici e cristiani: la Befana porta i doni in ricordo di quelli offerti a Gesù Bambino dai Magi. Secondo il racconto popolare, i Re Magi, diretti a Betlemme per portare i doni a Gesù Bambino, non riuscendo a trovare la strada, chiesero informazioni ad una vecchia. Malgrado le loro insistenze, affinché li seguisse per far visita al piccolo, la donna non uscì di casa per accompagnarli. In seguito, pentitasi di non essere andata con loro, dopo aver preparato un cesto di dolci, uscì di casa e si mise a cercarli, senza riuscirci. Così si fermò ad ogni casa che trovava lungo il cammino, donando dolciumi ai bambini che incontrava, nella speranza che uno di essi fosse il piccolo Gesù.Da allora girerebbe per il mondo, facendo regali a tutti i bambini, per farsi perdonare. Una certa tradizione vuole la Befana nera, perché si rifà al racconto dei magi dall'oriente, di cui uno era nero di carnagione...ma, secondo altri, la Befana ha solo il viso nero, perchè in fin dei conti è pur sempre una strega, e come tale è brutta, vecchia, deforme, magra, ripugnante e ridicola al tempo stesso. I capelli, bianchi, arruffati e stopposi incoronano un viso coperto da fuliggine, visto che entra in casa dalla cappa del camino. Gli occhi sono rossi come la brace, il naso è grosso e adunco, un po' come quello del nostro Dante; la bocca è grandissima e sdentata. Indossa abiti poveri, da contadina, prediligendo quasi sempre il colore nero: una rozza sottana, un corpetto ricamato, e uno scialletto sulle spalle. Porta un ampio fazzoletto in testa, annodato sotto il mento, ma la si può anche vedere con un cappello, di strana foggia, spesso a punta, come quello di certe fate o di certe streghe. I piedi sono grossi e nodosi, calzati quasi sempre da scarpe grossolane e sempre rotte, anche se di buon cuore, e come tutte le streghe che si rispettino anche lei deve avere qualcosa di nero...con il suo sacco entra in casa... attraverso la cappa del camino, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, a cavalcioni di una scopa. Il camino è la sede del fuoco, il punto più vivo della casa, è il focolare che rappresenta il fulcro della domesticità, e in alcune credenze popolari, soprattutto nel meridione, è visto anche come l'apertura al trascendente. L'aspetto da vecchia sarebbe da mettere in relazione con l'anno trascorso, ormai pronto per essere bruciato per "rinascere" come anno nuovo. Questo di gennaio è un periodo molto delicato e critico per il calendario popolare, è il periodo che viene subito dopo la seminagione; è un periodo, quindi, pieno di speranze e di aspettative per il raccolto futuro, da cui dipende la sopravvivenza nel nuovo anno. In molti paesi europei infatti esisteva la tradizione di bruciare fantocci, con indosso abiti logori, all'inizio dell'anno. In quest'ottica l'uso dei doni assumerebbe un valore propiziatorio per l'anno nuovo. Si rifà al suo aspetto la filastrocca che viene recitata in suo onore: “La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte…”L’arcinota filastrocca oggi è diventata realtà: le scarpe della Befana sono rotte davvero, e di soldi per comprarne di nuove proprio non ne ha. Del resto, con i prezzi che ci sono in giro, come darle torto? Un solo stipendio non basta più e forse nemmeno due proprio per riempire il carrello della spesa con pane e pasta, pagare le bollette o fare il pieno dell’auto, pagare le tasse e mantenere i figli a scuola. Molte famiglie arrivano a malapena alla fine del mese. La Befana quest’anno avrà a che fare più che mai per tirare su di morale una situazione di disagio molto concreta, con pensionati, single e famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese. La Befana non porta solo doni, porta anche...carbone che con il suo colore nero, simboleggia sia un po' il peccato, e più carbone il bambino trova nella sua calza e più significa che è stato cattivo durante l'anno! Ma è anche un modo per togliersi d’impaccio nei periodi di magra. Dopo i grandi splendori dei secoli passati, la Befana subisce un declino sempre più evidente a partire dal '900, dovuto in parte al "progresso", alla trasformazione della società da agricola in industriale, all'arrivo di Babbo Natale dall'America... Un rilancio lo si trova negli anni Venti, grazie a Benito Mussolini, che vede in questa festa un fenomeno folcloristico tipicamente italiano, da contrappore a tutti gli altri miti natalizi provenienti dall'Inghilterra e dall'America. Si parla di "Befana fascista", ma non è più la Vecchia, che ben conosciamo, è piuttosto un'istituzione, un'opera di assistenza sociale rivolta alla "giovinezza italiana". Con la fine del fascismo, senza più protezione di duci, regine e principesse, la Befana cade in un nuovo oblio. Nel 1977, in un clima di austerità, e nel tentativo di limitare i cosiddetti "ponti festivi", il governo Andreotti emanerà una legge che elimina l'Epifania dal calendario civile e religioso. Ci vorranno ben 9 anni di protesta, di dibattiti, di discussioni, per far ritornare la Vecchia a nuova gloria: con decreto del dicembre 1985 il Consiglio dei Ministri reintroduce la festa dell'Epifania e la Befana può così ritornare a volare trionfante sulla sua scopa nei cieli d'Italia! Se non avessimo queste feste dovremmo inventarle, perché rappresentano per noi una vera e propria necessità dal punto di vista psicologico. L’attesa, la festa e il dopo-festa sono realtà profondamente ritualizzate. Il tema dominante delle feste, è la gioia, un antidoto a un anno di duro lavoro: tutti ci attendiamo di socializzare, di riunirci con altre persone in un rituale celebratorio”. Rispondono, dunque, al bisogno di praticare rituali in gruppo e condividere significati ed emozioni.

giovedì 3 gennaio 2008

“Stare al mondo ” Salvatore Natoli


Per Salvatore Natoli "stare al mondo" evoca al tempo stesso un’identità spaziale, il posto che occupiamo nell’esistenza, e un’identità etica, il nostro orizzonte valoriale di riferimento; l’autore auspica il raggiungimento di un equilibrio fondato sul governo di sé, compreso fra dimensione soggettiva e dimensione collettiva: la cultura di sé, il governo di sé, ovvero un rapporto intenso, privilegiato con se stessi. Il tema della cura ha radici lontane ma si declina in modo diverso a seconda delle epoche. Esiste, tuttavia un denominatore comune riassumibile nella capacità di dare forma, governo, canalizzazione. Natoli afferma in un breve scritto intitolato Fenomenologia e cura di sé: “ L’uomo costruisce se stesso al modo in cui agisce. Questo di per sé non significa che egli si costruisce così come vuole. In ogni caso è attraverso le sue azioni che egli tesse se stesso: contrae un abito e perciò stesso si vincola. Questo e non altro è l’etica: buone abitudini. L’acquisizione di una condotta che permette agli uomini di decidere tra il bene e il male.” Ogni azione anche la più apparentemente spensierata ci vincola: impossibile sciogliersi da ogni vincolo. A questo proposito Nietzsche scriveva: “ Ogni azione continua a creare noi stessi, ogni azione tesse il nostro abito multicolore. Ogni azione è libera ma l’abito è necessario. La nostra esperienza di vita questo è il nostro abito.” Per ogni individuo è impossibile vivere senza darsi una forma, uno stile, una condotta. Chi non si mostra capace di raggiungere un equilibrio, di governare se stesso corre il grave rischio di subire il volere degli altri. “ Se siete troppo deboli per dare delle leggi a voi stessi accettate che un tiranno vi imponga il giogo e dica: obbedite, digrignate i denti, ma obbedite. In questo modo tutto il bene e il male annegheranno nell’obbedienza a quel tiranno.” Pertanto per comportamento equilibrato possiamo intendere un comportamento che tenga in giusto conto le nostre passioni, ma sappia governarle, convogliarne l’energia. L’uomo per realizzarsi pienamente deve saper vincere una parte di sé, deve sacrificare una parte della sua potenza nel nome della capacità di darsi forma ed equilibrio. Preferibile valorizzare la parte vittoriosa di noi piuttosto che indugiare su quella limitata, siamo al tempo stesso vittoriosi in quanto definiti, e sconfitti, non più onnipotenti, non più espansi in modo dispersivo. Spetta a noi decidere fra l’essere soggetti del nostro agire, ricco di limiti, o semplici autori d’azioni tendenti all’illimitato, ma senza autogoverno. Spetta a noi scegliere se ritenerci vittoriosi o sconfitti.

Da Pratica filosofica e professionalità riflessiva di A. Cosentino

martedì 25 dicembre 2007

LA PICCOLA FIAMMIFERAIA fiaba natalizia


Era la fine dell'anno faceva molto freddo.Una povera bambina camminava a piedi nudi per le strade della città.La mamma le aveva dato un paio di pantofole, ma erano troppo grandi e la povera piccola le aveva perdute attraversando la strada.Un monello si era precipitato e aveva rubato una delle pantofole perdute.Egli voleva farne una culla per la bambola della sorella.La piccola portava nel suo vecchio grembiule una gran quantità di fiammiferi che doveva vendere. Sfortunatamente c'era in giro poca gente: infatti quasi tutti erano a casa impegnati nei preparativi della festa e la poverina non aveva guadagnato neanche un soldo. Tremante di freddo e spossata, la bambina si sedette nella neve: non osava tornare a casa, poiché sapeva che il padre l'avrebbe picchiata vedendola tornare con tutti i fiammiferi e senza la più piccola moneta.Le mani della bambina erano quasi gelate.Un pochino di calore avrebbe fatto loro bene! La piccola prese un fiammifero e lo sfregò contro il muro. Una fiammella si accese e nella dolce luce alla bambina parve di essere seduta davanti a una grande stufa!Le mani e i piedi cominciavano a riscaldarsi, ma la fiamma durò poco e la stufa scomparve.La piccola sfregò il secondo fiammifero e, attraverso il muro di una casa, vide una tavola riccamente preparata.In un piatto fumava un'oca arrosto.... All'improvviso, il piatto con l'oca si mise a volare sopra la tavola e la bambina stupefatta, pensò che l'attendeva un delizioso pranzetto. Anche questa volta, il fiammifero si spense enon restò che il muro bianco e freddo.La povera piccola accese un terzo fiammifero e all'istante si trovò seduta sotto un magnifico albero di Natale.Mille candeline brillavano e immagini variopinte danzavano attorno all'abete.Quando la piccola alzò le mani il fiammifero si spense.Tutte le candele cominciarono a salire in alto verso il cielo e la piccola fiammiferaia si accorse che non erano che stelle.Una di loro tracciò una scia luminosa nel cielo: era una stella cadente.La bambina pensò alla nonna che le parlava delle stelle. La nonna era tanto buona! Peccato che non fosse più al mondo.Quando la bambina sfregò un altro fiammifero sul muro, apparve una grande luce. In quel momento la piccola vide la nonna tanto dolce e gentile che le sorrideva.-Nonna, - escalmò la bambina - portami con te! Quando il fiammifero si spegnerà, so che non sarai più là. Anche tu sparirai come la stufa, l'oca arrosto e l'albero di Natale!E per far restare l'immagine della nonna, sfregò uno dopo l'altro i fiammiferi.Mai come in quel momento la nonna era stata così bella. La vecchina prese la nipotina in braccio e tutte e due, trasportate da una grande luce, volarono in alto, così in alto dove non c'era fame, freddo né paura.Erano con Dio.
Hans Christian Andersen

lunedì 24 dicembre 2007

NATALE INSIEME (festa degli alberelli)


Tanti alberelli che sfilano contro il consumismo, la cattiveria, la fame nel mondo, la disoccupazione, la guerra, l’inquinamento, l’alcolismo, il bullismo, e la droga, per inneggiare alla pace e alla giustizia. Bambini e ragazzi, sottili fruitori di messaggi rassicuranti, li hanno allestiti con gioia e partecipazione usando materiale di facile consumo, insieme con i loro rispettivi docenti della Scuola Primaria e Secondaria di primo Grado, dell’Istituto Comprensivo di Feroleto Antico, amministrato dal Preside Napoleone Ruberto, per scommettere su una solidarietà universale votata alla semplicità come riscoperta del proprio “io” in un sano dialogo con la natura e con l’altro. “Noi vogliamo che i bambini partecipino al Natale quest’anno in modo diverso, per recuperare la tradizionale festa dell’albero che si faceva tempo fa quando si recitavano le poesie tutti insieme sotto i neo alberelli piantati a Novembre”. E’ quanto affermano il Presidente della Pro Loco Gianfranco Nanci e l’Assessore alle Politiche Sociali, Paola Chiefalo, i quali hanno promosso questa simpatica e coinvolgente iniziativa. L’albero Ecologico, delle Lattine, dell’Amicizia, degli Affetti, dell’Amore per l’Universo, della Mondialità, degli Operatori di pace, delle Mani, di Palline colorate, viene visto come validissimo strumento di comunicazione, per esprimere ognuno con la propria creatività, il personale modo d’intendere il Natale, sicuramente pregno di speranza per un futuro migliore. Un po’ di bosco in città per riflettere anche su questo aspetto del Natale ch’è sì fatto di abeti naturali e artificiali, di silenzio e allegria, di semplicità e di doni, in un paradosso simbiotico che mette d’accordo un po’ tutti, ma anche tanta voglia di andare avanti in una Italia che si muove in modo abbastanza cauto, pur essendoci giovani preparati e con grandissimi valori, che perciò vorrebbero veder muoversi molto più velocemente nel rispetto delle potenzialità di ognuno di loro. L'immagine dell'albero (specialmente sempreverde) come simbolo del rinnovarsi della vita è un tradizionale tema pagano, presente sia nel mondo antico che medioevale e, probabilmente, in seguito assimilato dal Cristianesimo. L'albero di Natale, Simbolo del Cristo-Albero cosmico, che offre la sua luce e i suoi frutti agli esseri, ponte fra cielo e terra, è l’emblema nelle tradizioni dell'Europa centrale e dell'Italia alpina. Esso risale almeno alla Germania del XVI secolo, a Brema del 1570, secondo cui un albero veniva decorato con mele, noci, datteri e fiori di carta e tanti lumini metafora di luce che dispensa all'umanità e della vita che il Cristo dona, mentre i dolciumi il suo amore “Una volta qui, infatti, si usava una piantina di alloro con i corbezzoli o un albero di arancio addobbato di dolciumi “ continua il Presidente della Pro Loco. Gli alberi da frutto vennero sostituiti da abeti poiché quest'ultimi avevano una profonda valenza "magica" per il popolo, specialmente il dono di essere sempreverdi, che secondo la tradizione gli venne dato proprio dallo stesso Gesù come ringraziamento per averlo protetto mentre era inseguito da nemici. Il simbolismo dell'albero solstiziale è stato stravolto, oggi, dal mito americano, in emblema del consumo. La tradizione dell’albero prese piede in Italia nel 1800, quando la regina Margherita, moglie di Umberto I, ne fece allestire uno in un salone del Quirinale, dove la famiglia reale abitava. La novità piacque moltissimo e l’usanza si diffuse tra le famiglie italiane in breve tempo. Abete naturale o sintetico? Con il Natale alle porte, è questo il dilemma che attanaglia molti italiani, soprattutto quelli che vogliono avere un particolare occhio di riguardo per l’ambiente perché sinonimo della deforestazione. Col presupposto che gli abeti vengono coltivati e ‘allevati’ all’interno di vivai specializzati in aree collinari che altrimenti sarebbero abbandonate e quindi non coltivate, si vuole puntare soprattutto sull’aspetto climatico della questione: un albero naturale è un ‘prodotto’ a emissioni zero a differenza di quello sintetico, che viene realizzato con sostanze plastiche come il PVC (polivinilcloruro). Questo significa che viene ottenuto dal petrolio e che quindi, in fase di realizzazione, produce delle emissioni nocive all’atmosfera. Lo svantaggio più grande degli abeti naturali rimane comunque il loro smaltimento. La maggior parte purtroppo finisce nelle discariche. Bisognerebbe coinvolgere i cittadini in un progetto più ampio e questo lo devono fare le amministrazioni comunali, incoraggiando la riforestazione, creando dei ‘boschi di Natale’ in cui poter piantare tutti gli abeti utilizzati durante le feste. Afferma, infatti, il Presidente della Pro Loco Nanci: “L’albero naturale è un peccato che venga adoperato e poi gettato perciò abbiamo preso gli alberi con la zolla i quali, una volta svestiti, saranno portati in un sito per essere trapiantati .” La manifestazione finale di premiazione si terrà sul Corso Roma, il 26 Dicembre, con la quale una apposita giuria premierà il messaggio più forte. Durante la serata è prevista la Sagra della Pignolata accompagnata dal suono di una tradizionale zampogna natalizia.
ARICOLO PUBBLICATO SUL IlLAMETINO
da Sina Mazzei

giovedì 20 dicembre 2007

Il tempo ( simposio filosofico delle classi V)

- Nel tempo, ch'è fatto di ore, si possono fare tante cose.
- C'è un tempo oggettivo e un tempo soggettivo.
- Il tempo è un viaggio. E' come una freccia quando non torna indietro.
- C'è un tempo diverso per morire.
- Il tempo non si ferma mai.
- Scorre più veloce o meno veloce, dipende dalla noia o dalla gioia che proviamo.
- A volte vorremmo tornare indietro per recuperare ciò che non abbiamo fatto
- Oppure per rivivere i momenti belli perchè non tornano più uguali.
- Il tempo, dunque, è prezioso perchè abbiamo un minuto per approfittarne.
- Dobbiamo cogliere l'attimo.
- A volte però vorremmo mandare il tempo in avanti ma poi quando ci arriviamo ce ne pentiamo.
- Come quando siamo piccoli vogliomo diventare grandi e i grandi vogliono tornare bambini.
- Anticipiamo le tappe della nostra vita e a 18 anni ci peserà forse.
- Ma una parte di noi resterà bambina per sempre.
- I sofferenti non vogliono avere tempo perchè non accettano i loro limiti.
- Bisogna gestire bene il Tempo-
- Il tempo è come il pastore con le sue pecore che ci controlla per farci stare in equilibrio.
- Il tempo ci domina perciò dobbiamo scegliere le priorità.
- C'è un tempo per ogni cosa.
- La vita è un tempo.
- Se riduciamo il tempo nei minimi termini tutte le cose occupano un tempo.
- Le mattonelle occupano un tempo.
- Le scarpe occupano un tempo.
- La carta ha un tempo che distrugge un altro tempo.
- Gli oggetti sono nel tempo.
La morte ha un tempo infinito
- Noi viviamo nel nostro tempo finito ch'è più breve.
- Il mio cane morto è finito trasformato nel tempo infinito
- Anche noi un giorno, chi prima chi dopo, ci uniremo a lui nel tempo infinito.
- Tutti ci uniremo agli altri nel tempo infinito.

giovedì 13 dicembre 2007

INCONTRI CON LA PAROLANo. 238 La sindrome del vetro affumicato(Giona 3, 1)


Quand'ero bambino mi divertivo a guardare il sole. Mi piaceva quella palla rotonda di fuoco, che a scuola mi dicevano fosse lontana anni -luce, ma che mi pareva invece così vicina visto che i suoi raggi arrivano in pochissimi secondi. Ovvio, non guardavo il sole a occhio nudo. Con una candela affumicavo un pezzo di vetro e poi quella palla dardeggiante sù nel cielo diventava di colpo una piccola sfera pallida. La cosa interessante era che ogni cosa che guardavo attraverso quel vetro affumicato sembrava più nera di quanto non fosse in realtà.Giona, quello della balena, te lo ricordi? Era un uomo di Dio con il vetro affumicato. Dio lo aveva mandato a predicare nella città religiosamente più indifferente di quei tempi, Ninive. Giona invece si imbarcò su una nave diretta nella direzione opposta, ossia aTarsis, e dovette pagare la sua disobbedienza scontando alcuni giorni nella pancia di un grosso pesce. Ma Dio gli offre una seconda opportunità per fare quello che gli ha comandato. Sta scritto in Giona 3, 1 e seguenti: «Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore: "Alzati, va' a Ninive la grande città e annunzia loro quanto ti dirò"». E questa volta Giona obbedisce: deve annunciare che se non si pentono Dio li giudicherà severamente. Risultato: «Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece». Una notizia meravigliosa, vero? No, se guardi ai niniviti attraverso il vetro affumicato di Giona!Capitolo 4, 1: «Ma Giona ne provò grande dispiacere e ne fu indispettito». Non solo, ma persino si azzarda a dire al Signore:"Senti, io vado in pensione, il solo pensiero dei niniviti mi fa star male". «Ma il Signore gli rispose: "Ti sembra giusto essere sdegnato così?"»Dio sta facendo una cosa meravigliosa e Giona si perde tutta la grandezza e la potenza dell'azione di Dio. Perché? Perché sta guardando a essa attraverso un vetro affumicato. Lui ha inscatolato i niniviti dentro al suo giudizio: sono dei peccatori, sono senza speranza, non meritano che una punizione esemplare. E quando finalmente i niniviti fanno la cosa giusta, Giona nemmeno se ne accorge, perché è completamente obnubilato dalla sindrome del vetro affumicato.Forse in questo periodo stai guardando ad alcune persone o ad alcune situazioni usando un vetro affumicato. Davvero la vita diventa così scoraggiante, così deprimente e negativa quando la guardi attraverso il vetro annerito della rabbia, o della gelosia, del risentimento,dell'auto-commiserazione o del pessimismo. Anche quando Dio stafacendo qualcosa di buono, magari neanche te ne accorgi perché ti sei abituato a vedere solo quello che è sbagliato, quello che non funziona.Forse in questo periodo la relazione con una persona si è deteriorata perché, in qualche modo, ti sei irrigidito nel tuo giudizio negativo, e interpreti ogni cosa che questa persona fa -persino le cose buone, persino un cambiamento positivo - attraverso la prospettiva del vetro affumicato. Non riesci ad accorgerti del buono che c'è in loro. Ti sei fatto l'idea che non cambieranno mai!Forse è un figlio che ti ha fatto tribolare, o il tuo coniuge. Forse è il prete della tua parrocchia, o un amico, o un collega. Ma ecco l'errore - non credere che Dio possa agire nelle loro vite e cambiarli; per te quelle persone sono solo fonte di cattive notizie.E' un pregiudizio, ed è un errore.Io so che ogni volta che guardavo attraverso quel vetro affumicato tutto mi sembrava più nero di quanto fosse in realtà. Forse hai fatto lo stesso errore con qualcuno che ti vive accanto. Invece di cancellarli dalla lista o cercare di cambiarli, non sarebbe meglio se tu pulissi il tuo vetro? Scommetto che dopo tutto sarà migliore.Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto

don Luciano

Il CERCHIO (Simposio filosofico degli alunni di classe V)
















Facilitatore: Cos'è il cerchio?

-Il cerchio è una parte di piano delimitata da una circonferenza.


-Ha il raggio


-ha il diametro


-La circonferenza è un insieme di tanti puntini e da ogni punto parte il raggio verso il centro.



-Noi bambini stiamo in cerchio e siamo come i punti della circonferenza.


-Uniti in cerchio ci sentiamo vicini.


-Ci vogliamo bene.


-Stiamo in pace.


-Ognuno si sente libero di dire la sua.


-Tutti i pensieri si incontrano.


-Nessuno in cerchio si sente di dire bugie.


-Ognuno è al posto giusto.


-Noi disegnamo sempre dei cerchi perchè ci rilassa.


-Perchè è innato in noi.


-Perchè lo vediamo dappertutto e ci siamo abituati a vedere spesso questa forma. Anche il f rullatore gira in cerchio.


-Il cerchio ci rende liberi


-Ci mette a posto i pensieri quando siamo confusi.


- Ci rende sicuri e forti.


-Anche una crepa nel muro diventa un cerchio.


-Il cerchio ci aiuta a dialogare.


-Ci sono cerchi più importanti ed altri meno importanti, cerchi che aiutano e cerchi che fanno del male.


-Il dolore è a forma di cerchio a volte.


-I pensieri sono anche circolari.

-La spirale è un cerchio che sale verso l'alto e non si chiude.


- Il mondo è in cerchio.

-Quando i bambini fanno il girotondo sono in cerchio.
-In cerchio c'è il rispetto degli altri perchè nessuno gira le spalle all'altro.
-E così nessuno può ridere dell'altro.
-Il cerchio ci difende dalle spalle.
-Siamo costretti a guardarci in faccia e non possiamo nascondere la verità.
- Facilitatore: Ho conosciuto un alunno che aveva l'abitudine di fare un ombellico sempre al centro di ogni cerchio.
-Forse perchè voleva essere guardato.
- Forse perchè cercava di attirare l'attenzione.
-Forse perchè mettendo l'ombellico al centro il cerchio non era vuoto e lui si poteva concentrare in quel punto per mettere ordine ai suoi pensieri.
-Forse perchè gli ricordava la pancia della mamma e lì si sentiva sicuro.
-Il cerchio è fine a stesso.


















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domenica 25 novembre 2007

"Il cattivo studente" di Michel Piquemal


Un compagno a cui piaceva fare domande provocatorie chiese:
-Maestro, qual è un buon maestro?
-Qual è un cattivo studente? Gli rispose Sophios.


Simone era sempre stato un cattivo studente. Sin da quando era piccolo, tutti lo chiamavano “Simone il cattivo studente”. Quando doveva fare un compito era sicuro, ancor prima di cominciare, che lo avrebbe fatto male. Quando doveva rispondere a una domanda anche se conosceva la risposta, balbettava e si agitava e il maestro sospirava. Simone non avrebbe mai fatto niente di buono! Ma un giorno il maestro si ammalò e lo sostituì un giovane supplente. Entrando in classe, senza sapere perché, questi pose amichevolmente una mano sulla testa di Simone, il quale da quel momento, per fargli piacere, si applicò più che potè ai suoi esercizi di scrittura. Quando il nuovo maestro raccolse i quaderni, si complimentarono con Simone, con grande stupore di tutta la classe. Nei giorni seguenti, Simone non prese nemmeno un brutto voto. Quando il maestro tornò, lì per lì, fu sorpreso nel vedere i quaderni di Simone; poi si dimenticò finalmente di trattarlo come un cattivo studente. E fu da quel momento che Simone iniziò a fare progressi.

mercoledì 21 novembre 2007

Fernando Pessoa

Fernando António Nogueira Pessoa nasce a Lisbona il 13 giugno del 1888 da Madalena Pinheiro Nogueira e Joaquim de Seabra Pessoa, critico musicale d'un quotidiano cittadino. Orfano di padre dal 1893, trascorre la giovinezza nel Sud Africa, a seguito del secondo matrimonio contratto dalla madre nel 1895 col comandante Joào Miguel Rosa, console portoghese a Durban. Qui Pessoa compie tutti gli studi fino all'esame d'ammissione all'Università di Città del Capo. Nel 1905 ritorna a Lisbona per iscriversi al corso di Filosofia della facoltà di Lettere, ma, dopo una disastrosa avventura editoriale, si impiega come corrispondente di francese e inglese per varie ditte commerciali, impiego che manterrá, senza obblighi di orario, per tutta la vita. Nel 1913, dopo essere passato attraverso l'esperienza del Saudosismo di Teixeira de Pascoaes, lancia il "paulismo"1 che trova entusiastici riscontri negli scrittori della sua generazioneIntorno al 1914 appaiono gli eteronimi Alberto Caeiro, Ricardo Reis e Álvaro de Campos, ma è dell'infanzia la comparsa del primo personaggio di fantasia, il Chevalier de Pas, attraverso il quale Pessoa "scrive lettere a se stesso", come è detto nella lettera dell'eteronomia a Casais Monteiro. Nel 1915 con Mário de Sá-Carneiro, Almada Negreiros, Armando Córtes-Rodriguez, Luis de Montalvor, Alfredo Pedro Guisado e altri, dà vita alla rivista d'avanguardia Orpheu, che riprende esperienze futuriste, pauliste e cubiste; la rivista avrà vita breve, ma susciterà ampie polemiche, nell'ambiente letterario portoghese, aprendo prospettive inedite fino ad allora alla evoluzione della poesia portoghese. Segue un periodo in cui Pessoa viene attratto da interessi esoterici e teosofici che avranno una profonda influenza nell'opera ortonima. Ha inizio nel 1920 l'unica avventura sentimentale della sua vita. La donna, Ophelia Queiroz, è impiegata in una delle ditte di importazione ed esportazione per le quali Pessoa lavora. Il rapporto, dopo una pausa di alcuni anni, si interrompe definitivamente nel 1929. Nel 1934 Pessoa pubblica Mensagem, l'unica raccolta di versi in lingua portoghese curata personalmente dal poeta. La pubblicazione della sua opera infatti, che comprende scritti di teologia, occultismo, filosofia, politica, economia e altre discipline, avverrà quasi totalmente postuma; e mentre in vita eserciterà ben scarsa influenza la sua poesia sarà ampiamente imitata dai poeti delle generazioni successive. Il 30 novembre 1935, Fernando Pessoa muore in un ospedale di Lisbona, a seguito d'una crisi epatica, causata presumibilmente da abuso di alcool.
Lo sguardo dato alla realtà, l'attenzione verso una piccola cosa è tutt'uno col pensiero, è una illimitata catena di riflessioni inscindibili dal suo vivere, continui scintillii di intuizioni sulla Vita, sull'Essere, sul Mondo che possono solo essere generalmente chiamati "pensieri", per non essere privati della loro indefinibilità. E' una ragnatela di sensazioni che non si forma su un tema preciso, ma salta da un angolo all'altro del pensabile, intrecciando poesia e filosofia, in una matassa multiforme, screziata e coinvolgente. E' difficile e pericoloso arrischiarsi a inquadrare il pensiero di Fernando Pessoa.

Gran parte della produzione di Pessoa è stata pubblicata dopo la morte dell'artista. La sua opera completa, in prosa e poesia, è uscita postuma in quindici volumi tra il 1942 e il 1978. Essa comprende scritti di differenti discipline che testimoniano la poliedricità di Pessoa: oltre alla vasta produzione poetica ortonima ed eteronima, scritti di teologia, di occultismo, di filosofia, politica, economia e altre discipline. E' nel 1942, sette anni dopo la sua morte, che la casa editrice Ática di Lisbona decide di iniziare la pubblicazione dell'opera completa di Pessoa, sotto lo sguardo degli amici letterati e dei filologi che hanno accesso all'arca in cui il poeta ha custodito i suoi manoscritti. In vita il suo corpo poetico appare polverizzato su riviste di limitata diffusione e reperibilità, pubblica soltanto quattro volumetti di poesie in inglese, tra cui "Epitalamio" (1913), e un'unica raccolta di versi in portoghese intitolata "Mensagem" (1934) curata personalmente dal poeta. La frammentarietà della sua produzione e la pubblicazione postuma rende difficile presentare con esattezza la bibliografia
L'eteronimia
Se il Libro di Pessoa ha un centro, questo centro è l'eteronimia, come sostiene Antonio Tabucchi, suo appassionato traduttore, critico e studioso; e questi spiega bene questa peculiarità: «Si immagini un Paese (il Portogallo) che vive per vent'anni (dal 1914 al 1935) un'età dell'oro della letteratura: poeti, saggisti, prosatori, dalle fisionomie inconfondibili e a volte incompatibili, tutti però di altissima qualità, vi operano insieme, si incontrano, si scontrano. Uno sperimentatore violento e straripante, suscitatore di avanguardie, come Álvaro De Campos, un desolato nichilista come Bernardo Soares, un poeta metafisico ed ermetico come Fernando Pessoa, un neoclassico come Ricardo Reis e, dietro a tutti, un maestro precocemente scomparso: Alberto Caeiro. Ebbene: tutti questi autori, tutte queste opere, tutti questi destini furono "una sola moltitudine", perché nascevano tutti dall'invenzione dissociata e proliferante di una sola persona, l'anagrafico Fernando Pessoa, oscuro impiegato di una ditta di Lisbona , dove aveva l'incarico di scrivere lettere commerciali in inglese. E quelli che abbiamo citato sono solo i più importanti fra gli scrittori "inventati" da Pessoa: finora i suoi manoscritti hanno rivelato tracce e frammenti di ventiquattro autori». Tabucchi parla della produzione letteraria pessoana come di "un baule pieno di gente" perché ci ha lasciato «i suoi molteplici spiriti ben impachettati in fascicoli manoscritti tenuti con lo spago e contrassegnati da firme diverse». E' lo stesso poeta ad analizzare con estrema lucidità la sua eteronimia e a descriverla all'amico Adolfo Casais Monteiro nel 1935 in una lettera. Una caratteristica che inizia nell'infanzia e che persiste per tutta la vita: “Ebbi sempre, da bambino, la necessità di aumentare il mondo con personalità fittizie, sogni miei rigorosamente costruiti, visionati con chiarezza fotografica, capiti fin dentro le loro anime. Non avevo più di cinque anni, e , bimbo isolato e non desideroso se non di stare così, già mi accompagnavano alcune figure del mio sogno, un capitano Thibeaut, Chevalier de Pas e altri che ho dimenticato…Questa tendenza non passo con l'infanzia, si sviluppò nell'adolescenza, si radicò con la crescita, divenne alla fine la forma naturale del mio spirito. Oggi ormai non ho personalità: quanto in me ci può essere di umano, l'ho diviso tra gli autori vari della cui opera sono stato l'esecutore.sono oggi il punto di riunione di una piccola umanità solo mia. E così mi sono fatto, e ho propagato, vari amici e conoscenti che non sono mai esistiti, ma che ancora oggi, a quasi trent'anni di distanza, io ascolto, sento, vedo. Ripeto: ascolto, sento, vedo…E ne ho nostalgia Come che sia, l'origine mentale dei miei eteronimi sta nella mia tendenza organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione. Questi fenomeni, fortunatamente per me e per gli altri, in me si sono mentalizzati; voglio dire che non si manifestano nella vita pratica, esteriore e di contatto con gli altri; esplodono verso l'interno e io li vivo da solo con me stesso.” L'eteronimia è la manifestazione del labirinto di Pessoa, del vortice in cui si sente avvolto e sente che ogni uomo è avvolto. «L'eteronimia non è altro che la vistosa traduzione in letteratura di tutti quegli uomini che un uomo intelligente e lucido sospetta di essere» scrive Tabucchi.
Dio non ha unità,come potrei averla io?(da "Episodi")
Mi sento multiplo. Sono come una stanza dagli innumerevoli specchi fantastici che distorcono in riflessi falsi un 'unica anteriore realtà che non è in nessuno ed è in tutti. (da "Appunti sparsi")
L'eteronimia è anche patologa e insieme terapia della solitudine che l'introspezione causa: l'Io esclude l'oggetto, il soggetto diventa oggetto di se stesso, distinguendosi e distanziandosi così da se stesso.
Mi sono moltiplicato per sentire,per sentirmi, ho dovuto sentire tutto,sono straripato, non ho fatto altro che traboccarmi,e in ogni angolo della mia anima c'è un altare a un dio differente.( da "Passaggio delle ore"- Poesie di Álvaro de Campos )
Ma l'eteronimia è anche qualcos'altro: è un tentativo di superare l'unicità dell'essere e la finitezza dell'uomo, è l'espressione della consapevolezza che la vita non basta, è un vago e inquietante interrogativo: se possono esserci più di una vita in una sola vita, se sono davvero il tempo e lo spazio che ci segmentano o se siamo noi che crediamo sia così, mentre forse esiste solo l'hic e il nunc, la persona nell'Istante, diversa da quella esistita nel momento prima, diversa da quella che esisterà nel momento dopo. Così Pessoa afferma una frastornante "verità":
Ognuno di noi è più di uno, è molti, è una prolissità di se stesso.( da "Il libro dell'Inquietudine" )
Vengono ora presentate le figure eteronimiche maggiori, che compongono l'universo di Pessoa, ognuno dei quali è a sua volta un singolare mondo, con un proprio stile, un proprio modo di dibattere i grossi temi del pensiero e della poesia di Pessoa:
Alberto Caeiro: Alberto Caeiro da Silva, maestro di Fernando Pessoa e di Álvaro de Campos, morì precocemente di tubercolosi. Descritto come uomo biondo, pallido, con gli occhi azzurri, di media statura. In campagna scrisse l'intera sua opera, dai poemetti del "Guardador de Rebanhos" al breve diario del "Pastor Amoroso", e a Lisbona, dov'era nato, tornato solo per morire, scrisse le ultime poesie della raccolta "Poemas Inconjunctos". Tabucchi lo definisce «il fenomenologo, l'Occhio, l'olimpica e insieme tenebrosa ricognizione del mondo».
Álvaro de Campos: ingegnere navale, alto, coi capelli neri e lisci divisi da un lato, col monocolo, elegante e leggermente snob, tediato, ozioso e meditativo. Partì da un'estrema esperienza decadente per diventare poi a un tratto un esacerbato, geniale sperimentatore, maestro di ogni avanguardia. Ma la sua poesia conosce, dopo le fiammate avanguardiste, un curioso percorso: un'autoriflessività che lo lega alle esperienze contemporanee, un nichilismo doloroso e cinico. Così Tabucchi lo descrive: «il rovello gnoseologico, l'uomo che cerca "l'anello che non tiene" e che si arrende alla terribile "plausibilità" del reale».
Ricardo Reis: nato a Oporto, medico, ma senza mai esercitare la professione, materialista e sensista, imbevuto di classicismo e di ellenismo. Così scrive di lui Tabucchi: «Il monarchico in esilio è, col suo bizzarro neoclassicismo, l'ironica accettazione di un mondo incomprensibile e immutabile».

Il dubbio
La costante che permea tutta la produzione di Pessoa è il "dubbio su tutto", fonte di continue domande, angosce che creano uno stato di inquietudine, risposte sospese senza domande. Non c'è alcuna certezza, nessun barlume che indichi cosa è reale, cosa non è reale, questa è l'unica consapevolezza, non si può sapere se è realtà né il mondo né noi stessi:
E barcollo per i foschi cammini dell'insaniaocchi vaghi di schianto, per l'orroreche realtà ci sia e ci sia essere,ci sia il fatto della realtà( da "Poemas dramàticos" )
Personel labirinto di me stesso, giànon so quale strada mi conduceda esso alla realtà umana e chiara( da "Primo Faust" )
Non credere o cercare:tutto è occulto.( da "Natale" )
Se conoscessimo la verità la vedremmo;tutto il resto è sistema e periferia. Ci basta, se riflettiamo, l'incomprensibilità dell'universo; volerlo capire è essere meno che uomini, perché essere uomo è sapere che non si capisce.( da "Il libro dell'Inquietudine" )

Il sogno
Tutto è sogno, se non si sa qual è la realtà. Sogno di Fernando che ha fatto della sua vita un sogno, perché è un sognatore e sogna per non sentire e interrogare la vita; ed è sogno perché niente assicura se ciò che circonda e se stessi siano reali, se abbiano un'esistenza propria, e quindi tutto aleggia nel sogno, nel mistero, realtà e sogno si confondono, si compenetrano:
Niente si sa, tutto si immagina.( da "Odi di Ricardo Reis" )
Sono quasi convinto di non essere sveglio. Non so se non sogno quando sono vivo, se non vivo quando sogno, o se il sogno e la vita formano in me un ibrido, un'intersezione dalla quale il mio essere cosciente prende fisionomia per interpenetrazione.( da "Il libro dell'Inquietudine" )
Non oso guardare le cose. Come continua questo sogno?( da "Il Marinaio" )
Un alito di musica o di sogno, qualcosa che faccia quasi sentire, qualcosa che non faccia pensare.( da "Il libro dell'Inquietudine" )

La caducità
Nulla è eterno, tutto svanisce: si sfumano i ricordi, il passato, il momento precedente a quello che si sta vivendo, il proprio Io, perché nell'istante in cui lo si pensa non è più quell'Io, così si è nessuno, assolutamente nessuno. Tutto è finzione, tutto passa e non c'è nessuna filosofia, nessuna metafisica che svela il "Grande Segreto":
Breve il giorno, breve l'anno, breve tutto.Manca poco a essere niente.( da "Odi di Ricardo Reis" )
Non so di chi ricordo il mio passato, poiché altro fui quando lo fui, né mi conosco,come se sentissi l'anima che ho,l'anima che sentendo ricordo.( da "Odi di Ricardo Reis" )
Ma il padrone della tabaccheria si è fatto sulla porta e vi è rimasto…Lui morirà e io morirò.Lui lascerà l'insegna, io lascerò dei versi.A un certo momento morirà anche l'insegna, e anche i versi.Poi morirà la strada dove fu l'insegna e la lingua in cui furono scritti i versi.Infine morirà il pianeta ruotante in cui tutto ciò avvenne.In altri satelliti di altri sistemi, qualcosa simile a gentecontinuerà a fare cose come versi e a vivere sotto cose come insegne(da "Tabaccheria"-"Poesie di Álvaro de Campos")
“ Sì, domani anch’io sarò uno che ha smesso di passare per queste strade, che altri evocheranno vagamente con un “Che ne sarà stato di lui?”. E tutto ciò che adesso faccio, tutto ciò che sento, tutto ciò che vivo, non sarà altro che un passante in meno nella quotidianità delle strade di una città qualsiasi.”
Pessoa Fernando


L'indeterminatezza
L'animo di Pessoa è animo incerto, che si culla nell'indecisione, nell'instabilità di ogni posizione, giudizio, idea. È lui stesso che con acutezza si analizza:
Tutta la costituzione del mio spirito è di esitazione e di dubbio. Per me, nulla è né può essere positivo; tutte le cose oscillano intorno a me, e io con esse, incerto per me stesso. Tutto per me è incoerenza e mutamento. Tutto è mistero, e tutto è pregno di significato. Tutte le cose sono "sconosciute", simbolo dell'Ignoto. Il risultato è orrore, mistero, una paura troppo intelligente.[…] Il mio carattere è del genere interiore, autocentrico, muto, non autosufficiente, ma perduto in se stesso. Tutta la mia vita è stata di passività e di sogno. Tutto il mio carattere consiste nell'odio, nell'orrore della e nella incapacità che impregna tutto ciò che sono, fisicamente e mentalmente, di atti decisivi, di pensieri definiti […] i miei scritti sono tutti rimasti da finire; si interponevano sempre nuovi pensieri, straordinarie, interminabili associazioni di idee, il cui termine era l'infinito. […] Il mio carattere è tale che detesto l'inizio e la fine delle cose, perché sono punti definiti.( da un dattiloscritto del 1910 )
Sono sempre stato un sognatore ironico, infedele alle promesse segrete. Ho sempre assaporato, come altro e straniero, la sconfitta dei miei vaneggiamenti, assistendo casualmente a ciò che credevo di essere. Non ho mai prestato fede alle mie convinzioni. Ho riempito le mie mani di sabbia, l'ho chiamata oro, e ho aperto le mani facendola scorrere via. La frase era stata l'unica verità. Una volta detta la frase, tutto era fatto, il resto era la sabbia che era sempre stata.( da "Il libro dell'Inquietudine" )
Non so essere utile nemmeno sentendo, non so essere pratico, quotidiano, nitido, non so avere un posto nella vita, un destino fra gli uomini, un'opera, una forza, una volontà, un orto…( da "Poesie di Álvaro de Campos" )

La sensibilità
La capacità di sentire il mistero delle cose, l'incomprensibilità della realtà. Il suo modo stupefacente di sentirsi interpreti di realtà modificate e modificabili da piccole sfumature. L'inquietudine che produce questo sentire con lucidità l'essenza delle cose; il dolore che arreca, dolore che nasce dai sogni, dalla paura della follia, dalla consapevolezza della propria solitudine o dalla grande indifferenza delle stelle:
Ho portato con me la spina essenziale di essere cosciente.( da "Villeggiatura" - "Poesie di Álvaro de Campos" )
Il peso del sentire! Il peso di dover sentire!( da "Il libro dell'Inquietudine" )
Mi alzo dalla sedia con uno sforzo mostruoso, ma ho l'impressione di portarmela dietro, ho l'impressione che è più pesante, perché è la sedia del soggettivismo.( da "Il libro dell'Inquietudine" )
I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti, sono quelli assurdi: l'ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c'è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato, la pena di non essere un altro, l'insoddisfazione per l'esistenza del mondo.( da "Il libro dell'Inquietudine" )
E' così difficile descrivere ciò che si sente quando si sente che si esiste veramente, e che l'anima è un'entità reale, che non so quali sono le parole umane con cui si possa definirlo.( da "Il libro dell'Inquietudine" )
Ma la concisa attenzione data alle forme e alle maniere degli oggetti,è un sicuro rifugio.( da "Odi di Ricardo Reis" )


AUTOPSICOGRAFIA
Il poeta è un fingitore.Finge così completamente

che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.
E quanti leggono ciò che scrive,

nel dolore letto sentono proprio non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.
E così sui binari in tondo

Gira, illudendo la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore.
(da Poesie di Fernando Pessoa)






Sono un guardiano di greggi.Il gregge è i miei pensieri.E i miei pensieri sono tutti sensazioni.Penso con gli occhi e con gli orecchie con le mani e i piedi e con il naso e la bocca.
Pensare un fiore è vederlo e odorarlo e mangiare un frutto è saperne il senso.
Perciò quando in un giorno di calura sento la tristezza di goderlo tanto,e mi corico tra l'erba chiudendo gli occhi accaldati,sento tutto il mio corpo immerso nella realtà,so la verità e sono felice.
(da Il Guardiano di greggi - Poesie di Alberto Caeiro)




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Che pesce sei?

Un'insegnante spiegando alla classe che in spagnolo, contrariamente all'inglese, i nomi possono essere sia maschili che femminili. "Uno studente chiese: "Di che genere è la parola computer?" Anziché rispondere, l'insegnante divide la classe in due gruppi, maschi e femmine, e gli chiese di decidere tra loro se computer dovesse essere maschile o femminile.A ciascun gruppo chiese inoltre di motivare la scelta con 4 ragioni.Il gruppo degli uomini decise che "computer" dovesse essere decisamente femminile"la computadora"perchè:1.Nessuno tranne il loro creatore capisce la loro logicainterna.2.Il linguaggio che usano per comunicare tra computer èincomprensibile.3.Anche il più piccolo errore viene archiviato nella memoria a lungotermine per possibili recuperi futuri.4.Non appena decidi di comprarne uno, ti ritrovi a spendere metà del tuo salario in accessori.Il gruppo delle donne,invece, concluse che i computer dovessero essere maschili (el computador)perchè:1.Per farci qualunque cosa, bisogna accenderli.2.Hanno un sacco di dati ma non riescono a pensare da soli.3.Si suppone che ti debbano aiutare a risolvere i problemi, ma perla metà delle volte,il problema sono LORO;4.Non appena ne compri uno, ti rendi conto che se avessi aspettatoqualche tempo,avresti potuto avere un modello migliore.Le donne vinsero.