Blog informativo sulla P4C

( philosophy for children)

di Lipman

Quando la filosofia dipinge il suo grigio su grigio, allora una figura della vita è invecchiata, e con grigio su grigio essa non si lascia ringiovanire, ma soltanto conoscere; la nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo.


La parola "filosofia" ha come nella sua radice il significato "far crescere". Infatti, c'è solo una cosa che sa stupire e conquistare il nostro cuore: la parola di chi non si limita a inanellare frasi sensate e ben tornite, ma di chi ci porta più in alto o più in profondità.

Che cos'è la filosofia?

“La filosofia è la palingenesi obliterante dell'io subcosciente che si infutura nell'archetipo dell'antropomorfismo universale. “(Ignoto)

Perché la filosofia spiegata ai ragazzi?

I bambini imparano a conoscere e a gestire i propri ed altrui processi emozionali, affettivi e volitivi: imparano a conoscere se stessi e a relazionarsi con gli altri. Una scuola che intende fornire esperienze concrete e apprendimenti significativi, dove si vive in un clima carico di curiosità, affettività, giocosità e comunicazione, non può prescindere dal garantire una relazione umana significativa fra e con gli adulti di riferimento. Questa Scuola ad alto contenuto educativo, non può cadere nel terribile errore di preconizzare gli apprendimenti formali, errore spesso commesso dagli insegnanti che sono più attenti a formare un “bambino-campione”, piuttosto che un bambino sicuro e forte nell'affrontare la vita, o ancora un bambino che abbia acquisito la stima di sé, la fiducia nelle proprie capacità e la motivazione al passaggio dalla curiosità, caratterizzante la Scuola dell'Infanzia, alla ricerca. L'insegnante deve poter provare un “sentimento” per l'infanzia inteso come “sentire”, percepire e prendere consapevolezza dei bisogni reali, affettivi ed educativi propri del bambino che sono altro rispetto ai bisogni degli adulti. Il ruolo dei genitori, degli insegnanti è infatti quello di educare tutti e ciascuno alla consapevolezza di ciò che il bambino “sente” emotivamente e affettivamente, perché è proprio il passaggio dal sentire all'agire che consentirà al futuro uomo di compiere scelte autonome. Un compito importante dell'insegnante è quello di mediare i modi e i tempi di un dialogo strutturato su un piano paritario, in modo tale da consentire ad ogni interlocutore di far emergere il proprio pensiero e di metterlo in relazione con quello degli altri. E' una sfida, da parte dell'insegnate, a livello culturale, sociologica e civica ma che deve coinvolgere anche i più piccoli per dotarli di una propria capacità critica, che permetta loro di ragionare, di riflettere sulla realtà e di compiere in futuro scelte consapevoli Se la filosofia è "presa sul serio", se è misurata con i problemi reali, è davvero uno strumento di formazione della persona e di indirizzo della vita. La filosofia come felicità presente nell'attività del pensiero.

Incontrarsi è una grande avventura

“Non possiamo stare
e vivere da soli,
se così è,
la vita diventa
solitudine monotona.
Abbiamo bisogno dell’altro
per condividere sguardi
di albe e tramonti,
momenti di gioia e dolore.
Abbiamo bisogno dell’altro
che ci aiuta a vedere
e scoprire le cose che da soli
mai raggiungeremo.

Beati quelli che sono capaci
di correre il rischio dell’incontro,
permeandolo di affetto e passioni
che ci fanno sentire più persone
poiché così vivendo
anche gli scontri
saranno mezzi
di un vero incontro.”
(Testo di sr. Soeli Diogo).




Questo romanzo è rivolto, con la più grande speranza e fiducia, a tutte le persone di questa società e soprattutto a quei giovani che si muovono oggi, coi loro passi, senza esserne pienamente consapevoli, verso la scoperta della grande stanza di questo mondo poliedrico e complesso, dalle mille pareti ammaliatrici. Passi che, a dosi esagerate della conquista di una felicità che riempia la stanza del loro cuore, complementare a quella del mondo, lasciano dietro sé molte tracce superficiali che si spazzano via anche con il più debole vento della loro esistenza per poi trascinarli nel giogo del “vuoto”. Che questo romanzo “Un vuoto da decidere” sia loro di aiuto per guardare in faccia, riconoscere, combattere e vincere, con le sole armi dell’amore vero per se stessi e per il mondo, questa strana “malattia” dell’anima che colpisce chi non ha difese e che porta alla conquista di una libertà infedele e subdola.

Se la metto in pratica mi fa vivere tutta un'altra vita, straordinariamente più ricca di quella che avrei ideato fidandomi solo di me.

Solleviamoci, è ora

Noi siamo quelli
che se ne vanno
pieni di vento
e di sole
in deserti
affollati
di illusioni
e non tornano più
abbagliati
da spaccati di vita.

Siamo riflessi
di affetti
profondi.
Pensieri
di fresca rugiada
posata sulla notte
che non conosce
nuvole.

Siamo i sospesi
tra sogno e realtà,
quelli sul sottile confine
tracciato
dai meandri
dei desideri.

Siamo splendide bugie
di una terra
che fatica
ad alzarsi
sui marciapiedi
della vita.

Siamo polvere
di un tempo
inesorabile
che ci riporta
tra le caverne opache
dei ricordi.

Siamo l’urlo
di amici perduti
non ancora tornati,
che raccoglie
sogni lanciati
su nuvole rosa
gonfie di cuore
nel cielo sospeso
della gioventù.

Siamo parole
mai dette
intrappolate
tra i rami
scheggiati
di un inverno
che fatica
nel risveglio.

Siamo vita
che scoppia
nei focolai spenti
accesi dal giorno che nasce
a dispetto di tutto.

Preghiere
Strappate ai silenzi
concessi da un Dio
che non ama
piangersi addosso.

Siamo
l’andata e il ritorno
di noi stessi.

Solleviamoci.
E’ ora.

PAESE MIO

Paese mio
cinto a primavera
di riccioluti gorgheggi
affaccendati
come comari
nel via vai del giorno
ti vai combinando
tra nuvole ariose
all’orizzonte
e sogni fermi
dietro vetri antichi.

Tu non conosci gli anni.

Il tuo grembo
avrà sempre un vecchio
davanti ai tuoi tramonti
aggrappato
ai sapori di campagna
mentre torna stanco
con le zolle in mano
cantando
la fatica della terra.

E non conosci spazi.

Sei tutto lì
che vivi di germogli
seminati
nei cuori della gente
che s’adatta
all’ombra
dell’inverno
mentre fuori
è estate.

Per questo
non ti mancano
i sorrisi
strappati ai vicoli
intrecciati e bui
come strette di mano
nel bisogno
tra calde mura
di camini accesi.


Tra gli alberi d’ulivo
bagnati di sole
che lasciano un’impronta
tra le rughe
dei ricordi

che strada voltando
riporta
inesorabilmente
a te.



mostra di poesie

mostra di poesie
Solleviamoci, è ora


mercoledì 18 novembre 2009

Rino Gaetano e Franco Costabile: due calabresi doc

Indimenticabile Franco! Indimenticabile Rino! Un intreccio di calabritudine tormentata, perché è questo ciò che produce in noi la Calabria: seducente signora che tradisce e ti abbandona lasciandoti il suo profumo per sempre. Due stelle controcorrente che cominciarono a brillare sul grigio panorama canzonettistico e poetico italiano negli anni del dopoguerra e del boom economico. Nella fatica del successo. La musica fu per Rino lo specchio della sua personalità, come la poesia per Costabile. Due profili di neorealismo simili : l’uno portava nelle vene il sapore rabbioso del sangue di Melissa, le speranze di un'industria nata arrugginita. Il gusto seducente al sapore di liquirizia del vino di Krimisa e il profumo del pane di Cutro, le ansie di chi aspetta che arrivino all'orizzonte gli Achei, sul lungomare della bella Crotone." (Gino Promenzio). L’altro si trascinava dietro il vino si San Sidero, le anguille dell’Angitola, il miele di Carìa, i fichi, i limoni e il pescespada, il sole di Cutro, San Francesco di Paola, le frane dell’Aspromonte. Nelle vene la sua Sila dura e silenziosa; la sua terra in cui la gioventù non ebbe un nome. Un realismo speciale, di formazione ungarettiana, tesa all' estrema scarnificazione verbale e ritmica, per giungere ad una visione realistica del mondo e della poesia. Per Walter Mauro il realismo di Costabile non ha nulla di naturalistico ed affonderebbe le sue radici contemporaneamente nel terreno del risentimento sociale e storico per la Calabria offesa. “Lasciatela al cantuccio della sua lucerna sola, col ricordo del nipote minatore. Non venite a bussare con cinque anni di pesante menzogna” (Ultima uva).E poi Roma, accogliente e addormentata; difficile, ma ‘posto dove accadono le cose’. Anche per Rino: artista estremamente poliedrico “C'è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio! Io non li temo!”,che svirgolava dalla grammatica della canzone, urlava arrabbiato che sembrava racchiudere in quella voce insopportabile tutte le grida dei contadini assetati e miserevoli, ma aveva sempre una trovata e le sue canzoni avevano sempre una verità molto scomoda. Come quando affermava che suo fratello era figlio unico, e snocciolava i problemi dei disoccupati; o cantava la bellezza dell'extracomunitaria Aida, o Spendi spandi effendi . Era sgradevole, era un folletto, era uno che non cercava di piacere, uno del Sud che voleva rompere le scatole. In quella filastrocca che si intitola “Nuntereggaepiù” infilava con noncuranza una serie di vizi e di nomi, scrivendo i versi più lunghi della storia della canzone. E di fronte ai problemi dell'Italia, alla gente che non aveva un lavoro, né l'acqua in casa, come rispondeva Rino? Che “Il cielo è sempre più blu”, che è come dire che tutto finisce sempre a tarallucci e vino.” (Leoncarlo Settimelli) Rino Gaetano era così, amava i colpi di teatro come quella volta che a Sanremo, da sempre specchio del “qualunquista, moralista, bigotto, puritano, benpensante” panorama italiano, si presentò abbigliato di smoking, cilindro e scarpe da ginnastica, ma anche la sua morte ne rappresenta un esempio, come per Costabile dove in lui si rinviene l’unità inscindibile di parola e silenzio, di visibile e invisibile, di vita e di morte. Alberto Granese, si sofferma sull'atipico realismo di Costabile, nella mancanza di un elemento inamovibile in una visione rigorosamente realista del mondo: il principio di causalità; mancanza che determina una concezione per assurdo del mondo e che, tra l'altro, ha coerenti conseguenze stilistiche nell’ossificazione, nella pietrificazione, nella rastremazione. Ma, scrive Iacopetta, il massimo realismo del nome delle cose scopre in lui la sua oggettiva disperazione: il non poter sperare di possederle. Unità e realismo che emerge nel Canto dei nuovi emigranti dove un popolo di dispersi per il mondo grida la propria condanna. Esodo biblico in cui il poeta si riconosceva come parte di un tutto. Costabile e Rino sono la voce del secolare dramma collettivo della Calabria. L’uno sinottico, l’altro ridondante quando scriveva, sì, canzoni dal motivetto facile, che chi le canticchiava ed ancora oggi le canticchia, non capiva tutta la rabbia, l’indignazione, il ribrezzo che si celavano in quei testi ma in cui si sbeffeggiava soprattutto l’Italia. Dove si ‘rivaluta’ tutto: gli scandali, i processi, i reati più meschini, i cantautori morti. Patria di santi e di poeti e di navigatori e di pentiti. Due stili verbali forti e contrapposti, ma senza via di mezzo come lo è per la Calabria. E’ o non è. Due poeti che si sono sempre ispirati ad un mondo che non è nelle possibilità dell’uomo. L’aspirazione dell’assoluto in un tormento ossessionante. Certi aspetti della vita vanno accettati poiché insiti nella nostra natura. Ma loro ci sorridevano su restando preda di un idoleggi mento di una realtà non più loro. Si sentivano spaesati lontano dalla propria terra e rimasero legati profondamente alla sua storia, alla sua gente, ai volti e alla sua sofferenza. Le loro opere non hanno età. Unici nel loro genere, mettevano il tutto in versi e musica senza scadere nel banale. E Rino “cantava le canzoni" riduttivamente consegnate alla categoria del "non sense",controcorrenti ma soprattutto straordinariamente attuali, che nelle loro frasi, spesso lanciava messaggi chiari e precisi sulla sua "diversità", dal suo essere meridionale trapiantato nella Capitale, dove aveva iniziato una nuova vita ad immagine pasoliniana come dai versi de “Le Ceneri di Gramsci ”, un mondo dove ”Ero al centro del mondo, in quel mondo/ di borgate tristi, beduine,/ di gialle praterie sfregate/ da un vento sempre senza pace…”Al suo essere fuori da tutti i meccanismi del potere, deridendo, sempre in maniera sottile e geniale, l'appartenenza politica, l'economia ed il gossip di quel periodo turbolento che rappresentarono gli anni '70. In fondo, come recita una sua famosa canzone, si sentiva anch'egli un "figlio unico", come gli emarginati, gli emigranti e gli sfruttati. Resta di lui la memoria di un cantautore che seppe sbeffeggiare, con ironica disinvoltura e ben oltre il suo tempo, i costumi e le certezze diffuse che si stavano venendo a creare, e le loro contraddizioni. Il ragazzo della Calabria, tramite un'espressività esplosiva, riportò nelle coscienze la dimensione della condizione umana. Rino Gaetano si impose sempre più come il cantautore fuori dalle righe, il "grillo parlante" per antonomasia in un momento in cui era in auge la moda del "demenziale ", così subirà anche il veto della censura ma non si scoraggiò mai e se per Costabile la sua vita lacerata era un errare con passo da soldato sconfitto, tuttavia anch’egli non accettò mai la rassegnazione della fuga, rendendo per la sua parte possibile, la ricerca di una via d’uscita nel segno della vita che egli disperatamente amava e cercava” Vi è un dolore di prima mattina/ che il mondo non può capire né raggiungere.” Con la sua Calabria mantenne un rapporto di profonda identificazione che alla fine, però, risultò determinante nel condurlo al suicidio. “Tu non puoi intendere le notti del marciapiede/ la mia vita alla luce delle insegne luminose…”. E’ troppo forte il suo dolore negli anonimi spazi della città. Muore in una casa a Roma nel 1965, a soli 41 anni, dove si era trasferito per lavorare come docente. “ Con questo cuore troppo cantastorie” dicevi ponendo una rosa nel bicchiere e la rosa s’è spenta a poco a poco come il tuo cuore? Si è spento per cantare una storia tragica per sempre” scrisse Ungaretti sul suo epitaffio. Muore anche Rino Gaetano: una morte prematura, infelice, incompresa, tarpando per sempre le ali al "Cantastorie" graffiante e appassionato, paladino del Sud e nemico giurato di tutti i politici, nel 1981 a soli trent'anni, a seguito di un terribile incidente automobilistico, alle prime luci dell'alba a Roma sulla via Nomentana. Come per Rino, anche per Costabile il successo arriva dopo la morte. Entrambi hanno portato via con sé qualcosa di grande, che va al di là del semplice messaggio sociale e anti-conformista, ma ingloba la totalità dell’esistenza umana in un mondo pieno d’ingiustizie, al quale seppero dare un senso, mai veramente schierati con nessuno, anzi solitari e depressi. Gaetano e Costabile: due veri poeti, dall’infanzia non facile, con un rapporto paterno sempre in conflitto e inesistente che farà di loro due anime fragili e straniere.
Articolo pubblicato sul Illametino

lunedì 26 ottobre 2009

Lettera a Franco Costabile

Caro Franco Costabile, provo per la tua poesia un amore vivissimo, nato a prima vista: gli incontri più importanti nella vita sono già combinati dalle anime prima ancora che i corpi si vedano. Ti ho provato quando vidi la mia vita ben riflessa nel cielo della mia terra. La tua Sudditudine, senza luce, mi ha travolto nelle mie passeggiate notturne, tra i corridoi bui dell’anima, e mi ha messo al corrente di un linguaggio appeso a un filo : il linguaggio della la “tua “terra fortemente amata e odiata. Hai vissuto blindato nella camera oscura della tua angoscia, mettendo sotto accusa l’arroganza dei padroni verso la tua gente, omertosa di sogni. E ti sei autosospeso, più volte, dall’incarico di cittadino calabrese, urlando il tuo dolore, ma ti hanno definito populista, di lessico poco elevato e metafisico: unico linguaggio capace di far urlare il tuo disappunto per quei politici, ancora nostri. “E te ne andasti con un inverno in più, fra memorie di sassi e lucertole nuove… Fra le cicche e gli sputi raccogliendo la pietà del marciapiede.” Sei, tu, di una metafisica diversa: la metafisica emotiva del quotidiano, così la definisco: hai suscitato in me i più aulici sentimenti speculari della collettività. Ora mi sento calabrese più che mai, nel bene e nel male. Un “alto”coinvolgimento emotivo verso un sentire colmo di bellezza e di rancore che non fu mai rassegnazione “ Noi siamo le giacche appese nelle baracche dei pollai d’Europa. Addio, Terra, salutiamoci, è ora”; verso la tua solitudine, che adesso intendo essere anche mia “Ma la sera del mondo non sa dire, perché il mondo è più dei tuoi spazi, e se nell’alba sbianca, ho già paura” e verso la tua sensibilità che voleva, ma non si osò posarsi sull’ultima speranza “ Ho perduto la terra ed ogni sole …..… ed erro con passo sconfitto…Tu mi hai riportato a questa terra ed ora, voglio per te, in un prolungamento d’anime, dare agli attimi ogni fiducia che risarcisca la tua libertà “con un poco di sole e quattro stelle per sera” . “Ma dove tornare, dove cercare di noi amore mi… Per altri sentieri torneremo alla piana celeste di ulivi. Saremo dove si leva l’infanzia dei profumi, dove l’acqua non si fa nera ma vacilla di luna”. Tempi uguali. Tempi diversi. “ Signore io non voglio impararti come un altro mestiere, so di che lievito e il pane dell’uomo. E voglio cercarti in silenzio e in amore dove matura il grano”.Bellissimi versi. Cavi collegati ad un cuore come il tuo, che trovava pace solo verso l’infinito. Icastico? Poco idilliaco? So solo che i tuoi versi, come frammenti taglienti di lingua, urlati sul dolore collettivo che avvolge il sud, aprono un vuoto roboante in me, malinconico e cosmico, che coglie, a tutto tondo, la mia calabritudine e la rende complice, ancora più fortemente, di un’ alba calabrese che ruba al contadino anche il sonno…ma fiera delle stelle si leva in frusciar di colombe…dove i silenzi immobili nel bosco leggono le favole più antiche” La tua è una poesia “giovane” che arriva al frastuono nichilista della nostra società. Ed è qui la sfida mia più grande: sopravvivere a tutti questi “giorni fulminati, sotto questo cielo di lillà che si svuota di rondini ogni sera, a sorprendere gli angeli che giocano in pace con le barchette di carte…” E’ prigione questo cortile dove io torno…ma il mondo è in questa terra di silenzi addolorati ed io vivo col sale del tuo pianto”.. “E certamente una ragione esiste se c’è un raggio di luna e il fiume scorre”. Mi approprio del tuo universo per tradurmi. Sono davanti ad una realtà che ha già sentito tutto, e tutto è stato detto su questa terra “ Rosa nel bicchiere” . “ Tutto sarà. Sarà come sempre… Se ci fosse una stella o un marciapiedi più di quelli che Dio ha stabiliti , non ha nulla da dire la mia sera.” Il tuo linguaggio, che il dolore ha reso testamentario, quasi disumano, fino “al bianco minuto che la morte quasi per gioco stringe nel pugno delle mani.”, è divenuto il linguaggio dei miei sentimenti, espressione di condivisione: non posso morire a me stessa se c’è gente che soffre ancora. Il “vizio assurdo” non avrà nessun anniversario.“ Qualcosa deve pure cambiare. Qualcosa deve invece ripetersi… Forse è il sonno che ancora non ci tenta” .
……………………………continua

venerdì 31 luglio 2009

La Riforma Gelmini va incontro al problema burn-out degli insegnanti?

Il burn-out degli insegnanti è un argomento di valenza internazionale da almeno vent’anni come dimostrano gli studi condotti in diversi Paesi. Sul tema sono stati anche condotti studi comparativi tra sistemi scolastici di differenti paesi del mondo. Quasi un milione d’insegnanti per l’alto rischio professionale rischiano di sviluppare una patologia psichiatrica rispetto ad altre categorie di lavoratori. Più di otto milioni di studenti con le rispettive famiglie sono a rischio di fruire di un servizio inefficiente per assenze e demotivazione del personale docente . Il termine "burn-out" deriva dal gergo sportivo: negli anni Trenta veniva utilizzato per indicare la condizione di quegli atleti che, dopo un periodo di successi, improvvisamente vanno in crisi e non riescono a dare più nulla dal punto di vista agonistico. Il burnout ("burnout" in inglese significa proprio "bruciarsi") interessa non solo educatori, ma anche medici di base, insegnanti, poliziotti, poliziotti penitenziari, vigili del fuoco, carabinieri, sacerdoti e religiosi (in particolare se in missione) [1], infermieri, operatori assistenziali, psicologi, psichiatri, avvocati, assistenti sociali, fisioterapisti, anestesisti, medici ospedalieri, studenti di medicina, responsabili e addetti a servizi di prevenzione e protezione civile, operatori del volontariato, ecc. Queste figure sono caricate da una duplice fonte di stress: il loro stress personale e quello della persona aiutata. Ne consegue che, se non opportunamente trattati, questi soggetti cominciano a sviluppare un lento processo di "logoramento" o "decadenza" psicofisica dovuta alla mancanza di energie e di capacità per sostenere e scaricare lo stress accumulato In tali condizioni può anche succedere che queste persone si facciano un carico eccessivo delle problematiche delle persone a cui badano, non riuscendo così più a discernere tra la propria vita e la loro..Il non discernere vita privata da vita lavorativa è il primo campanello d’allarme per questo tipo di sindrome. Questi lavoratori, nel lungo periodo cominciano a manifestare chiari sintomi riconducibili alla patologia: astenia, spossatezza e mancanza di energie e di capacità per sostenere e scaricare lo stress accumulato. La risposta a queste condizioni è spesso l'esaurimento emozionale, la depersonalizzazione ed un atteggiamento improntato al cinismo e un sentimento di ridotta auto-realizzazione. Il soggetto tende a sfuggire l'ambiente lavorativo assentandosi sempre più spesso e lavorando con entusiasmo ed interesse sempre minori, a provare frustrazione e insoddisfazione, nonché una ridotta empatia nei confronti delle persone delle quali dovrebbe occuparsi. L'abuso di alcol, di sostanze psicoattive ed il rischio di suicidio sono elevati nei soggetti affetti da burnout. Per misurare il burnout ci sono diverse scale ma è da ricordare la scala di Maslach: un questionario di 22 items, ossia domande, atti a stabilire se nell'individuo sono attive dinamiche psicofisiche che rientrano nel burnout. Nello studio delle possibili cause del burnout è fondamentale includere l'analisi del contesto organizzativo nel quale l'individuo opera. La struttura e il funzionamento di questo contesto sociale plasmano il modo in cui le persone interagiscono tra loro e il modo in cui eseguono il loro lavoro. Quando l'ambiente lavorativo non riconosce l'aspetto umano del lavoro, il rischio di burnout cresce, portando con sé un alto prezzo da pagare Negli operatori sanitari, la sindrome si manifesta generalmente seguendo quattro fasi. La prima, preparatoria, è quella dell'entusiasmo idealistico che spinge il soggetto a scegliere un lavoro di tipo assistenziale. Nella seconda (stagnazione) il soggetto, sottoposto a carichi di lavoro e di stress eccessivi, inizia a rendersi conto di come le sue aspettative non coincidano con la realtà lavorativa. L'entusiasmo, l'interesse ed il senso di gratificazione legati alla professione iniziano a diminuire. Nella terza fase (frustrazione) il soggetto affetto da burnout avverte sentimenti di inutilità, di inadeguatezza, di insoddisfazione, uniti alla percezione di essere sfruttato, oberato di lavoro e poco apprezzato; spesso tende a mettere in atto comportamenti di fuga dall'ambiente lavorativo, ed eventualmente atteggiamenti aggressivi verso gli altri o verso se stesso. Nel corso della quarta fase (apatia) l'interesse e la passione per il proprio lavoro si spengono completamente e all'empatia subentra l'indifferenza, fino ad una vera e propria "morte professionale". Le istituzioni si trovano così ad affrontare le conseguenze socio-economiche date da un sistema scolastico inefficiente (per la demotivazione e l’assenteismo della classe docente), un aumento dei costi (per supplenze, giorni di malattia da retribuire, pensioni d’inabilità, equo indennizzo, assistenza sanitaria), risultati educativi e culturali insoddisfacenti. Il modo migliore per prevenire il burnout è sicuramente puntare sulla promozione dell'impegno nel lavoro. Ciò non consiste semplicemente nel ridurre gli aspetti negativi presenti sul posto di lavoro, ma anche nel tentare di aumentare quelli positivi. Le strategie per aumentare l'impegno sono quelle che accrescono l'energia, il coinvolgimento e l'efficacia. Sono chiamate dunque a fare la loro parte anche le organizzazioni sindacali, le associazioni di categoria nonché le rappresentanze di studenti e famiglie. Per meglio prevenire è necessario che gli insegnanti imparino a collaborare e scambiare esperienze, idee con i colleghi. ad osservare a-criticamente i colleghi, ad interagire con la dirigenza e l’amministrazione. a fare un’analisi personale di quello di cui si ha bisogno per essere un insegnante soddisfatto ed appagato, a parlare di più. a dire di no. L’isolamento accelera il processo del burnout. Sfortunatamente, non è ancora arrivato a questa sindrome alcun riconoscimento istituzionale, per cui gli operatori si trovano a fronteggiarla da soli e senza alcun sostegno. I sindacati non hanno mostrato alcun interesse per il burn-out.

domenica 29 marzo 2009

CALIMERO

http://www.youtube.com/watch?v=BlM--m-AELY

Il ritorno a casa di Ciuffettino( Girotondo)

http://www.youtube.com/watch?v=Qc1maa8iGrI
Nel corso dell’avventura, il ragazzo s’imbatte in strani personaggi e animali temibili come il Lupo Mannaro. Adottato da molti piccoli telespettatori del periodo, simbolo moderato dei fermenti giovanili di fine anni ’60, Ciuffettino rappresenta il personaggio più anticonformista di quegli anni insieme a Gianburrasca.
La sceneggiatura è firmata da Angelo D’Alessandro.
La colonna sonora è composta da Mario Pagano.
I pupazzi che il protagonista incontra nel suo girovagare sono stati ideati da Velia Mantegazza. Tra gli altri interpreti della serie si segnalano: Leonardo Severini, Enzo Guarini, Antonietta Lambroni, Vanna Nardi, Alberto Amato, Pino Cuomo, Federico Scrobogna, Gastone Pescucci, Dina Perbellini.
Nel corso della decima edizione del Festival il Direttore Artistico del Festival, giornalista Franco Mariani, ha recuperato presso l'archivio Rai i 6 episodi che compongono il telefilm, andato in onda nella storica Tv dei Ragazzi della Rai negli anni 70, e mai più riproposto dalla Rai, per proiettarlo a Firenze nello storico studio A della sede Rai della Toscana.
Alla serata del Gran Galà a Villa Basilica è poi intervenuto il mitico Ciuffettino, al secolo Maurizio Ancidoni.

Ciuffettino s'imbatte nel lupo mannaro

http://www.youtube.com/watch?v=bS-AgD44r9o
Nel corso dell’avventura, il ragazzo s’imbatte in strani personaggi e animali temibili come il Lupo Mannaro. Adottato da molti piccoli telespettatori del periodo, simbolo moderato dei fermenti giovanili di fine anni ’60, Ciuffettino rappresenta il personaggio più anticonformista di quegli anni insieme a Gianburrasca.
La sceneggiatura è firmata da Angelo D’Alessandro.
La colonna sonora è composta da Mario Pagano.
I pupazzi che il protagonista incontra nel suo girovagare sono stati ideati da Velia Mantegazza. Tra gli altri interpreti della serie si segnalano: Leonardo Severini, Enzo Guarini, Antonietta Lambroni, Vanna Nardi, Alberto Amato, Pino Cuomo, Federico Scrobogna, Gastone Pescucci, Dina Perbellini.
Nel corso della decima edizione del Festival il Direttore Artistico del Festival, giornalista Franco Mariani, ha recuperato presso l'archivio Rai i 6 episodi che compongono il telefilm, andato in onda nella storica Tv dei Ragazzi della Rai negli anni 70, e mai più riproposto dalla Rai, per proiettarlo a Firenze nello storico studio A della sede Rai della Toscana.
Alla serata del Gran Galà a Villa Basilica è poi intervenuto il mitico Ciuffettino, al secolo Maurizio Ancidoni.

I ragazzi di Padre Tobia film di 40 anni fa

http://www.youtube.com/watch?v=57iahRBqOos

Ciuffettino film di 40 anni fa

http://www.youtube.com/watch?v=s1BFPukWkZA

Nel corso dell’avventura, il ragazzo s’imbatte in strani personaggi e animali temibili come il Lupo Mannaro. Adottato da molti piccoli telespettatori del periodo, simbolo moderato dei fermenti giovanili di fine anni ’60, Ciuffettino rappresenta il personaggio più anticonformista di quegli anni insieme a Gianburrasca.
La sceneggiatura è firmata da Angelo D’Alessandro.
La colonna sonora è composta da Mario Pagano.
I pupazzi che il protagonista incontra nel suo girovagare sono stati ideati da Velia Mantegazza. Tra gli altri interpreti della serie si segnalano: Leonardo Severini, Enzo Guarini, Antonietta Lambroni, Vanna Nardi, Alberto Amato, Pino Cuomo, Federico Scrobogna, Gastone Pescucci, Dina Perbellini.
Nel corso della decima edizione del Festival il Direttore Artistico del Festival, giornalista Franco Mariani, ha recuperato presso l'archivio Rai i 6 episodi che compongono il telefilm, andato in onda nella storica Tv dei Ragazzi della Rai negli anni 70, e mai più riproposto dalla Rai, per proiettarlo a Firenze nello storico studio A della sede Rai della Toscana.
Alla serata del Gran Galà a Villa Basilica è poi intervenuto il mitico Ciuffettino, al secolo Maurizio Ancidoni.

martedì 17 marzo 2009

C'era un bambino che usciva W.Wihtman

http://www.youtube.com/watch?v=etgZ2lyUMF4

I versi di Walt Whitman colgono gran parte di ciò che sappiamo sui bambini e la creatività: per
loro, la vita stessa è un’avventura creativa.
Le esplorazioni più elementari compiute dal bambino nel suo mondo sono di per se stesse degli
esercizi creativi per risolvere dei problemi. In questa fase il bambino intraprende un processo di
invenzione di se stesso destinato a durare tutta la vita. In questo senso, ogni bambino reinventa laparola, il movimento, l’amore; riscopre l’arte, in quel suo primo scarabocchio che chiama
“cagnolino”; e quando scopre il piacere di plasmare un pezzo d’argilla dandogli la forma di un
serpente, eccolo fondare una nuova scultura.Il seme della creatività e già lì, nel bambino di pochi mesi, nel suo desiderio nel suo impulso adesplorare, a fare scoperte sulle cose, a provare e sperimentare modi diversi di manipolare e osservare gli oggetti. Quando crescono, poi, i bambini cominciano a creare, nel gioco, interiuniversi di realtà. Una lavatrice viene consegnata in un’enorme scatola di cartone. I bambini giocheranno con la scatola per settimane, strisciandoci dentro e fuori e continuando a reinventarla: oggi é la tana di unorso, domani una gondola, oppure una mongolfiera che si libra sulla campagna – in pratica qualunque cosa, fuorché l’imballaggio vuoto in cui hanno consegnato la lavatrice nuova. Le esperienze creative che facciamo durante l’infanzia modellano gran parte di ciò che faremo poi da adulti- dal lavoro alla vita familiare. La vitalità – a dire il vero - la stessa sopravvivenza della nostra società- dipende dalla sua capacità di educare giovani avventurosi in grado di risolvere i problemi in modo innovativo.
I genitori possono incoraggiare o sopprimere la creatività dei propri figli sia nell’ambiente
domestico, sia attraverso le aspettative e le pretese che hanno nei confronti della scuola.
Ma la naturale curiosità e il piacere tipici dell’infanzia sono solo una parte della storia. Quante più
cose impariamo sulla creatività, tanto più é chiaro che a preparare la strada ad una vita creativa é l’attrazione precoce del bambino per una particolare attività.
Se riusciamo ad evitare la concezione tradizionale, tanto limitata, dell’intelligenza e del profitto, ci
rendiamo conto che durante l’infanzia lo spirito creativo può essere alimentato in molti modi. Ma
per farlo dobbiamo partire da una comprensione elementare dello sviluppo umano.
Se non é necessario insegnare ai bambini ad essere creativi, é perché la creatività é un requisito
essenziale per la sopravvivenza umana.
[tratto da, Lo spirito creativo, ed. Mondolibri 1999]
by mondoglitter.it

Che pesce sei?

Un'insegnante spiegando alla classe che in spagnolo, contrariamente all'inglese, i nomi possono essere sia maschili che femminili. "Uno studente chiese: "Di che genere è la parola computer?" Anziché rispondere, l'insegnante divide la classe in due gruppi, maschi e femmine, e gli chiese di decidere tra loro se computer dovesse essere maschile o femminile.A ciascun gruppo chiese inoltre di motivare la scelta con 4 ragioni.Il gruppo degli uomini decise che "computer" dovesse essere decisamente femminile"la computadora"perchè:1.Nessuno tranne il loro creatore capisce la loro logicainterna.2.Il linguaggio che usano per comunicare tra computer èincomprensibile.3.Anche il più piccolo errore viene archiviato nella memoria a lungotermine per possibili recuperi futuri.4.Non appena decidi di comprarne uno, ti ritrovi a spendere metà del tuo salario in accessori.Il gruppo delle donne,invece, concluse che i computer dovessero essere maschili (el computador)perchè:1.Per farci qualunque cosa, bisogna accenderli.2.Hanno un sacco di dati ma non riescono a pensare da soli.3.Si suppone che ti debbano aiutare a risolvere i problemi, ma perla metà delle volte,il problema sono LORO;4.Non appena ne compri uno, ti rendi conto che se avessi aspettatoqualche tempo,avresti potuto avere un modello migliore.Le donne vinsero.