Blog informativo sulla P4C

( philosophy for children)

di Lipman

Quando la filosofia dipinge il suo grigio su grigio, allora una figura della vita è invecchiata, e con grigio su grigio essa non si lascia ringiovanire, ma soltanto conoscere; la nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo.


La parola "filosofia" ha come nella sua radice il significato "far crescere". Infatti, c'è solo una cosa che sa stupire e conquistare il nostro cuore: la parola di chi non si limita a inanellare frasi sensate e ben tornite, ma di chi ci porta più in alto o più in profondità.

Che cos'è la filosofia?

“La filosofia è la palingenesi obliterante dell'io subcosciente che si infutura nell'archetipo dell'antropomorfismo universale. “(Ignoto)

Perché la filosofia spiegata ai ragazzi?

I bambini imparano a conoscere e a gestire i propri ed altrui processi emozionali, affettivi e volitivi: imparano a conoscere se stessi e a relazionarsi con gli altri. Una scuola che intende fornire esperienze concrete e apprendimenti significativi, dove si vive in un clima carico di curiosità, affettività, giocosità e comunicazione, non può prescindere dal garantire una relazione umana significativa fra e con gli adulti di riferimento. Questa Scuola ad alto contenuto educativo, non può cadere nel terribile errore di preconizzare gli apprendimenti formali, errore spesso commesso dagli insegnanti che sono più attenti a formare un “bambino-campione”, piuttosto che un bambino sicuro e forte nell'affrontare la vita, o ancora un bambino che abbia acquisito la stima di sé, la fiducia nelle proprie capacità e la motivazione al passaggio dalla curiosità, caratterizzante la Scuola dell'Infanzia, alla ricerca. L'insegnante deve poter provare un “sentimento” per l'infanzia inteso come “sentire”, percepire e prendere consapevolezza dei bisogni reali, affettivi ed educativi propri del bambino che sono altro rispetto ai bisogni degli adulti. Il ruolo dei genitori, degli insegnanti è infatti quello di educare tutti e ciascuno alla consapevolezza di ciò che il bambino “sente” emotivamente e affettivamente, perché è proprio il passaggio dal sentire all'agire che consentirà al futuro uomo di compiere scelte autonome. Un compito importante dell'insegnante è quello di mediare i modi e i tempi di un dialogo strutturato su un piano paritario, in modo tale da consentire ad ogni interlocutore di far emergere il proprio pensiero e di metterlo in relazione con quello degli altri. E' una sfida, da parte dell'insegnate, a livello culturale, sociologica e civica ma che deve coinvolgere anche i più piccoli per dotarli di una propria capacità critica, che permetta loro di ragionare, di riflettere sulla realtà e di compiere in futuro scelte consapevoli Se la filosofia è "presa sul serio", se è misurata con i problemi reali, è davvero uno strumento di formazione della persona e di indirizzo della vita. La filosofia come felicità presente nell'attività del pensiero.

Incontrarsi è una grande avventura

“Non possiamo stare
e vivere da soli,
se così è,
la vita diventa
solitudine monotona.
Abbiamo bisogno dell’altro
per condividere sguardi
di albe e tramonti,
momenti di gioia e dolore.
Abbiamo bisogno dell’altro
che ci aiuta a vedere
e scoprire le cose che da soli
mai raggiungeremo.

Beati quelli che sono capaci
di correre il rischio dell’incontro,
permeandolo di affetto e passioni
che ci fanno sentire più persone
poiché così vivendo
anche gli scontri
saranno mezzi
di un vero incontro.”
(Testo di sr. Soeli Diogo).




Questo romanzo è rivolto, con la più grande speranza e fiducia, a tutte le persone di questa società e soprattutto a quei giovani che si muovono oggi, coi loro passi, senza esserne pienamente consapevoli, verso la scoperta della grande stanza di questo mondo poliedrico e complesso, dalle mille pareti ammaliatrici. Passi che, a dosi esagerate della conquista di una felicità che riempia la stanza del loro cuore, complementare a quella del mondo, lasciano dietro sé molte tracce superficiali che si spazzano via anche con il più debole vento della loro esistenza per poi trascinarli nel giogo del “vuoto”. Che questo romanzo “Un vuoto da decidere” sia loro di aiuto per guardare in faccia, riconoscere, combattere e vincere, con le sole armi dell’amore vero per se stessi e per il mondo, questa strana “malattia” dell’anima che colpisce chi non ha difese e che porta alla conquista di una libertà infedele e subdola.

Se la metto in pratica mi fa vivere tutta un'altra vita, straordinariamente più ricca di quella che avrei ideato fidandomi solo di me.

Solleviamoci, è ora

Noi siamo quelli
che se ne vanno
pieni di vento
e di sole
in deserti
affollati
di illusioni
e non tornano più
abbagliati
da spaccati di vita.

Siamo riflessi
di affetti
profondi.
Pensieri
di fresca rugiada
posata sulla notte
che non conosce
nuvole.

Siamo i sospesi
tra sogno e realtà,
quelli sul sottile confine
tracciato
dai meandri
dei desideri.

Siamo splendide bugie
di una terra
che fatica
ad alzarsi
sui marciapiedi
della vita.

Siamo polvere
di un tempo
inesorabile
che ci riporta
tra le caverne opache
dei ricordi.

Siamo l’urlo
di amici perduti
non ancora tornati,
che raccoglie
sogni lanciati
su nuvole rosa
gonfie di cuore
nel cielo sospeso
della gioventù.

Siamo parole
mai dette
intrappolate
tra i rami
scheggiati
di un inverno
che fatica
nel risveglio.

Siamo vita
che scoppia
nei focolai spenti
accesi dal giorno che nasce
a dispetto di tutto.

Preghiere
Strappate ai silenzi
concessi da un Dio
che non ama
piangersi addosso.

Siamo
l’andata e il ritorno
di noi stessi.

Solleviamoci.
E’ ora.

PAESE MIO

Paese mio
cinto a primavera
di riccioluti gorgheggi
affaccendati
come comari
nel via vai del giorno
ti vai combinando
tra nuvole ariose
all’orizzonte
e sogni fermi
dietro vetri antichi.

Tu non conosci gli anni.

Il tuo grembo
avrà sempre un vecchio
davanti ai tuoi tramonti
aggrappato
ai sapori di campagna
mentre torna stanco
con le zolle in mano
cantando
la fatica della terra.

E non conosci spazi.

Sei tutto lì
che vivi di germogli
seminati
nei cuori della gente
che s’adatta
all’ombra
dell’inverno
mentre fuori
è estate.

Per questo
non ti mancano
i sorrisi
strappati ai vicoli
intrecciati e bui
come strette di mano
nel bisogno
tra calde mura
di camini accesi.


Tra gli alberi d’ulivo
bagnati di sole
che lasciano un’impronta
tra le rughe
dei ricordi

che strada voltando
riporta
inesorabilmente
a te.



mostra di poesie

mostra di poesie
Solleviamoci, è ora


domenica 2 settembre 2007

FILOSOFIA NELL’ARTE" IL GRIDO" MUNCH




“Una sera passeggiavo per un sentiero. Da una parte stava la città e sotto di me il fiordo. Ero stanco e malato. Mi fermai e guardai al di là del fiordo. Il sole stava tramontando. Le nuvole erano tinte di rosso sangue. Mi appoggiai stanco morto a un recinto sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco; i miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando”.

Il grido198384x67 cmMunch Museet, Oslo.
Così scriveva Edvard Munch nel 1892, raccontando nel suo diario, con uno spunto decisamente autobiografico, una sofferta esperienza privata, egli stesso dicendo :'Dipingo non quello che vedo ma quello che ho visto'.
Munch, norvegese, con un vissuto personale di particolare tragicità (dirà:"Le malattie, la pazzia e la morte furono gli angeli neri che vegliarono sopra la mia culla e mi accompagnarono fin dall'infanzia") dà l'avvio a quella poetica dell'angoscia che percorre tutta l'arte di quel paese in quel periodo, da lui espressa in un linguaggio spesso affannosamente ansioso tanto da risultare incompleto e per certi versi impenetrabile all'analisi dei critici contemporanei, anche se Christian Krohg, pittore naturalista amico e sostenitore di Munch dice delle sue opere : "Oh, si! Sono complete. Uscite dalla sua mano. L'arte è completa quando l' artista ha detto tutto quello che doveva dire veramente; e questo è il vantaggio che Munch ha su generazioni di pittori, ha l' abilità unica di mostrarci cosa ha provato e cosa lo tormentava, facendo sembrare tutto il resto senza importanza."Il quadro presentato, il più celebre di Munch ed uno dei più drammatici di tutta l'arte moderna, di chiara lettura figurativa seppure assolutamente antinaturalistico, si presta ad una interpretazione psicologica che coincide con il contenuto rappresentato, un uomo fisicamente stravolto nelle sembianze da un terrore cieco che lo sconvolge interiormente, ed esprime, attraverso chiari riferimenti simbolici, la solitudine individuale (la figura isolata in primo piano), la difficoltà di vivere e la paura del futuro (il ponte da attraversare), la vanità e la superficialità dei rapporti umani (le due figure sullo sfondo, amici incuranti che continuano a camminare), dilatando l'esperienza individuale fino a compenetrarla nel dramma collettivo dell'umanità e cosmico della natura. Con quel grido Munch vuol dare voce alla disperazione del suo animo e del suo tempo, raffigurando con gelida spietatezza la condizione esistenziale del '900 in uno stile pittorico crudo e inquietante. La rappresentazione pone in primo piano l’uomo che urla, l'artista stesso, un corpo lontano da ogni naturalismo, con la testa completamente calva come un teschio, gli occhi-orbite dallo sguardo allucinato e terrorizzato, il naso appena accennato nelle narici, la cavità della bocca aperta, vero centro compositivo dell'opera, dalla quale si dipartono le onde sonore del grido, una serie di pennellate sinuose che innestano in tutto il quadro un movimento concentrico, come cerchi nell'acqua, che contagia la natura circostante, il paesaggio, il cielo, trascinandoli in un gorgo di irresistibile potenza dove tutto si annichilisce. La spinta dinamica del movimento ad onda domina l'insieme, incombendo sulla figura, sulla natura, definendo con tratti concitati la tipica deformazione espressionista che, premendo sulla forma, vuol farne sgorgare e liberare l'angoscia interiore, fecendola esplodere con un grido liberatorio. La figura in primo piano è tagliata in diagonale dalla linea del parapetto del ponte, di scorcio sulla sinistra, sul quale si allontanano le figure di sfondo, mentre sulla destra è raffigurato un paesaggio irreale e desolato, un gorgo d'acqua sopra il quale un cielo innaturalmente striato di rosso riprende lo stesso andamento ondulato. In antitesi con la contemporanea corrente impressionista, di lirico naturalismo e gioioso cromatismo, l'opera di Munch, al contrario, non si proietta verso il mondo esterno, verso la natura, ma si rivolge all'inconscio, ripiegandosi su un'interiorità della quale scopre tutta la incontrollabile violenza emotiva. Nella rappresentazione che Munch fa della scena non c’è alcun elemento che induca a credere alla funzione liberatoria e consolatoria dell'urlo, che resta solo un grido muto, inavvertito dagli altri, dolore pietrificato che vorrebbe uscire dal profondo dell'animo, senza mai riuscirci. I temi dominanti, il dolore, la sofferenza di vivere, l'angoscia di guardarsi dentro, la disperazione dell'uomo e della natura, sono aspetti che definiranno da lì a poco la poetica dell'Espressionismo tedesco ed austriaco ed anticipano anche ciò che essi mutueranno dal Simbolismo. Infatti Munch, che con questo quadro ottenne subito uno straordinario successo di pubblico, consacrando Munch vero fondatore di tutte le correnti di ispirazione espressionista che, a partire dalle avanguardie storiche di inizio secolo, hanno attraversato l'arte moderna fino ai nostri giorni. Il grido è l'urlo originario, primordiale, antico come l'uomo, che esprime un complesso inestricabile di sentimenti, di paure, o, meglio, di smarrimento, di angoscia. E' angoscia esistenziale, paragonabile solo alla vertigine che si prova guardando dall'alto nella profondità, simile a quella dell'uomo che guarda non fuori, ma nell'abisso di se stesso. Il dramma, seppure indicato dal titolo, non si esaurisce in esso. Nasce piuttosto dalla prospettiva, tesa e obliqua, che dà al ponte una lunghezza allucinante; nasce dagli urti cromatici; nasce dall'ondeggiare delle linee curve che, partendo dalla forma della testa e dalla posizione di mani e braccia dell'uomo, si propagano intorno, come ondate, all'acqua, alla terra, al cielo, con andamenti non concentrici (e quindi coordinati e razionali), ma eccentrici, in contrapposizione di concavità e convessità, quasi un'amplificazione e rifrazione pluridirezionale sonora dell'urto, così che questo, superando la dimensione del singolo individuo, diventa grido universale:"ho sentito questo grande grido venire da tutta la natura" dice Munch. Munch realizzò più versioni di quest’opera, anche in litografia. La figura in primo piano è formata sul modello di un ectoplasma, l’apparizione fantasmatica che, a sentire gli spiritisti, si forma durante le sedute. Il corpo è definito da curve che si stagliano contro le rette del ponte e, nella testa chiara, contro il paesaggio cupo. È un corpo "mentale", ondulato e fluttuante nell’aria, di identità sessuale vaga, proprio come appare la figura nel quadro. Le braccia raccolte, gli avambracci sollevati, la mani intorno al volto ridotto a un teschio scarnito con i buchi chiari o scuri di occhi, narici e cavità orale ribadiscono il carattere angoscioso della persona. Tutta la figura è mossa dal basso e dalle mani verso la bocca da cui esce il grido, verso l’orrore espresso dagli occhi spalancati. Nella zona di questi colori il movimento delle linee curve ha l’andamento di una tempesta marina, di un enorme maroso incavato a sinistra dello specchio d’acqua, che si alza, si rovescia e si abbatte sulla destra con la forza di un grido.
Di quest' opera Munch disse :"Solo un folle poteva dipingerlo"Al museo di Oslo dove era esposto, hanno rubato "il grido" di Munch (1863-1944), l'opera più famosa del pittore norvegese che, con la preveggenza di cui godono i folli, di cui qualche dio agita la mente, aveva anticipato in quel grido tutta l'angoscia del Novecento, un secolo che ha raggiunto una distruttività che, nelle sue proporzioni, nessun altro secolo ha mai conosciuto. Il grido" di Munch non è solo profetico del terrore del secolo scorso, quando Dio era già scomparso dalla scena come annunciato da Nietzsche, ma riprende l'atto di nascita della comunità umana, che non sorge intorno al fuoco, divenuto poi focolare domestico come piace all'immaginazione psicoanalitica, ma intorno al grido che aduna gli uomini, atterriti da tutto ciò che è imprevedibile. Grido di dolore, grido di terrore, grido di morte.
Pittore ed incisore norvegese nato nel 1863 a Löyten (una località a nord di Oslo) da una famiglia che annoverava alcuni significativi esponenti della cultura norvegese, Edvard Munch trascorse un'infanzia contrassegnata da una serie di vicende dolorose (tra le quali la malattia e la morte della madre e successivamente della sorella) che certamente segnarono la sua già complessa personalità. Frequentò la Scuola d'Arti e Mestieri di Oslo, dove studiò con M.C.Krohg. Nel 1885 compì un primo soggiorno a Parigi, dove ritornò nel 1889 (scoprendovi Gauguin, ma anche i pittori Nabis, poi Seurat e Van Gogh) e nel 1896. Il periodo più importante dell'attività di Munch è compreso nel decennio 1892-1902, nel corso del quale l'artista definì e rivelò, attraverso una serie di capolavori, la sua ricerca poetica e le qualità del suo linguaggio pittorico, che affonda le radici nel clima secessionistico del tempo e si arricchisce degli apporti del simbolismo in un'interpretazione di intensa drammaticità, secondo i modi che divennero propri dell'espressionismo tedesco. L'amore, la morte e più tardi la vita sono i temi pressanti di tutta la sua pittura. Nel 1895 iniziò l'attività grafica conclusa nel 1926, contrassegnata da innovazioni tecniche di assoluta importanza a cui corrispondono sorprendenti metamorfosi di contenuto. Dopo il soggiorno a Berlino (dove fu soggetto ad una grave depressione nervosa ) tornò in Francia dove fece scuola la sua innovativa tecnica di incisione del legno (1901 - 1902). Nel 1911 si stabilì definitivamente in Norvegia dove morì nel 1944.
L'arte di Munch
Munch si spostò frequentemente da Oslo a Parigi e a Berlino, essendo la sua sensibilità e il suo gusto non limitati alle esperienze nazionali. Di questo suo contatto con le esperienze degli artisti europei a lui contemporanei esistono diverse testimonianze riscontrabili nelle sue opere. Nei dipinti di Munch i segni offrono descrizioni esatte, drammaticamente crude, della realtà. Inoltre, il dramma psichico che caratterizza i suoi personaggi non è solo dramma individuale, ma è anche l'incarnazione di un «sentire» cosmico del dolore. Ossessionato dalle problematiche della vita e della morte, influenzato (non è un mistero e lui stesso non lo negava) dal filosofo Nietzche e dallo scrittore Strindberg, Munch è autore di livida forza espressiva, che trova nella plastica e drammatica evidenza di un cromatismo quanto mai intenso e sgargiante il miglior veicolo per affermare la sua visione sostanzialmente pessimistica della società e del mondo a lui contemporanei.
"Il vuoto può entrare nella tua vita facendoti sentire un alieno tra la gente, in cerca di uno scopo.
E’ una realtà egoista, fragile, possessiva, padrona e schiava.
Stai lì, nell'attesa di un qualcosa che possa riempirti le membra stanche, ti aggiri per casa, ti affacci alla finestra, il respiro si fa affannoso e non ti solleva da terra. Ti senti vulnerabile come ciuffi di nuvole, con la voglia di disperderti nel foglio azzurro del cielo senza lasciarne nemmeno la scia.
Una catena di sentimenti opachi ti stringe nella sua morsa e ne rimani avvinta fino ad esaurire tutte le tue risorse.
La disperazione, la tristezza, la rabbia, la frustrazione, diventano ombre di una ragione intrappolata nella paura.
Cadi nel silenzio della notte dell’anima e ti aggrappi, nel buio, alla presenza di qualcosa che prenda corpo e che ti tenga a galla ma ogni tentativo muore in quel caos interiore. Tutto diventa scollato dentro di te e si perde naufrago in quel deserto come granelli di polvere nel vento. L’anima sembra non trovare più nessun collegamento con il cuore e appare debole e malata, senza sapere dove attingere l’acqua per la sua crescita.
Il vuoto è vecchio come il mondo e si ripete nella sua ridondanza, ogni giorno, racchiuso tra le virgolette dell’infinito; è un muro di pietra: tutto ciò che vi sbatte prova un dolore eterno; è una voce che ti urla dentro, ti tappa le orecchie per non farti sentire e, quando sei già diventato sordo, le sue grida le vedi solo tu.
Giace in vari strati di profondità e tu puoi riempirlo facilmente solo se ti scopri in superficie. Se il vuoto si è abbassato ad un livello medio, i tuoi pensieri vanno rivestiti di maggior sostanza per riallacciarti alla realtà di sempre ma se ti ritrovi confinato nel suo strato più basso, dove non c’è fondo, sei nella voragine più nera dell’anima. E ne hai messo di tempo per capirlo! Lì dentro, hai tutto il tempo che vuoi per riflettere su te stesso e, da gran gentiluomo, ti lascia muovere senza meta, né regole, come un aquilone che fatica a decollare in alto.
Il vuoto ti mette il cuore in subbuglio come bollicine d’acqua sbattuta.
Nel silenzio del deserto, la prima realtà che incontra il tuo io, è un sovraccarico di distrazioni, di fretta, d'ansie, d’incoerenza, d’infedeltà continue, d’impulsività e d’attesa poi di rancori e di rimpianti perché sai, con tutto te stesso, che quello non sei tu, né ciò che di più al mondo non vorresti essere: il vuoto, ti ruba la tua vera identità in quel disordine interiore.
E piangi, quanto piangi nei cunicoli scuri delle sue radici profonde!
Nei cuori persi nel vuoto non si fa giorno mai!
Unico strato vincente in quel fondo scuro, sembra quello fondato sulle giustificazioni subdole che dai a te stesso per salire alla luce. Il vuoto è più grande di te e t'immerge in una profonda avventura da cui risali solo se sei capace di riempire il suo spazio ma nessuna tristezza deve adombrare le ragioni dell’amore così come la sofferenza non impedirà mai certe gioie di fondo e, la stessa, dovrebbe portare un solo nome: condivisione.
Non ci sono giustificazioni di sorta nel non amore eppure alcuni sono convinti che il mondo debba girare intorno a loro e che tutto debba essere al loro servizio. Il vuoto può distruggere la tua condivisione ma ha bisogno anche di quella perché tu possa salvarti."
tratto dal romanzo " Un vuoto da decidere" Scritto da Sina Mazzei
Probabilmente non esiste quadro più distante dal cattolicesimo che questo. Per il cattolicesimo la natura creata da Dio va amata, per Munch la natura e l'immensità del mondo creano solo angoscia..o meglio un sentimento sublime di terrore e di fascino insieme. L'uomo si ritrova solo e urla. Urla e non si rassegna. Urla forse perchè vorrebbe farsi lui stesso creatore di un mondo migliore. Eppure urla fors'anche perchè tutta quella bellezza lo spaventa, lo fa vittima. Quell'immenso lo fa sentire altrettanto immensamente piccolo. E scopre tutto il suo vuoto abissale. Si rende conto di non essere Dio. O forse che Dio stesso non può esistere: se l'uomo è fatto a sua immagine e somiglianza, non dovrebbe sentirsi cosi impotente e piccolo. Dovrebbe dominare la natura e non esserne vinto.





venerdì 31 agosto 2007

LA MORTE E IL DOTTORE

“C’era una volta un pover’uomo che cercava un padrino per suo figlio. Passò un tipo malconcio. “ chi sei?” domandò l’uomo. “ Sono la Morte che rende tutti uguali”. L’uomo si rallegrò: “ Tu sei giusta, prendi il ricco come il povero senza distinzioni, devi fare da padrino al battesimo del mio ragazzo”. La Morte fu d’accordo. Quando il ragazzo fu cresciuto, la Morte lo condusse nel bosco e gli mostrò un’erba rara. “ Farò di te un medico famoso. Ogni volta che sarai chiamato al capezzale di un malato, sta’ attento a dove mi trovo. Se sarò a capo del letto, il male sarà curabile. Allora dà al malato un po’ di erba e guarirà. Se invece starò ai piedi del letto, non ci sarà niente da fare.” E in breve il giovane divenne davvero famoso grazie alle sue prognosi infallibili. Un giorno si ammalò la figlia del re e la morte si mise ai piedi ai piedi del letto. Allora il medico, senza esitare, girò il letto di 180 gradi e presto la bella principessa si sentì meglio. La Morte s’infuriò e trascinò il medico in una caverna sotterranea, in cui ardevano migliaia di candele. “ Vedi” disse “queste luci sono le vite degli esseri umani. Quelle grandi appartengono ai bambini, quelle medie alle persone nei loro anni migliori e quelle piccole ai vecchi.” Il medico domandò quale fosse la sua luce. La Morte indicò un minuscolo moccolo. Un istante dopo la fiamma si spense e il medico cadde a terra privo di vita.”

La morte in questa fiaba non è malvagia piuttosto malinconica. Il medico che disturba l’ordine divino deve saldare il suo debito perché ha perso la misura e non conosce i suoi limiti. Asclepio fu ucciso dal padre degli dei, Zeus, perché era andato oltre le proprie competenze riportando in vita i morti. Non c’era erba che tenesse contro il fulmine che lo punì. I greci lo veneravano, quando venivano guariti, con un sacrificio per ringraziarlo. Socrate prima di morire avvelenato dalla cicuta disse: “ Siamo debitori di un gallo ad Asclepio; pagaglielo mi raccomando” Queste sue ultime parole nascondono tutta una filosofia: la vita è esilio e malattia, la morte è ritorno a casa e liberazione, la vita esiste solo dopo la morte, nel regno delle idee, nel regno di Dio, dove si conosce l’amore puro. “ Il male più orribile, la morte, non ci riguarda” dice Epicuro in un’elegante disquisizione filosofica per tenere lontana da sé la morte, un atteggiamento che ricorda lo struzzo “ perché fino a che esistiamo non c’è, quando arriva non esistiamo più perciò non riguarda né vivi né morti perché i primi non li tocca e gli altri non esistono più. La massa rifugge la morte come il male brutto o la cerca come sollievo ai mali della vita. Il saggio invece non rifiuta la vita né teme il non-vivere” Egli riprende la
teoria degli atomi traendone conclusioni di tipo etico capaci di liberare l'uomo da alcune delle sue paure primordiali, come quella della morte. La morte invece va guardata in faccia perché è sempre presente in noi già prima della nascita. La morte non arriva sempre dall’esterno da sconfiggere come Terminator con una arma prodigiosa ma è il corpo stesso che si uccide servendosi di diverse malattie. La morte viene dall’interno e non fa differenze, non si lascia abbagliare da bellezza fisica o da ricchezza. La morte appare come il male per antonomasia da combattere fino all’ultimo sangue a volte, si lotta per un anelito di vita con tutti gli strumenti a disposizione ma quando si è vecchi morire è normale. Essa non è il peggiore di tutti i mali se si pensa a quanti la cercano come fonte di liberazione. Nel romanzo autobiografico“La morte di Ivan Il’ic” Tostoj descrive, il suo progressivo distaccarsi da tutto quello che é il mondo reale. La sua sofferenza lo costringe all'angolo, il che rende la morte un punto di vista privilegiato e unico sulla vita, uno «smascheramento» della vita alla luce della verità suprema che si accende al suo terminale. In realtà, la malattia sarà per Ivan Il'ic il preludio alla scoperta dei sentimenti, dell'umanità propria e altrui, trasforma quest'uomo qualunque in un essere sensibile e affettivo. Tolstoj arriva paradossalmente a suggerire che l'unico vero trionfo dello spirito sulla carne è la propria morte: la perdita definitiva della corporeità sarebbe la condizione indispensabile a "purificare" Ivan Il'ic. Pio XII, nel condannare l'accanimento terapeutico, trovava legittimo che il paziente fosse aiutato a soffrire il meno possibile e che per farlo si ricorresse a quanto offriva già ai suoi tempi la scienza medica. Non necessariamente la sofferenza è perdita di dignità, in quanto essa fa parte della vita, il diritto a "morire bene, serenamente, evitando cioè sofferenze inutili" è un diritto di tutti ammesso che si possa parlare di "diritto" a morire. La Chiesa, ha sempre messo al primo posto la dignità dell'uomo e si è quindi opposta, con forza, all'idea illuminista, cara ad alcune scuole di medicina, che l'uomo debba "tendere al prolungamento sempre maggiore della vita" in una sorta di "laica ricerca dell'immortalità" che spesso è l'anticamera e il giustificativo dell'accanimento terapeutico. Ovviamente - e lo sostiene il presidente del Comitato nazionale di bioetica, il professor Francesco D'Agostino - una cosa è somministrare antidolorifici che permettano una fine dignitosa, anche se questo dovesse significare, come conseguenza, ridurre i tempi di resistenza del malato, ben altro, invece, è tagliare in un sol colpo il legame con la vita dopo averlo attaccato ad una macchina. In tal caso si entra nel paludoso campo di ciò che è genericamente definito come eutanasia. E’ lecito, quando la morte procura gravi sofferenze, accelerare il processo artificialmente? Può una persona decidere di chiedere a qualcuno l'aiuto per morire dolcemente? Può un familiare prendersi la responsabilità di provocare la morte di un caro nel caso questi non abbia la facoltà di decidere? Le argomentazioni di tipo morale e religioso esprimono due diverse posizioni tra cattolici e laici che potrebbero così riassumersi: per un verso, la sacralità della vita umana impegna al suo rispetto totale anche nei suoi momenti terminali e più difficili; per altro verso, è diritto dell'uomo morire con dignità, non offrire lo spettacolo del suo disfarsi morale e fisico. Quello che il mondo cattolico contesta all'opinione laica è piuttosto la tendenza a scivolare da una visione laica a una visione produttivistica della vita e dell'uomo. Da parte sua il mondo laico vede nelle posizioni del mondo cattolico, il pericolo di passare dalla difesa della vita a una esaltazione del dolore in sé, come estrema testimonianza. Ma solo Dio può togliere la vita ad essere umano così come gliel’ha data e nessun essere umano ha diritto di farlo ad un altro essere umano, in sua vece perché siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio. La visione cristiana e il giuramento di Ippocrate costituiscono i capisaldi di chi sostiene l'inammissibilità dell'eutanasia. In tutta la letteratura medica, bioetica, giuridica, anche in ambito religioso, c'è una sostanziale concordanza sul dovere del medico di astenersi dal praticare interventi su pazienti in fase terminale volti a prolungare la vita, ma che non ne migliorino la qualità e ne accrescano la condizione di sofferenza però molti medici non rispettano questo principio perché esiste nella nostra epoca un'incapacità ad accettare il limite biologico ed esistenziale della vita umana, che fa particolarmente difficile il compito di rendere il più possibile serena la parte finale della vita. L'uomo riuscirà certo ad attraversare il fiume della morte che circonda il regno dell’Ade con più tranquillità, verso i Campi Elisi, se saprà di avere un ombrello protettivo espresso da una società che non abbia eccessiva fretta di liberarsi dei sofferenti solo perché costa troppo alla sanità tenerli in vita, vita che è sacra e va difesa fino ad un certo limite. Papa Giovanni rifiutò l’ospedale in fin di vita perché sapeva a cosa andava incontro e ha accettato di lasciarsi morire secondo la volontà di Dio.
Articolo pubblicato da Sina Mazzei su " Settimana Di Calabria"

“Siamo polvere di stelle?”

“Ogni forma di vita che conosciamo deriva dalle stelle, poiché nel loro nucleo si sono formati tutti gli elementi di cui il corpo umano è fatto. Si potrebbe dire che siamo polvere di stelle – ha esordito una studiosa –che poi sono esplose liberando nell’universo tutti i “mattoni della vita”.

“Perché le stelle che formano le costellazioni si sono allontanate le une dalle altre prima che la luce stellare ci raggiungesse?” “ Se la notte è limpida vediamo milioni, miliardi di anni indietro nella storia dell’universo. In un certo senso torniamo a casa.” “ Spiegati meglio”disse Sofia “Anche noi due abbiamo avuto origine dal big bang, la grande esplosione, perché tutta la materia che forma l’universo rappresenta un’unità organica. Nei tempi primordiali la materia era concentrata in una massa così pesante che la capocchia di uno spillo sarebbe pesata molti miliardi di tonnellate. Quest’atomo primordiale esplose a causa dell’enorme gravitazione. Fu come se qualcosa andasse in pezzi. Ma quando alziamo lo sguardo verso il cielo cerchiamo di trovare una strada che ci riporti lassù”rispose il maggiore “ ….Ci possono essere miliardi di stelle ma tutte hanno la stessa origine, tutte sono della stessa stirpe.” “Anche noi?” “ Sì, anche noi siamo polvere di stelle” Da “IL MONDO DI SOFIA” di Jostein Gaarder

Sì, forse anche noi siamo polvere di stelle e lo slancio esagerato del cuore dell’uomo lo spinge continuamente ad andare sempre oltre l’oltre, a scoprire nuovi mondi, nuove dimensioni in cui catapultare l’ansia di misurarsi con i propri limiti. “Uscire fuori”, sentire il richiamo materno della nascita per ricongiungerci al cordone ombelicale dell’esistenza umana primordiale, così come per tornare a casa e scoprire a fondo chi siamo, da dove proveniamo e verso chi andremo. Il buio delle notti stellate ci affascina, ci chiama, ci prende l’anima che l’inizio dei tempi ci ha donato dalle sue viscere. “ La notte invita a contemplare le cose invisibili alla maniera di Mosè, che entrò nell’oscurità dove era Dio, questo Dio che fa dell’oscurità il suo nascondiglio. Circondata dalla notte divina, l’anima cerca Colui che è nascosto nell’oscurità; possiede veramente l’amore di Colui che cercava, ma l’Amato sfugge alla presa dei suoi pensieri (Gregorio di Nissa). Cerchiamo certezze per definire punti irraggiungibili forse perché non riusciamo ad adattarci alla dimensione umana, con l’umiltà delle nostre potenzialità, quasi a volere sfidare la natura, l’universo immenso e indefinibile. Non possiamo rassegnarci all’idea della nostra solitudine in questo immenso universo del quale non siamo in grado di immaginare i limiti, le distanze astrattamente calcolate in anni luce. Non possiamo rassegnarci allo sconfinato silenzio che ci circonda, al vuoto senza fine e scandagliamo la notte infinita in cerca di nostri simili mentre trascuriamo i rapporti quotidiani nel reale, facendo finta che non esistono sul pianeta Terra milioni di persone sole in tutti i sensi. Mandiamo missili e astronavi per conquistare pezzi di cielo, per cercare ombre, granelli di vita, molecole di speranza come l’ago nel pagliaio ma non per questo rinunciamo. Si chiamava Laika, la cagnetta siberiana vivace, intelligente ed affettuosa e sapevano che non sarebbe più tornata; venne sparata nello spazio sullo Sputnik e poi solo silenzio, freddo e buia notte rotta dai guaiti irrimediabilmente persi nello spazio. Forse esiste davvero un luogo beato che raccoglie tutte le voci dei nostri cari che non ci sono più, magari non si dissolveranno mai e sono custodite negli interstizi dei cieli che qualcuno potrebbe un giorno ricomporre. Proiettati sempre verso il fuori non vediamo il mondo che ci circonda. Dimentichiamo che il mondo che non è davanti a noi ma ci attraversa. Sarebbe più semplice imparare anche a rientrare in tutto ciò che non sa stare dentro di noi per riscoprire il nostro corpo come parte del tutto e centrale a se stesso. Ma abbiamo paura di guardarci dentro forse perché non ci piace ciò che vediamo, e preferiamo nasconderci dietro le nostre bugie per non sentire il vuoto che ci angoscia, così facciamo finta che tutto vada bene pur di non ammettere che siamo a immagine e somiglianza di Dio. Ed è a Lui che aneliamo con la nostra coscienza cosmica. L’uomo cerca l’unità col tutto perché ha bisogno di appartenenza e non trovandola pienamente in se stesso e nell’umanità intera sceglie disperatamente il fuori anelando a qualcosa di più in alto della stessa umanità per sentirsi materia della materia, atomo nell’atomo, che si fondono in un'unica esplosione d’amore. Ecco la sua ricerca ultima: l’amore che crea, che dà origine, che nasce e fa nascere. “ Per amore nell’amore, l’uomo si trascende. Non sarà l’amore un’immagine, un barlume di un’altra realtà più alta?” (Il Cantico dei Cantici). S. Agostino diceva che noi sperimentiamo il senso del profondo esterno e non esploriamo il profondo più tangibile dell’anima con il vero viaggio più entusiasmante della nostra vita, quello dei sentimenti umani dove scoprire quel Dio che è dentro di noi. Siamo dunque polvere di stelle? Sì, quando stiamo accanto e non davanti a loro, quando le accarezziamo con il cuore perché parte della nostra eterna luce che ci porta verso l’ineffabile Dio dell’universo.


Aricolo pubblicato da Sina Mazzei sul settimanale " Settimana di Calabria"

giovedì 30 agosto 2007

L' ANTIGONE DI SOFOCLE

Edipo si è accecato ed è stato esiliato dalla città di Tebe allorché ha appreso di aver commesso incesto e parricidio. Suo figlio più giovane, Eteocle, briga per avere il potere ed esilia il fratello maggiore Polinice. Questi attacca Tebe con un potente esercito, ma né l'uno né l'altro l'hanno vinta perché entrambi cadono in battaglia. Il nuovo re di Tebe, Creonte, dichiara che Eteocle sarà sepolto e onorato come eroe, mentre il corpo di Polinice resterà insepolto a decomporsi e preda dei cani, nel disonore. La pena per chiunque proverà a seppellirne il corpo è la morte. Apprendendo questa notizia, un' infuriata Antigone - sorella di Polinice -, nonostante il consiglio prudente dell'altra sorella, più giovane, Ismene, si ostina a pretendere che il corpo del fratello venga sepolto al fine che il suo spirito possa riposare in pace.
Antigone contravvenendo al divieto va dunque al campo di battaglia davanti a Tebe, copre di sabbia il corpo di Polinice ed effettua i riti di sepoltura. Si lascia quindi docilmente arrestare da una guardia uscita da Tebe ed insospettita dal sollevarsi della polvere. Una fiera Antigone è portata davanti a Creonte. Al cospetto del rappresentate dello Stato Antigone attesta la propria condotta. Non alle leggi scritte lei ha inteso obbedire, ma alle leggi degli dèi, alle norme non scritte e indistruttibili dettate dalla natura e dalla propria coscienza. Incredulo che una donna abbia osato disobbedire ai suoi ordini, Creonte decide l'imprigionamento sia di Antigone che di Ismene come complice, e decreta l'esecuzione d'entrambe. Subito Emone, il figlio di Creonte, supplica il padre in favore di Antigone della quale è promesso sposo. Ma Creonte, arrogante, lo deride e ignora le sue suppliche. Furente Emone si ritira stravolto, non dandosi pace che il padre abbia trattato così i suoi sentimenti.
Allora Creonte cambia idea bruscamente, decidendo l'esecuzione della sola Antigone poiché riconosce l'innocenza di Ismene. E pertanto la sorella maggiore è condotta fuori da Tebe in una caverna ad attendervi la morte. Mentre Antigone sta soffrendo questo destino atroce, l'indovino cieco Tiresia avverte Creonte che gli dèi sono molto adirati per aver egli rifiutato la sepoltura a Polinice, poiché gli stessi uccelli che mangiano la sua carne saranno successivamente usati per i sacrifici. Di conseguenza - vaticina Tiresia - il figlio di Creonte morirà per castigo. Ma, Tiresia deridendo, Creonte non ascolta questa profezia, credendo che l'indovino desideri solo spaventarlo. Tuttavia, acconsente infine a seppellire Polinice e solo dopo che il coro dei cittadini di Tebe gli ricorda che Tiresia non ha mai errato nelle profezie.
Adesso preoccupato per il figlio, Creonte lava il corpo di Polinice, effettua i riti di sepoltura e crema i resti del corpo. Va dunque a liberare Antigone dalla caverna in cui è imprigionata, ma è troppo tardi per evitare la tragedia: Antigone si è appesa ad una corda ed Emone sta ai suoi piedi in lacrime. Dopo avere provato ad assalire Creonte, Emone si trafigge e muore abbracciando il corpo di Antigone. Uomo distrutto, Creonte, ritorna al palazzo per apprendere che anche la moglie Euridice s'è tolta la vita dopo esser stata colpita dalla notizia della morte del figlio. Creonte è condotto via dai suoi cittadini, che in coro, deplorano le sue azioni, auspicando che solo la morte possa liberarlo da tanta sofferenza.
-°-
Il nucleo del dramma sofocleo risiede nello scontro fra due volontà e due concezioni del mondo: quella di Antigone, fanciulla fragile fisicamente ma fortissima moralmente, di rispettare le leggi non scritte della natura (phùsis) e quella di Creonte tesa a imporre la forza dello Stato e della legge (nomos) .
«Neppure pensavo - dice Antigone a Creonte - i tuoi decreti avere tanta forza che tu uomo potessi calpestare le leggi degli dèi, quelle leggi non scritte e indistruttibili. Non soltanto da oggi né da ieri, ma da sempre esse vivono, da sempre: nessuno sa da quando sono apparse». Per parte sua Cleonte adduce la ragione del diritto positivo, della disposizione di legge, e verso il figlio venuto a perorare la causa di Antigone ha queste parole: « Ubbidire, ubbidire, e nel molto e nel poco, nel giusto e nell'ingiusto, sempre e comunque, all'uomo che sia posto al timone dello Stato. È l'anarchia il pessimo dei mali: distrugge le città e sconvolge le case, mette in fuga e fa a pezzi gli eserciti in battaglia. Ma è l'ubbidienza, l'ubbidienza ai capi la fonte di salvezza e di vittoria. Noi dobbiamo ubbidire alle leggi, alle leggi scritte». Così posta, non è men vera la preoccupazione di Creonte.
Creonte ed Antigone cercano di portare, nel loro braccio di ferro, le divinità dalla loro parte. Ciascuno dà ai suoi principî (diritto del ghenos per Antigone che esige di compiere il rituale funebre per garantire la coesione della famiglia nelle sue relazioni con gli dei, contro il diritto della polis attestato da Creonte che esige che le decisioni dell'autorità politica siano rispettate per garantire la coesione civica) un valore assoluto ben oltre il dato contingente della vicenda che li vede contrapposti . Come sempre - o meglio da quando abbiamo appreso ciò dagli antichi tragici greci - le tragedie deflagrano non quando la ragione sta da una parte o dall'altra - chiara, ben definita, che possa metterci al riparo di una difficile scelta - ma quando tutti hanno ragione, la propria ragione, soggettivamente ed oggettivamente, e, come in questo caso, il diritto non riesce a cogliere due ordini morali entrambi legittimi.
Dal punto di vista strutturale Antigone è un tragedia compatta, stringata, condotta in spazi drammaturgici coesi e ristrettissimi. Il dramma si svolge in brevi e concisi dialoghi di alto contenuto drammatico (agon) Ismene-Antigone, Antigone-Creonte, Creonte-Emone, Tiresia-Creonte inframezzati da interventi del coro (stasimon). Nessuna parola è superflua nel dramma di questo principe dei drammaturghi che è
Sofocle. Scienza del comportamento sociale sia pubblico che privato; virtuosità retorica; sensibilità estetica e pensosa sapienza (racchiusa in frasi dotate di una disperata poesia piena di senso ancora sotto il nostro cielo dopo il fluire di tanti evi) fanno tutt'uno. Non c'è una sola parola uscita dalla bocca degli eroi di Sofocle che non faccia vibrare qualche corda segreta della nostra anima.

mercoledì 29 agosto 2007

Il mito di Edipo e la Sfinge

Il mito dei problemi di comunicazione

“Laio, re di Tebe, fu un giorno informato da un oracolo che il figlio appena nato lo avrebbe un giorno ucciso per poi sposare sua moglie. Quando Giocasta mise alla luce un figlio, Laio praticò due fori nei piedi dell'infante (forse per esporlo, appendendolo alle intemperie, o per farlo morire dissanguato o per evitare che dopo la sua morte il suo spirito potesse camminare) e lo consegnò ad un pastore tebano con l'incarico di abbandonarlo sul monte Citerone ma invece lo portò a Polibo, re di Corinto, senza prole. Polibo impose il nome Edipo al bimbo perché in Greco significa 'dai piedi gonfi', conseguenza dell'esser stato appeso per i piedi. Una volta adulto Edipo si recò dall'oracolo di Delfi che ripetè quanto era già stato detto a Laio. Convinto sempre di esser figlio di Polibo, pur di scongiurarne l'uccisione per mano sua e il successivo incesto con la presunta madre, Edipo decise di non tornare più a Corinto. Durante il suo viaggio, però, in corrispondenza di un incrocio, incontrò uno straniero (Il Re Laio, suo padre) che viaggiava su un cocchio. L'auriga di Laio ordinò ad Edipo di cedere il passo, ma egli rifiutò. L'auriga allora gli ferì un piede con una ruota e lo percosse con un bastone. Edipo allora, colmo di furore, lo uccise insieme agli altri, ivi compreso il suo vero padre, con l'esclusione di un servo che riuscì a scappare. La prima parte della profezia si era avverata. Proseguendo il suo viaggio, Edipo si imbattè nella Sfinge [Sfinge: dal greco Sphínx, con riferimento al verbo greco sphíngein (stringere), con significato di 'strangolatrice' una creatura con testa di donna, ali di aquila, corpo di leone e coda di drago. La Sfinge bloccava il passaggio dei viandanti su una delle strade che portava a Tebe: chi voleva proseguire doveva risolvere il quesito che essa puntualmente proponeva ai malcapitati, pena il venire divorati o precipitati giù da una rupe. Si trattava, per dirla alla moderna, di un duello all'ultimo sangue: uno dei due non ne sarebbe uscito vivo. Se l'interrogato non riusciva a sciogliere l'indovinello veniva ucciso dalla Sfinge; in caso contrario sarebbe morta la Sfinge. Il quesito proposto era: “Chi è quell'animale che all'alba cammina con quattro zampe, a mezzogiorno con due, al tramonto con tre? “La risposta corretta, data da Edipo, fu: “L'uomo perché da bambino cammina carponi, da giovane e adulto con le sue due gambe, da vecchio aiutandosi col bastone” Edipo ebbe la strada libera per arrivare a Tebe dove fu accolto come un eroe. Ricevette, come ricompensa per aver liberato la regione da quel flagello che era la Sfinge, Giocasta in sposa, offertagli da Creonte suo fratello, divenuto re alla morte di Laio. Edipo ebbe da Giocasta quattro figli: Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene. Anche la seconda parte della profezia si era avverata. L'indovino Tiresia rivelò a Edipo la verità: lui era l'assassino di Laio. Venuta a conoscenza di ciò, Giocasta si suicidò mentre Edipo si accecò e cominciò a vagare per la Grecia, amorevolmente accompagnato dalla figlia Antigone. “La Sfinge insomma è l'emblema dei problemi di comunicazione(dal lat. cum = con, e munire = legare, costruire, intesa come un processo di trasmissione di informazioni per "far conoscere", "render noto"). Il colloquio appena cominciato finisce, prima di tutto perché uno dei due interlocutori muore immediatamente e, in secondo luogo, si tratta di un colloquio apparente. L’interlocutore non arreca alcuna informazione alla Sfinge. Anche se scioglie l’indovinello non dice alla Sfinge nulla di nuovo, giacché le dice qualcosa che essa già conosce. Più che di comunicazione si tratta di un’autocomunicazione della Sfinge con se stessa, dove l’interlocutore viene ridotto a suo mero duplicato narcisistico. Il mito di Edipo, pur in versioni e forme diverse, è un mito comune ai popoli del mondo e per tale universalità ha acquisito un'importanza capitale presso gli studiosi che si occupano di scienze umane. Quando Edipo pronunciò trionfante la parola risolutrice dell’indovinello della Sfinge, decretandone la sconfitta e la morte, credette di aver vinto per sempre la mostruosa minaccia che, alle porte della città, assediava la vita degli uomini. Sicuro del fatto suo, entrò allora nella città e prese baldanzoso il potere. Ignorava di portare con sé l’infezione della Sfinge e le conseguenze morbose del suo, apparentemente, futile indovinello. Proprio rispondendo a tono era caduto nel tranello della Sfinge e ne realizzava involontariamente il mostruoso desiderio. Fu così che Edipo, dice Maurice Blanchot, portò nella città la “peste della politica”, ovvero la cancrena del potere che impone anzitutto il suo silenzio, stabilendo chi ha diritto di parola e chi no, e quale parola ha valore, perdura e fa storia, e quale invece non è che sperpero effimero di voce, subito inghiottita dal silenzio. Di certo quella risposta non ha ancora salvaguardato qualsivoglia umanismo o umanesimo dalla mostruosità del desiderio della Sfinge, né dall’orrore della violenza del potere fine a se stesso. C’è bisogno forse di un essere davvero capace di “prevedere con intelligenza” e magari di usarlo con più giustizia e amore. La storia dell'uomo chiamato Edipo, che è la storia di ognuno di noi, è la storia di una sofferenza che ci fa vivere, la storia che va in cerca della verità. Tutta la terra parlava una sola lingua e usava le stesse parole. Poi gli uomini dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”. Ma il Signore discese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo ed hanno una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera ed ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, affinché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra. La Bibbia ci presenta il castigo di Dio dall’orgoglio umano sempre portato a mirare la propria grandezza dimenticando i suoi disegni. L’unità sarà restaurata non per volontà degli uomini, non in un’unione politica o naturale bensì per opera soprannaturale di Dio e nella carità. Questo racconto della Genesi, costituisce un esempio di utopia. Non sono i concetti, le idee, le filosofie, le religioni in sé a dividere l’umanità e a porci gli uni contro gli altri e contrapposti all’unità di Dio, bensì il fatto di non accettarne la diversità, la preziosa e feconda diversità, la ricchezza delle varie possibilità espressive e percettive che poi conduce alla “confusione della lingua”, alla incomprensione, alla divisione e al conflitto, l’unità non si raggiunge passando per la “cima” della Torre e la sua “porta” al “Cielo”, ma distruggendo la torre stessa che ci siamo costruiti, che ci stiamo fabbricando con la mente. Il saper ascoltare, senza prevaricazione o pregiudizi, ed ascoltarsi, prestando attenzione non solo al contenuto razionale ma anche a quello emotivo, è il presupposto necessario per evitare molteplici inutili incomprensioni che portano ai conflitti comunicativi.
Articolo pubblicato da Sina Mazzei sul settimanale " Settimana di Calabria"

LA RANA NEL POZZO (Carlos G. Valles)


“ Un’intera colonia di rane viveva in un pozzo grande e profondo. Le rane conducevano la propria vita, mantenevano le proprie usanze, cercavano cibo e gracidavano a più non posso, riempiendo di movimento e di suoni le ombrose profondità di quel pozzo ospitale. Il loro isolamento dal mondo esterno le proteggeva ed esse vivevano in pace, attente solo ad evitare il secchio che di tanto in tanto qualcuno calava dall’alto per attingere acqua dal pozzo. Non appena sentivano la carrucola cigolare lanciavano l’allarme, si tuffavano sott’acqua o si aggrappavano alla parete e aspettavano lì trattenendo il respiro finché il secchio pieno d’acqua non veniva tirato su di nuovo e il pericolo passava. Una giovane rana, dopo essersi messa al riparo in una di queste occasioni, cominciò a pensare che il secchio, anziché un pericolo, poteva rappresentare un’opportunità. Lassù in cima riusciva a scorgere un’apertura luminosa come un grande lucernario, il cui aspetto mutava con il giorno e la notte e sulla quale passavano ombre e profili, forme e colori che suggerivano che c’era qualcosa che valeva la pena di conoscere da quella parte del pozzo. E, soprattutto, c’era il bel visetto della ragazza dalle trecce d’oro che per un istante ogni giorno si chinava sul parapetto del pozzo per gettare il secchio e tirarlo su in quell’apparizione temuta e attesa. Tutto ciò andava esplorato. La giovane rana parlò e tutte le altre la redarguirono aspramente. “Non è mai stato fatto. Sarebbe la rovina della nostra razza. Il cielo ci punirebbe. Saresti persa per sempre. Siamo state fatte per vivere qui e qui possiamo stare bene ed essere felici. Fuori del pozzo c’è solo desolazione e distruzione. Non ti azzardare a disobbedire alle leggi dei nostri antenati. Come può una giovane rana pretendere di saperne più di loro!” La rana attese che il secchio fosse calato di nuovo. Saltò nel secchio e salì con esso tra la meraviglia e l’orrore della comunità di anfibi. Il consiglio degli anziani sconumicò la rana fuggitiva e proibì a tutti di parlarne. I mesi passarono finchè un bel giorno si udì un gracidio familiare, tutte le rane incuriosite si radunarono là sotto e videro il noto profilo della rana intraprendente poi apparve un’altra rana e sette ranocchietti.” Qui c’è un mondo meraviglioso che vi aspetta……” In fondo al pozzo le autorità minacciarono la rana di giustiziarla per tradimento se fosse tornata giù ma lei non ne aveva alcuna intenzione, fece gli auguri a tutte e se ne andò. Nel pozzo si scatenò un gran tumulto e alcune rane di larghe vedute discussero la proposta e la mattina dopo, malgrado le minacce delle autorità, quando la ragazza dalle trecce d’oro tirò su il secchio dal pozzo, rimase sbalordita nel vedere che era pieno di rane.”

Kup-manduk (la rana nel pozzo) è considerato, nel sanscrito, un termine dispregiativo per indicare una persona dalla mentalità ristretta che è contenta di sentire ciò che ha sempre sentito e di fare ciò che ha sempre fatto e che va fatto per vivere tranquilli. Il mondo però è pieno di pozzi e i pozzi sono pieni di rane. Ma è anche pieno di esempi forti e coraggiosi che hanno messo a repentaglio la loro vita per salvare gli altri, ognuno nel proprio vissuto, che hanno scelto anche la solitudine pur di non venir meno ai propri ideali. E le ragazze dalle trecce bionde di tanto in tanto si stupiscono ancora quando al mattino vanno ad attingere l’acqua. C’è povertà e povertà ma la più irreparabile, che può avere diverse motivazioni, è quella in cui l’isolamento è così profondo da non riuscire nemmeno ad immaginare un’alternativa, da non poter nemmeno sognare una vita diversa. Qui le persone non vanno oltre il confine del loro campo, una povertà che distrugge ogni possibilità di immaginare una fuga, una via d’uscita, un cambiamento che tiene legato, inchiodato al proprio stato, alla propria miseria e ignoranza. Povertà che inibisce che spegne la fantasia, che indebolisce ogni motivazione, con cui non si ha la possibilità di vedere le cose che si desiderano, di sognarle, di battersi per ottenerle, per conquistarle. Ciascuno di noi è impastato di sogni passioni e desideri, l’anima è ciò che unisce tutte queste forze, le armonizza, dà loro un senso e una meta. Ma la nostra anima la possiamo scoprire agendo , mettendoci alla prova, rivelandoci agli altri attraverso il nostro pensiero e le nostre opere per divenire noi stessi, sempre più noi stessi senza paura del contraddittorio, ingabbiati così come siamo, nel conformismo. E’ sempre difficile capire quando dobbiamo passare da un atteggiamento di vita ad un altro più ricco e consapevole, che ci vesta l’anima con l’habitus ad essa più consono, senza farci afferrare dal dubbio del cambiamento perché è arrivato il momento di rinunciare, di adattarci a nuovi modelli di vita più fertili, di uscire da un sistema sterile che è un lasciarsi morire lentamente. Sappiamo che ciò può costare l’esclusione, la denigrazione da un determinato gruppo ma si salva la propria felicità, se di felicità si può sempre parlare, solo chi è pronto nel suo cuore ad accettare una sorte diversa, un modo di essere anziché di avere. Il cambiamento, la sana ribellione richiede altrettanta forza d’animo, speranza, fede, adeguamento alla diversità. La paura del nuovo ci inchioda ad un sistema ma la repressione, il ricatto morale, il proibizionismo sfociano prima o poi in lotta verso una libertà interiore che non ha limiti, solo quegli stessi della stessa libertà che può decidere quando, come e perché tornare. E per la libertà sono state fatte migliaia di battaglie contro gli arroganti che tuttora imperano in ogni campo sociale cercando di attirare i più “deboli” con il carisma della avidità.
La rana coraggiosa però torna indietro per portare luce alle consorelle perché sente la responsabilità civile di tirarle fuori dal buio. Chi sa deve aiutare gli altri ad uscire dall’ignoranza o non ha senso il nostro vivere quotidiano, sarebbe come ritornare nel pozzo ma questa volta all’aperto. Uscire, infatti, da un sistema per farsi catturare da un altro che sembra ci abbia liberato ma che poi si rivela un’altra ulteriore condanna, è il rischio a cui si può incorrere, rischio dovuto proprio all’inadeguatezza e all’impreparazione spirituale che ci ha visti per tanto tempo nel pozzo. La ragazza dai capelli d’oro è l’emblema, dunque, che ci salva, anche da questo imprevisto, perché il suo secchio è magico e si svuota al momento giusto.



Articolo pubblicato


da Sina Mazzei su "Settimana di Calabria"

IL GIRASOLE (COLLOREDO SABINA )

E' la mia vita
seguire il sole nel cielo,
sotto il suo sguardo di fuoco
non piego mai lo stelo.
Come in una danza
cerco la sua luceil suo calore
e giro giro finché mi batte il cuore.
Giro e giro
giallo di gioia e di felicità
le ore passano in tutta libertà.
Ma poi il sole tramonta
e io non so più con chi danzare
che senso avrebbe continuare a girare?
Così mi fermo e aspetto
so che è solo una pausa
e che la mia danza non è finita:
la notte passa in fretta
e ricomincia la vita.
da "Il bosco racconta" –
ed. Einaudi Ragazzi


In un pomeriggio d’estate, mentre il mondo intero è schiacciato dal sole, cercate l’ombra del bosco, appoggiate il capo sul muschio e ascoltate gli animali che parlano. A poco a poco i suoni e i rumori diventeranno parole e le parole poesie. Ogni animale ha la sua storia da raccontare e lo fa in rima perché resti per sempre. E perché chiunque possa ascoltarlo. Attraverso la poesia, gli animali piccoli diventano grandi e i grandi si fanno piccoli perché non ci sono più segreti da nascondere ma solo emozioni da comunicare. È il 1998. La EL si arricchisce di un nuovo nome destinato a diventare in poco tempo una delle voci più autorevoli della letteratura giovanile contemporanea: è Sabina Colloredo, direttrice creativa di un’agenzia di pubblicità e copywriter milanese. La Colloredo dimostra di essere una attenta e fedele interprete della cultura femminile e dell’infanzia, che registra accuratamente con forte coloritura espressiva nelle sue dimensioni più intime e segrete: i rapporti con gli adulti e con i coetanei, l’innamoramento, la rabbia, le delusioni, le paure, ma soprattutto la forza di guardare oltre, la volontà di vincere gli ostacoli e di affermare la propria individualità. Con un linguaggio ricco di metafore, brillante e arguto, pungente e a tratti ironico, l’autrice entra nei boschi della narrazione alla ricerca di un romanzo di formazione al femminile, che diventa strumento di emancipazione, di crescita nel rispetto delle differenze di sesso, e di valorizzazione della femminilità stessa. Sabina Colloredo vive e lavora a Milano per otto mesi all’anno; i quattro più belli, quelli estivi, li trascorre nelle Marche, nella sua casa in cima alla collina, dove ha fatto in allegria e senza fretta le cose più importanti: ha cresciuto le sue bambine e ha scritto i suoi libri, romanzi, racconti e poesie per ragazzi
Il ritmo alternato come si alternano le stagioni, i mesi, gli anni, il giorno e la notte, il bene e il male. Tutto è il contrario di tutto. Qual è il senso della vita? Danzare sempre, sotto il vento di ogni condizione, tanto arriverà domani, accettare che finisca il giorno , che finisca una danza per poi cominciarne un’altra sotto un nuovo vento, senza piegare il capo sotto il peso delle incomprensioni, della sfiducia, ci è concesso solo per poco, quanto basta per lo sfogo naturale, il senso è continuare a vivere con un’amica nuova, una fede nuova, una promessa nuova se quelli di prima han cambiato traiettoria. Danziamo con tutte le energie al ritmo delle passioni, lottiamo per esse perché ci piacciono, e la vita gira nella libertà di decidere, vinciamo gli ostacoli e guardiamo oltre. Quando si perde il senso del nostro girare, del nostro guardare avanti, facciamone una pausa di riflessione, che duri quanto duri, sfogata la delusione, finita la notte, deve ricominciare la salita verso un altro giorno. Teniamo la porta del cuore aperta che batti per altro nuovo, senza decidere, lasciandoci prendere dalla bellezza degli attimi, così da fermare il tempo, e godere di ogni momento che ci passa davanti ai sensi. Esisto e decido. Il girasole esiste sotto il sole e solo per esso e decide per chi vuole essere. Sa aspettare che passi il buio con calma e fiducia, non vuole lasciarsi tradire dalla vita. E’ lui che cambia la vita ragionandoci su, facendosi coinvolgere dai sentimenti, pienamente, con il suo calore, prima che la vita possa cambiare lui. Il movimento verso l’alto ci mette in contatto con le dimensioni ideali della coscienza e dell’io e con le loro rispettive aspirazioni e risorse. Conoscerle e assecondarne i richiami porta a realizzare la verità di se stessi. Il movimento verso il basso al contrario ci pone di fronte ai molteplici condizionamenti che ostacolano la nostra crescita. Tutti i fiumi vanno verso il mare e scoprono così il senso del loro andare,. Ignoto è il senso ultimo della vita e di tutto ciò che esiste ma la fede- fiducia ci orienta in modo positivo nell’incontro con il reale e ci sostiene davanti agli aspetti imponderabili ed ignoti della vita. Come il girasole è spinto dal desiderio di cercare il sole, e tutto il suo essere s’inchina dinanzi a lui, ad una sola realtà, così la forza interiore dell’uomo lo spinge a cercare Dio e la sua volontà.

Articolo pubblicato su " Settimana di Calabria"
scritto da Sina Mazzei

Siddharta

- un termine sanscrito che vuol dire: “colui che ha trovato la meta” –
Il viaggio di Hesse verso l'oriente
Nobel per la letteratura (1946) .
Parlò Sidddharta : “Col tuo permesso, padre mio. Sono venuto ad annunciarti che desidero abbandonare la casa domani mattina e recarmi fra gli asceti. Diventare un Samana, questo è il mio desiderio. Voglia il cielo che mio padre non si opponga” Tacque il Bramino così a lungo che nella piccola finestra le stelle si spostarono e il loro aspettò mutò……..” Andrai nella foresta e se troverai la beatitudine ritorna e insegnami…” Una meta si proponeva Siddharta: diventare vuoto, vuoto di sete, vuoto di desideri, vuoto di sogni, vuoto di gioia e di dolore. Morire a se stesso, trovare la pace del cuore svuotato…il grande mistero del non Io. “L’Io era la cosa di cui volevo liberarmi ma non potevo superarlo, potevo solo fuggire o nascondermi davanti a lui…ora Siddharta non me lo voglio più lasciare scappare, dal mio stesso Io voglio andare a scuola…Ora mi sono risvegliato…” Siddharta ai piedi dell’albero di cocco, abbattuto dalla fatica cadde in un sonno profondissimo. Profondo fu il sonno e libero da sogni: da lungo tempo non aveva più conosciuto un sonno tale. Quando si risvegliò dopo parecchie ore, fu come se dieci anni fossero trascorsi…..il passato gli apparve infinitamente superato….mai sonno l’aveva così ristorato… ora guardava il mondo come un uomo nuovo… Affettuosamente guardò il fluir dell’acqua e anche il fiume lo guardava a sua volta…Quanto l’amava….l’acqua correva, correva, sempre correva, eppure era sempre lì, in ogni tempo la stessa, eppure in ogni istante un’altra…”Lui sa tutto, e tutto si imparare da lui… che è bene discendere, tendere verso il basso, cercare il profondo…con animo tranquillo, in attesa, senza passione, senza desiderio, senza giudicare, senza opinioni… “ Siddharta H. Hesse
L’esito di una recente indagine ha dimostrato che uno dei romanzi più letti in Italia, scritto nel periodo detto del Decadentismo, dagli anni Ottanta ad oggi, è “Siddharta”, dello scrittore tedesco Hermann Hesse (1877-1962), Nobel per la Letteratura nel 1946 non evade dalla realtà come voluto dalla poetica decadente ma tende a comprenderla, ad integrarla in una visione più ampia, più articolata, a conciliarla con l’idea ed a farle coesistere.. “Siddharta”, la storia del principe asceta, costituisce uno dei tanti percorsi compiuti dall’uomo e dall’artista Hesse; Sant’Agostino disse che il cercare è già di per sé un trovare e Siddharta è proprio "uno che cerca", un uomo inquieto, come tanti giovani d’oggi, bisognosi di trovare una certezza tra le tante incertezze della vita, l’Assoluto nella relatività dell’esistenza e dei rapporti, che tentano di vivere in profondità la propria esistenza, attraversando tutte le esperienze possibili, la sensualità, il misticismo, la meditazione filosofica. Esso interpreta le speranze, i sogni di quanti vorrebbero evadere dalla situazione vissuta in cerca di altre realizzazioni e, perciò, spesso insoddisfatti e propensi a cercare, cambiare, rinnovarsi, ad avvertire impulsi, emozioni, slanci e a provare sensazioni di ampiezza. E’ un’analogia con casi ben noti come san Francesco d’Assisi e Jacopone da Todi. Figlio di un sacerdote bramino, Siddharta si dimostra presto uno spirito diverso e superiore; apprende le dottrine sull’Atman, quelle eppure il giovane non è soddisfatto di sé e della sua vita. "Siddharta" è la storia della ricerca di questa dimensione, un viaggio spirituale, nel cui protagonista, come nel poema dantesco, si cela lo stesso autore.. Un giorno Siddharta incontra i Samana, gli asceti vagabondi che praticano il digiuno e il disprezzo del mondo; di fronte alla loro passione che li spinge alla rinuncia e all’annientamento della personalità decide di seguirli insieme a Govinda. Cominciano così a praticare assiduamente gli esercizi e i digiuni della vita ascetica, soprattutto Siddharta, che impara a distaccarsi completamente dall’Io, riuscendo a divenire pietra, avvoltoio o scheletro, però la liberazione non è mai completa perché riesce a distaccarsi ma al suo Io poi deve sempre fare ritorno ed è perplesso anche perché riflette sul fatto che il suo maestro, il più anziano dei Samana, non ha ancora raggiunto il Nirvana, la liberazione dal ciclo delle nascite e delle morti, né mai lo raggiungerà. Siddharta è convinto che nella ricerca della beatitudine non si può imparare niente che non si trovi già all’interno della propria vita, e questa convinzione si rafforza maggiormente dopo aver incontrato il Buddha, un uomo liberatosi dalla ruota delle reincarnazioni, che gira per il paese predicando, col quale ha un lungo colloquio in cui gli espone le proprie perplessità, ma che non segue, al contrario di Govinda, perché deve trovare da solo una via personale. Ora Siddharta è consapevole che nel cammino della conoscenza gli è mancato un elemento fondamentale: se stesso. Non è più tempo di pensare al passato, adesso lo aspetta la vita. Il sole, l’aria, gli uccelli, le notti, gli animali, tutto ciò che aveva considerato illusione, il mondo intero, ora gli appare bello, e così prosegue la sua ricerca che lo porterà ad attraversare esperienze diverse, dalla sensualità (l’amore per Kamala), al materialismo (il commercio), allo scoramento (l’idea del suicidio), al misticismo (l’illuminazione). E tra luci ed ombre, Siddharta arriverà all’illuminazione finale, alla conquista della verità che trascende le fedi stesse che l’hanno originata, e ci arriverà personalmente, perché ogni uomo deve cercare senza sterili imitazioni il suo modo di vivere la verità. Di certo il fiume può costituire un enorme ostacolo per chi ha fretta di oltrepassarlo, ma non per chi vuole rispecchiarci la sua vita in profondità. Siddharta diviene consapevole che la verità non risiede al di là dell’uomo ma in lui, non oltre il fiume ma nel fiume sempre uguale e sempre nuovo come “ la corrente della vita”, sempre unico e sempre multiplo come l’unicità e la molteplicità dell’essere. Il viaggio di Siddharta si conclude in lui avendo egli capito che per essere Dio bastava essere semplicemente un uomo capace di vivere la cosmicità, di annullare ogni distacco, frattura, divisione tra gli esseri e le cose e viverli tutti e contemporaneamente. Tutte le realtà risultavano riunite in una sola ed immensa, tutte le vite, tutta l’umanità in una vita, in un uomo liberati dai limiti di quantità, estensione, durata. Convinto
pacifista, Hesse si oppone alla prima guerra mondiale, Al termine del conflitto mondiale, egli sarà indotto per l'aggravarsi del suo stato di disagio interiore a ricorrere al trattamento psicoanalitico presso un allievo di Jung. Hesse scrive a un amico artista che il buddismo era stata “la sua unica fonte di consolazione” per anni. La comprensione del buddismo da parte dell’autore ha la sua migliore espressione verso la fine del romanzo, quando Siddharta medita tranquillamente sul movimento del fiume: “Egli era morto e un nuovo Siddharta era nato dal suo sonno. Anche lui sarebbe invecchiato e morto. Siddharta era transitorio, tutte le forme erano transitorie”. Muore a Montagnola all'età di 85 anni per emorragia cerebrale.

Articolo scritto da Sina Mazzei sul settimanale " Settimana di Calabria"

Poesia" Riportami a casa"

Dio
delle mie foreste intricate,
dipanami.
Dei miei
ripetuti rintocchi
nella paura.
Spegnimi.

Dio
di quel freddo
che arriva di colpo
e m’inchioda,

disgelami.
Dei miei
uccelli felici
volati via
e non ancora tornati.
Ristorami.

Dio
delle mie strade senza pietre
miliari.
Dirigimi.

Delle giornate interminabili
memori d’infanzia
di profumi
che trattengono l’anima.
Raccoglimi.

Dell’uomo vecchio che vive dentro me
non ancora completamente morto.

Resuscitami.

Della mia pochezza che s’accuccia
nell’angolino delle indecisioni
e non si rialza quando la vita
gli porge la mano.

Sostienimi.

Dio della vita
che scappa
a gambe levate
senza averne gustato le ore,
i minuti,
i secondi.
Fermami.


Della mia pazzia
racchiusa
in gabbia
senza verità.
Aprimi.

Tra i matti
che lungo le vie s’inebriano
di sole,
stendono
ali d’uccelli, cantano note
di mare,
amici dei gigli
del campo,
Portami.

Dio
di questa terra
dimenticata,
dai poveri
confini di pace,
dai silenzi immobili
nelle valli,
dal trepido lamento del vento.
Riportami
a casa.


autrice

Sina Mazzei



La nottola di minerva

La filosofia, è stato detto, è come la nottola di Minerva che inizia il suo volo sul far del crepuscolo, quando i fenomeni di cui tratta hanno compiuto il loro processo di formazione e sono ormai al loro culmine o addirittura declinano.
HEGEL
A cura di

FRASI E RIFLESSIONI FAMOSE
Ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale. (Lineamenti di filosofia del diritto)
La mia filosofia è la risposta alle domande essenziali poste dai Greci.
Conoscere la ragione come la rosa nella croce del presente e in tal modo godere di questo, questa intellezione razionale è la conciliazione con la realtà, che la filosofia procura a coloro, nei quali una volta è affiorata l'intera esigenza di comprendere, e altrettanto di mantenere in ciò che è sostanziale la libertà soggettiva, così come di stare con la libertà soggettiva non in un qualcosa di particolare e accidentale, bensì in ciò che è in sè e per sè. (Lineamenti di filosofia del diritto)
Possiamo essere liberi solo se tutti lo sono.
Lo studio della storia della filosofia coincide con lo studio della filosofia stessa: e non potrebbe essere diversamente. Chi studia la storia della fisica, della matematica ecc., s'introduce automaticamente nello studio di quelle scienze. Ma per poter riconoscere il progresso della filosofia come svolgimento dell'Idea, nella formazione e nell'apparenza empirica in cui la filosofia si manifesta storicamente, bisogna possedere già la conoscenza dell'Idea; alla stessa maniera come, per poter giudicare le azioni umane, occorre possedere i concetti di ciò che è giusto e conveniente. (Lezioni sulla storia della filosofia)
Quando la filosofia dipinge il suo grigio su grigio, allora una figura della vita è invecchiata, e con grigio su grigio essa non si lascia ringiovanire, ma soltanto conoscere; la nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo. (Lineamenti di filosofia del diritto)
Nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione.
La filosofia è il proprio tempo appreso in pensieri. (Lineamenti di filosofia del diritto)
L'ispirazione dell'artista è come una forza a lui estranea, un pathos non libero: il produrre ha la forma dell'immediatezza naturale; spetta al genio come a soggetto particolare, -ed è insieme un lavoro che ha da fare con l'intelligenza tecnica e con le esteriorità meccaniche. L'opera d'arte è perciò altresì opera del libero arbitrio, e l'artista è il padrone del Dio. (Enciclopedia delle scienze filosofiche)
Il negativo è sempre anche positivo.
Il vero è l'intero. Ma l'intero è soltanto l'essenza che si compie mediante il suo sviluppo. Bisogna dire dell'Assoluto che esso è essenzialmente risultato, che esso soltanto alla fine è ciò che è in verità; e proprio in questo consiste la sua natura, che è di essere realmente effettivo, soggetto o divenir-sè-stesso. (Prefazione alla Fenomenologia dello spirito)
Se gettiamo ora uno sguardo sulla sorte di questi individui storico-universali, vediamo che essi hanno avuto la fortuna di essere gli agenti di un fine, che costituisce un grado nello sviluppo dello spirito universale. In quanto, però, essi sono anche stati soggetti distinti da questa loro sostanza, non hanno avuto quella che comunemente si dice felicità. Ma neppure volevano averla, bensì attingere il loro fine; e l'hanno attinto col loro faticoso lavoro. Essi hanno saputo soddisfarsi, hanno saputo realizzare il loro fine, il fine universale. Di fronte a un fine così grande, si sono proposti audacemente di tendervi, contro ogni opinione degli uomini. Ciò che scelgono non è quindi la felicità, bensì fatica, lotta, lavoro per il loro fine. Raggiunto il loro scopo, non son passati alla tranquilla fruizione, non son diventati felici. Ciò che sono, è stata la loro opera: questa loro passione ha determinato l'ambito della loro natura, del loro carattere. Raggiunto lo scopo, essi somigliano a involucri vuoti che cadono. E' forse stato duro, per loro, assolvere il loro compito; e, nel momento in cui ciò è accaduto, sono morti come Alessandro, o sono stati assassinati come Cesare, o deportati come Napoleone. Si può chiedere: che cosa ci han guadagnato per sè? Ciò che hanno guadagnato è il loro concetto, il loro fine, quello che essi hanno compiuto. Guadagno di altra specie, godimento tranquillo non ne hanno avuto. (Lezioni sulla filosofia della storia)
Non la vita che teme la morte, e si mantiene intatta dalla devastazione, bensì quella che la sopporta e si mantiene in essa, è la vita dello spirito. Lo spirito guadagna la sua verità soltanto se trova se stesso nell’assoluta separazione.
Uno dei punti di vista capitali della filosofia critica è, che prima di procedere a conoscere Dio, l'essenza delle cose, ecc., bisogni indagare la facoltà del conoscere per vedere se sia capace di adempiere quel compito [...] Voler conoscere dunque prima che si conosca è assurdo, non meno del saggio proposito di quel tale Scolastico, d'imparare a nuotare prima di arrischiarsi nell'acqua.
L'uomo non è altro che la serie delle sue azioni.
Non c'è alcun pretore, al massimo arbitri o mediatori tra stati, e anche questi soltanto in modo accidentale, cioè secondo volontà particolari. La concezione kantiana di pace perpetua, grazie a una federazione di stati, alla quale appianasse ogni controversia, e come un potere riconosciuto da ciascun singolo stato componesse ogni discordia, e con ciò rendesse impossibile la decisione per mezzo della guerra, presuppone la concordia fra gli stati, la quale riposerebbe su fondamenti e riguardi morali, religiosi o quali siano, in genere sempre su volontà sovrane particolari, e grazie a ciò rimarrebbe affetta da accidentalità. (Lineamenti di filosofia del diritto, §.333)

Cos'è la filosofia

CHE COS'E' LA FILOSOFIA? (E CHI SONO I FILOSOFI?)


Per capire che cosa sia la filosofia e quale siano le competenze proprie del filosofo, la cosa migliore da fare è, probabilmente, interrogare i filosofi stessi, ossia i diretti interessati, coloro che esercitano la filosofia in prima persona.
"Chi sono allora, Diotima, quelli che filosofano, se non lo sono né i sapienti né gli ignoranti?" "E' chiaro anche ad un bambino ormai - disse - che sono quelli a metà tra questi due e che di essi fa parte anche Amore. La sapienza, infatti, fa parte delle cose più belle e Amore è amore del bello, sicché è necessario che Amore sia filosofo e, in quanto filosofo, sia in mezzo tra il sapiente e l'ignorante". (Platone, "Simposio")
Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli altri astri, o i problemi riguardanti la generazione dell'intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in certo qual modo, filosofo: il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia. Cosicchè, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall'ignoranza, è evidente che ricercano il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica. E il modo stesso in cui si sono svolti i fatti lo dimostra: quando già c'era pressochè tutto ciò che necessitava alla vita ed anche all'agiatezza ed al benessere, allora si incominciò a ricercare questa forma di conoscenza. E' evidente, dunque, che noi non la ricerchiamo per nessun vantaggio che sia estraneo ad essa; e, anzi, è evidente che, come diciamo uomo libero colui che è fine a se stesso e non è asservito ad altri, così questa sola, tra tutte le altre scienze, la diciamo libera: essa sola, infatti, è fine a se stessa. (Aristotele, Metafisica I,2,982b)
Il filosofo deve essere la cattiva coscienza della sua epoca. (Nietzsche)
La filosofia è questo: fare cose non particolarmente utili . (Vladimir Jankélévitch, Pensare la morte?)
Ritengo che un filosofo dovrebbe innanzitutto filosofare: dovrebbe, cioè, cercare di risolvere problemi filosofici, piuttosto che parlare della filosofia. (Popper)
Poiché la filosofia è quella che ci insegna a vivere, e poiché, come tutte le altre età, anche la fanciullezza trova in essa di che imparare, perché non le viene insegnata? (Michel de Montaigne, Saggi)
Secondo il mio punto di vista, la filosofia è un insieme di speculazioni a proposito dei quali una precisa conoscenza non è ancora possibile. (Bertrand Russell)
La filosofia è una pratica, non una teoria: qualcosa che si fa, non qualcosa che si dice. (Ermanno Bencivenga)
I filosofi hanno mantenuto attorno a sé stessi...una certa aura di magia. La filosofia è considerata come qualcosa di strano e di assurdo, che si occupa di quei misteri di cui si occupa la religione, ma non in modo tale da poter essere "rivelata ai bambini" o alla gente comune. (Popper)
Non c'è niente di così ridicolo che non sia stato detto da qualche filosofo. (Cicerone)
E' proprio del filosofo essere pieno di meraviglia. (Platone)
La filosofia è una via realmente propedeutica alla fede. (Tommaso d'Aquino)
La filosofia è una critica dei pregiudizi. (Dewey, "Esperienza e natura")
La filosofia è metodologia della storiografia. (Croce)
Quando colui che ascolta non capisce colui che parla e colui che parla non sa cosa stia dicendo: questa è filosofia. (Voltaire)
La filosofia è riflessione al quadrato. (T. Adorno)
La filosofia è innanzitutto una forza di interrogazione e di riflessione che verte sui grandi problemi della conoscenza e della condizione umana. (Edgar Morin, La tete bien faite)
La filosofia può essere considerata come una cartolina postale che è stata scritta con l'intenzione di arrivare a destinazione ma che in realtà non lo fa. La filosofia che raggiunge la destinazione e che si distrugge in quest' ultima cessa di essere filosofia vera. (J. Derrida, "La carte postale")
La filosofia é come un albero , le cui radici sono la metafisica , il tronco é la fisica , i rami che spuntano dal tronco sono tutti le altre scienze , cioè la medicina , la meccanica e la morale. (Cartesio, Princìpi di filosofia)
La filosofia non è un tempio, ma un cantiere. (Georges Canguilhem)
La filosofia è far concetti. (Deleuze & Guattari, "Che cos'è la filosofia?")
Superficialmente, direi che la scienza è quel che sappiamo e la filosofia è quel che non sappiamo. È una definizione semplice e per questa ragione le domande si trasferiscono dalla filosofia alla scienza, man mano che il sapere progredisce. (Bertrand Russell)
La filosofia è una scienza molto importante nella vita: essa ci permette di accettare con un sorriso tutte le disgrazie che capitano agli altri. (Giancarlo Cazzaniga)
La filosofia è una cosa per spiriti forti. (Antonio Banfi)
La filosofia è ontologia universale e fenomenologica, muovente dall'ermeneutica dell'Esserci, la quale in quanto analitica dell'esistenza, ha assicurato il termine del filo conduttore di ogni indagine filosofica nel punto dove l'indagine sorge e infine ritorna. (Heidegger, "Essere e Tempo")
Ogni vero filosofo è un maestro o compagno di ricerca, la cui voce ci giunge affievolita attraverso il tempo, ma può avere per noi, per i problemi che ora ci occupano, un'importanza decisiva. (Abbagnano, Prefazione alla "Storia della filosofia")
Filosofare è dare la ragione delle cose o per lo meno cercarla. (Denis Diderot)
L'ozio è il padre di ogni filosofia. Quindi la filosofia è un vizio? (Nietzsche)
Se si deve filosofare, si deve filosofare e se non si deve filosofare, si deve filosofare; in ogni caso dunque si deve filosofare. Se infatti la filosofia esiste, siamo certamente tenuti a filosofare, dal momento che essa esiste; se invece non esiste, anche in questo caso siamo tenuti a cercare come mai la filosofia non esiste, e cercando facciamo filosofia, dal momento che la ricerca è la causa e l'origine della filosofia. (Aristotele, "Protreptico")
Lo sappiano o no, tutti gli uomini hanno una filosofia. Certo, può ben darsi che nessuna delle nostre filosofie valga un gran che, ma la loro influenza sui nostri pensieri e sulle nostre azioni è grande e spesso incalcolabile. (Popper)
C'è un solo problema filosofico veramente serio: il suicidio. Giudicare se la vita vale o non vale la pena di essere vissuta significa rispondere alla questione fondamentale della filosofia. (Camus, "Il mito di Sisifo")
La filosofia è la musica più grande. (Platone, Fedone 61 A)
L'uomo che ha gustato una volta i frutti della filosofia, che ha imparato a conoscere i suoi sistemi, e che allora, immancabilmente, li ha ammirati come i beni più alti della cultura, non può più rinunciare alla filosofia e al filosofare. (Husserl, "La crisi delle scienze europee e la fenomenologia")
Chi può dubitare, o mio Lucilio, che degli dèi immortali sia dono la vita, della filosofia la vita onesta? Pertanto sarebbe certo che noi siamo tanto piú tenuti verso la filosofia che verso gli dèi, quanto piú gran beneficio è la vita onesta che la vita, se non fossero stati gli dèi a darci proprio la filosofia: della quale a nessuno essi concessero la conoscenza, a tutti però la capacità di conoscerla. Infatti se anche di questa avessero fatto un bene comune e noi fin dalla nascita fossimo saggi, la saggezza avrebbe perduto la sua caratteristica piú bella, quella di non essere uno dei beni dipendenti dal caso. Orbene essa ha questo di prezioso e di grande, che non ci viene incontro, che ciascuno deve procurarsela e non può ottenerla da un altro. Che cosa ci sarebbe di ammirevole nella filosofia, se essa ci toccasse come un beneficio? uno solo è il suo compito, trovare la verità intorno alle cose divine ed umane: da essa non si allontana la religione, la pietà, la giustizia ed il séguito di tutte le altre virtú intimamente congiunte tra loro. Questa insegnò il culto degli dèi, l’amore verso gli uomini. (Seneca, "Lettere a Lucilio", 90)
La Filosofia non è un singola Cosa Buona destinata ad arricchire l'esistenza umana: è una pozione di streghe, i cui ingredienti sono spesso mortali. Non pochi degli attacchi portati alla vita, alla libertà e alla felicità hanno avuto un fortissimo sostegno filosofico. (Paul Feyerabend, "Conquest of Abundance")
Beffarsi della filosofia è filosofare davvero. (Pascal, "Pensieri", S. 1-4; B. 1-4)
La filosofia non respinge nessuno e non fa speciali scelte: splende per tutti. (Seneca)
La filosofia è un ordine intellettuale, ciò che non possono essere né la religione né il senso comune … nella realtà … (non) coincidono, ma la religione è un elemento del disgregato senso comune … La religione e il senso comune non possono costituire un ordine intellettuale perché non possono ridursi a unità e coerenza neanche nella coscienza individuale per non parlare della coscienza collettiva: non possono ridursi ad unità e coerenza liberamente, perché autoritariamente ciò potrebbe avvenire come infatti è avvenuto nel passato entro certi limiti. (Gramsci)
La filosofia non mi sembra mai aver tanto buon gioco come quando combatte la nostra presunzione e vanità, quando riconosce in buona fede la sua incertezza, la sua debolezza e la sua ignoranza . (Michel de Montaigne, "Saggi")
La filosofia è un prurito. (Wittgenstein)
La filosofia è una cosa troppo seria per essere lasciata ai soli filosofi. (John Wheeler)
Non possono esserci nuove scoperte in filosofia: tutto ciò che è rilevante in un problema filosofico è perfettamente visibile nell’uso delle parole governato da regole. Tutte le informazioni che ci occorrono si trovano nelle nostre conoscenze circa il modo di usare le parole che usiamo, e di questo dobbiamo solo ricordarci. (Wittgenstein)
La filosofia è conoscenza acquisita, attraverso il corretto ragionamento degli effetti o fenomeni a partire dai concetti delle loro cause o generazioni, o reciprocamente la conoscenza acquisita delle generazioni possibili a partire dagli effetti conosciuti. (Hobbes, "De corpore")
La filosofia è rispecchiare astrattamente in concetti l'intera essenza del mondo, e così quale immagine riflessa, deporla nei permanenti e ognora disposti concetti della ragione: questa e non altro è filosofia. (Schopenhauer)
La filosofia è un organismo, le cui ossa sono costituite dalla logica, il sangue e la carne sono rappresentate dalla fisica e l’anima dall’etica. (Posidonio di Apamea)
La filosofia è imparare a morire . (Platone, "Fedone")
La filosofia è ontologia universale e fenomenologica, movente dall'ermeneutica dell'esserci. (Heidegger, Essere e Tempo)
La filosofia è una barriera contro le leggi scritte. (Alcidamante)
La filosofia è una fatica di Sisifo. E' sempre un disperato cercare di rispondere a quelle cinque-sei domande fondamentali [...].Ma è inutile la fatica di Sisifo? Potrebbe servire a rafforzare i muscoli... (S. Veca)
Un filosofo: un filosofo è un uomo che costantemente vive, vede, sente, intuisce, spera, sogna cose straordinarie; che viene colpito dai suoi propri pensieri come se venissero dall'esterno, da sopra e da sotto, come dalla sua specie di avvenimenti e di fulmini; che forse è lui stesso un temporale gravido di nuovi fulmini; un uomo fatale, intorno al quale sempre rimbomba e rumoreggia e si spalancano abissi e aleggia un'aria sinistra. Un filosofo: ahimè, un essere che spesso fugge da se stesso, ha paura di se stesso - ma che è troppo curioso per non 'tornare a se stesso' ogni volta. (Nietzsche, "Al di là del bene e del male", § 292)
La filosofia è una presa di posizione ragionata sulla totalità del reale. (Piaget)
La filosofia è una conoscenza del piú alto grado di universalità. (Herbert Spencer)
La filosofia è una natura invisibile e la natura è una filosofia visibile. (Paracelso)
La filosofia è così anzitutto un genere di scrittura. Esso è delimitato, come ogni genere letterario, non dalla forma o dal contenuto, ma dalla tradizione, un romanzo familiare che comprende, per esempio, papà Parmenide, il vecchio e onesto zio Kant e il fratello cattivo Derrida. (Rorty)
Il primo dovere del filosofo consiste nel pronunciarsi chiaramente sui limiti delle proprie conoscenze e riconoscere che vi sono dei campi in cui la sua incompetenza è assoluta. (G. Marcel, "Gli uomini contro l'umano")
La filosofia è scienza della verità. (Aristotele, Met,II,1,993b)
La filosofia è scienza della scienza in generale. (Fichte)
In ogni filosofare non si è trattato per nulla, fino ad oggi, di "verità", ma di qualcos'altro, come salute, avvenire, sviluppo, potenza, vita... (Nietzsche, "La gaia scienza", prefazione alla 2° edizione)
La filosofia è un farmaco che cura le paure umane, mostrando come a) gli dèi non si curano del mondo; b) la morte non va temuta, perchè quando c'è lei non ci siamo noi e quando ci siamo noi non c'è lei; c) non si deve aver paura del dolore, perchè se é intenso é breve, se é lungo non é intenso; d) la facile raggiungibilità della felicità, che consiste nel piacere. (Epicuro)
La filosofia è teoria generale dello spirito. (Gentile)
La filosofia è il grande sforzo che il pensiero compie per abbracciare e unificare tutte le differenti attività dell’uomo, per legarle ad un centro comune. (E. Cassirer, "Simbolo, mito e cultura")
La filosofia è la considerazione pensante degli oggetti. (Hegel)
Il filosofo... non affronta una struttura organizzata, ma piuttosto qualcosa che ha l’aspetto di un cumulo di macerie (sotto le quali è forse sepolto qualche tesoro). (Popper)
Il filosofo soltanto vive mirando costantemente alla natura ed al divino. Come il buon capitano di una nave, egli ormeggia la sua vita a ciò che è eterno e costante, là getta l'ancora e vive padrone di sè. (Aristotele, "Protreptico")
Per dire ancora una parola a proposito del dare insegnamenti su come dev'essere il mondo, ebbene, per tali insegnamenti in ogni caso la filosofia giunge sempre troppo tardi. In quanto pensiero del mondo essa appare soltanto dopo che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione e s'è bell'e assestata. Questo, che il concetto insegna, mostra necessario parimenti la storia, che soltanto nella maturità della realtà l'ideale appare di fronte al reale e che quell'ideale si costruisce il medesimo mondo, appreso nella sostanza di esso, dandogli la figura d'un regno intellettuale. Quando la filosofia dipinge il suo grigio su grigio, allora una figura della vita è invecchiata, e con grigio su grigio essa non si lascia ringiovanire, ma soltanto conoscere; la nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo. (Hegel, "Lineamenti di filosofia del diritto" Prefazione)
La conoscenza filosofica è conoscenza razionale per concetti. (Kant, "Critica della ragion pura", Dott. Trasc. del met., cap. I, sez. I)
Il compito del filosofo, lo scopo della sua vita di filosofo: una scienza universale del mondo, un sapere universale, definitivo, un universo delle verità in sé attorno a mondo, al mondo in sé. (Husserl, "La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale")
I grandi filosofi non erano impegnati in una impresa estetica. Non cercavano di essere architetti di un brillante sistema: erano ricercatori di verità, di vere soluzioni di problemi genuini, al pari dei grandi scienziati. (Popper)
A che serve la filosofia se non è capace di rendere conto di un uomo? (Sartre, "L'idiota di famiglia")
La filosofia è una logica della scienza, cioè del sapere universalmente valido, e ha il compito di mostrare le condizioni che rendono possibile la scienza come tale. (Cohen)
Discendiamo all'interno di noi stessi: più sarà profondo il punto a cui arriveremo, più forte sarà la spinta che ci farà risalire alla superficie. L'intuizione filosofica è questo contatto, la filosofia questo slancio. (Bergson)
La filosofia è un tentativo straordinariamente ingegnoso di pensare erroneamente. (B. Russell)
La filosofia è un orto in cui la logica costituisce le mura che demarcano i confini, la fisica rappresenta gli alberi che crescono nell’orto e l’etica costituisce i frutti che pendono dagli alberi. (Crisippo)
Un sistema filosofico è una casa che, subito dopo costruita e adornata, ha bisogno di un lavorio, più o meno energico, ma assiduo di manutenzione, e che a un certo punto non giova più restaurare e puntellare, e bisogna gettare a terra e ricostruire dalle fondamenta. Ma con siffatta differenza capitale: che, nell'opera del pensiero, la casa perpetuamente nuova è sostenuta perpetuamente dall'antica, la quale, quasi per opera magica, perdura in essa. (Croce, "Breviario di estetica")
La filosofia è la palingenesi obliterante dell'io subcosciente che si infutura nell'archetipo dell'antropomorfismo universale. (Ignoto)
La filosofia è una riflessione per la quale ogni materia estranea è buona, anzi, potremmo dire: per la quale ogni buona materia dev'essere estranea. (Canguilhem)
Il filosofo deve diventare non filosofo per continuare a fare filosofia. (Deleuze)
Non importa quali metodi un filosofo possa usare, purché abbia un problema interessante e tenti sinceramente di risolverlo. (Popper)
La coerenza è l'obbligo principale di un filosofo, tuttavia è quello a cui ci si attiene più di rado. (Kant, Critica della ragion pratica)
La filosofia non è una dottrina ma una attività. Un'opera filosofica consiste essenzialmente in delucidazioni. Frutto della filosofia non sono 'proposizioni filosofiche' bensì il chiarificarsi delle proposizioni. La filosofia deve rendere chiare e delimitare con precisione le idee che altrimenti sarebbero, per così dire, torbide e confuse. (Wittgenstein, "Tractatus logico-philosophicus")
Filosofo, amatore della saggezza cioè della verità. (Voltaire)
Il punto di vista della filosofia è il punto di vista della ragione, la sua conoscenza è una conoscenza delle cose, come sono in sé, cioè come sono nella ragione. Sta nella natura della filosofia di eliminare totalmente tutte le cose che stanno le une dopo le altre e le une lontane dalle altre, ogni differenza del tempo e in generale ogni differenza che solo l’immaginazione inserisce nel pensiero, in una parola di vedere nelle cose soltanto quello per cui esse esprimono la ragione assoluta, non però, in quanto esse sono oggetti semplicemente di quella riflessione, che si attacca alle leggi del meccanismo e procede nella serie temporale. (Schelling, "Esposizione del mio sistema filosofico", 1)
Lo sforzo teorico del filosofo è vano se non è accompagnato e sorretto dalla volontà d'azione. (Rodolfo Mondolfo)
Si possono concepire i filosofi come persone che compiono sforzi estremi per sperimentare fino a che altezza l'uomo possa elevarsi. (Nietzsche, "La volontà di potenza")
La gente, osservava, dice sempre che la filosofia non fa progressi e che gli stessi problemi filosofici che già impegnavano i greci continuano ad occuparci anche oggi. Ma chi parla in questo modo non comprende perché le cose stiano così. Il motivo è che il nostro linguaggio è rimasto lo stesso e ci porta sempre verso gli stessi quesiti. Fin tanto che esisterà un verbo "essere" che pare funzionare come i verbi "mangiare" e "bere", fin tanto che vi saranno aggettivi come "identico", "vero", "falso", "possibile", fin tanto che gli uomini parleranno di uno scorrere del tempo e dell’estensione dello spazio ecc.; fin tanto che si verificherà tutto ciò, gli uomini andranno a urtare contro le stesse noiose difficoltà e continueranno a guardare fisso qualcosa che nessuna spiegazione sembra in grado di eliminare. (Wittgenstein)
La filosofia è una pianta che prospera soltanto all'aria di montagna, come i rododendri e le stelle alpine. (Schopenhauer)
La filosofia, come la medicina, dispone di molti farmaci, poche buone medicine e quasi nessun rimedio specifico. (N. de Chamfort)
Quando in una strada solitaria l'auto si arresta spontaneamente il conducente, che non è un buon meccanico, si sente perduto e darebbe qualsiasi cosa per sapere cos'è l'automobile dal punto di vista meccanico. In questo caso la perdizione è minima (…). Ma, a volte, resta in panne la nostra vita intera, perché tutte le convinzioni fondamentali sono diventate problematiche (…). L'uomo, allora, riscopre, sotto quel sistema di opinioni, il caos primigenio con cui è stata fatta la sostanza più autentica della nostra vita. Incomincia a sentirsi assolutamente naufrago; di qui l'assoluta necessità di salvarsi, di costruire un essere più sicuro. Allora si ritorna alla filosofia. (Ortega y Gasset, "Cosa è filosofia?")
La filosofia, che per venti secoli si è preoccupata del significato dei suoi termini, è, non soltanto piena di verbalismo, ma anche terribilmente vaga e ambigua, mentre una scienza come la fisica, che non si preoccupa tanto dei termini, quanto piuttosto dei fatti, ha conseguito una grande precisione. (Popper)
La filosofia è l’ultimo aspetto sotto il quale si perpetuano le due forze illusorie dalle quali precisamente tutto il pensiero moderno ha teso ed è riuscito, negli altri ambiti della vita intellettuale, a liberare lo spirito umano: la religione e la retorica. (J.F. Revel, "Pourquoi des philosophes?")
La filosofia è conoscenza dell’essere in quanto essere; la filosofia è conoscenza delle cose umane e divine; la filosofia è meditazione della morte ; la filosofia è imitazione di dio , per quanto ciò è possibile all’uomo; la filosofia è arte delle arti e scienza delle scienze; la filosofia è amore della sapienza. (Ammonio di Ermia)
La durata della vita umana non è che un punto e la sostanza è un flusso, e nebulose ne sono le percezioni, e la composizione del corpo è corruttibile, e l'anima è un turbine, e la fortuna imperscrutabile, e la fama cosa insensata ... E dunque, cosa c'è che possa guidare un uomo? Una cosa e solo una, la filosofia. (Marco Aurelio)
I veri filosofi sono coloro che comandano e legiferano: essi affermano "così deve essere!", essi determinano in primo luogo il "dove" e l’"a che scopo" degli uomini e così facendo dispongono del lavoro preparatorio di tutti gli operai della filosofia, di tutti i soggiogatori del passato — essi protendono verso l’avvenire la loro mano creatrice e tutto quanto è ed è stato diventa per essi mezzo, strumento, martello. Il loro "conoscere" è creare, il loro creare è una legislazione, la loro volontà di verità è volontà di potenza. — Esistono oggi tali filosofi? Sono già esistiti tali filosofi? Non devono forse esistere tali filosofi? (Nietzsche, "Al di là del bene e del male")
La filosofia, quale solo potrebbe giustificarsi al cospetto della disperazione, è il tentativo di considerare tutte le cose come si presenterebbero dal punto di vista della redenzione. La conoscenza non ha altra luce che non sia quella che emana dalla redenzione sul mondo […]. Si tratta di stabilire prospettive in cui il mondo si dissesti, si estranei, riveli le sue fratture e le sue crepe, come apparirà un giorno, deformato e manchevole, nella luce messianica. Ottenere queste prospettive senza arbitrio e violenza, dal semplice contatto con gli oggetti, questo, e questo soltanto, è il compito del pensiero. (T. Adorno, Minima moralia)
Alcuni filosofi hanno fatto una virtù del parlare con sé stessi, forse perché si sono convinti che non ci fosse nessuno con cui parlare. Non c’è dubbio che Iddio parli quasi esclusivamente con sé stesso, ma i filosofi dovrebbero sapere che non sono più simili a Dio di quanto non lo siano gli altri uomini. (Popper)
Il termine greco filosofo è stato forgiato in opposizione al termine sophòs. Esso sta a significare colui che ama la conoscenza. (...) L’essenza della filosofia sta infatti non nel possesso della verità, ma nella sua ricerca. Il suo maggior pericolo è quello di capovolgersi in dogmatismo, cioè in un sapere costituito da affermazioni compiute, definitive, esaustive semplicemente da tramandarsi. Filosofia significa in verità: essere in cammino. (Jaspers)
Quando e nella misura in cui una scienza, procedendo al di sopra dell'esattezza, perviene a una verità (cioè a un essenziale scoprimento dell'ente come tale), essa è filosofia. (Heidegger, "L'origine dell'opera d'arte")
Il filosofo ha innanzitutto la responsabilità di conservare e trasmettere l'immenso patrimonio che la storia della filosofia ci ha tramandato fin dai presocratici [...]. In secondo luogo, la filosofia deve restare aperta alle scienze e allo spirito scientifico. È, questo, l'aspetto epistemologico del suo compito [...]. In secondo luogo, la filosofia deve restare aperta alle scienze e allo spirito scientifico. È, questo, l'aspetto epistemologico del suo compito [...]. In terzo luogo, la filosofia si scopre essa stessa una pratica teorica, il più delle volte legata all'esercizio pubblico del discorso nell'ambito dell'insegnamento universitario, o nel settore più vasto del mondo dell'editoria. (Paul Ricoeur)
La filosofia è la balia asciutta della vita. Veglia sui nostri passi, ma non per allattarci. (Kierkegaard)
La filosofia è sempre una forma di alto dilettantismo, in cui qualcuno, per tanto che abbia letto, parla sempre di cose su cui non si è preparato abbastanza. (Umberto Eco)
Si rimproverava a Diogene che, essendo ignorante, si occupasse di filosofia: "Me ne occupo", egli rispose, "tanto più a proposito". (Michel de Montaigne, "Saggi")
La filosofia è un'ancella della teologia. (Detto medioevale)
La maggior parte degli uomini sono filosofi in quanto operano praticamente e nel loro pratico operare è contenuta implicitamente una concezione del mondo, una filosofia. (Gramsci, "Quaderni del carcere", 10, II)
La filosofia è una scienza senza supposizioni. (Ortega y Gasset)
La filosofia è il proprio tempo appreso in pensieri. (Hegel)
La filosofia è intuizione del mondo. (Dilthey)
Il metodo proprio della filosofia consiste nel concepire in modo chiaro i problemi insolubili nella loro insolubilità, quindi contemplarli senz'altro, fissamente, instancabilmente, per anni, senza nessuna speranza, nell'attesa (en upomoné; in patientia). Se ci atteniamo a questo criterio, ci sono pochi filosofi. Pochi è già dire tanto. (S. Weil, Quaderni IV)
La filosofia è una milizia che deve accettare tutti i problemi del secolo e tendere a trasformare la faccia della terra. (Carlo Cattneo)
La filosofia è una disposizione naturale dell'essere umano. Ogni bambino, dopo i sei anni, si chiede che cos'è la morte. (Gadamer)
La filosofia è una scienza storica […] nel senso che è nata con una storia della cultura e con una certa cultura storica. (Vattimo, "Vocazione e responsabilità del filosofo")
La filosofia non è qualcosa di già fatto (…). In ogni uomo, la filosofia è una cosa che deve essere costruita con uno sforzo personale. (Xavier Zubiri, "Natura, Storia, Dio")
L’emergenza della filosofia può essere interpretata come una risposta alla dissoluzione della società chiusa e delle sue credenze magiche...è il tentativo di sostituire una fede razionale, alla fede magica; modifica la tradizione di tramandare una teoria o un mito, fondando...la tradizione di contestare le teorie ed i miti e di discuterli criticamente. (Popper)
L'attività filosofica ha un grande vantaggio rispetto a tutte le altre; non si ha cioè bisogno di un particolare strumento, nè di una sede particolare per esercitarla, ma in qualunque punto della terra uno si ponga all'opera con il pensiero, dovunque gli sarà allo stesso modo possibile afferrare la verità, come se essa fosse presente. Così dunque è provato che è possibile dedicarsi alla filosofia, che essa è il maggiore di tutti i beni, e che è facile conseguirla. Per tutti questi motivi, vale la pena di coltivarla con passione. (Aristotele, "Protreptico")
I veri filosofi, se ne avvedessero o no, non hanno mai fatto altro che rinvigorire e raffinare i concetti per far sì che meglio si intendano i fatti, cioè la realtà, cioè la storia. (Croce)
Noi siamo riusciti a comprendere, anche se solo nelle linee più generali, come il filosofare umano e i suoi risultati non abbia affatto il significato puramente privato o comunque limitato di uno scopo culturale. Noi siamo dunque- e come potremmo dimenticarlo?-, nel nostro filosofare, funzionari dell'umanità. (Husserl)
La filosofia è un uovo, il cui guscio è costituito dalla logica, l’albume dalla fisica, il tuorlo dall’etica. (detto degli Stoici)
Ritengo che la filosofia sia la scienza generale dell’amore; dentro l’universo intellettuale rappresenta il maggior impulso verso una connessione globale. (Ortega y Gasset, "Meditazioni sul Chisciotte")
La filosofia è una lotta contro l’incantesimo del nostro intelletto, per mezzo del nostro linguaggio. (Wittgenstein, "Ricerche filosofiche")
La novità della nostra attuale posizione verso la filosofia è una convinzione che finora non fu propria di nessuna epoca: cioè che non possediamo la verità! (Nietzsche)
Il compito della filosofia è di risolvere e dissolvere i problemi filosofici mediante la chiarificazione di ciò che ha senso. [...] Compito della filosofia non è tanto risolvere una contraddizione o un paradosso mediante un’innovazione concettuale, quanto ottenere una visione chiara della struttura concettuale che ci assilla: si tratta di accertare lo stato delle cose prima che la contraddizione sia risolta. (Wittgenstein)
La filosofia deve rispondere a queste tre domande: a) cosa posso conoscere? b) cosa posso fare? c) cosa posso sperare? (Kant)
La filosofia è una super-scienza. (F. Bacone)
Fu settantacinque anni or sono: sulla fine del 1875; avevo meno di dieci anni e da poco tempo ero entrato in collegio. Una notte, a una sensibile scossa di terremoto in Napoli, tutto il collegio si svegliò o fu svegliato; gli alunni, grandi e piccoli, si rivestirono, e le classi o “camerate” si confusero nella stanza più ampia, allegri, come sono i ragazzi quando accade qualcosa di improvviso e ne nasce confusione. Tra i presenti era un giovane prete, sottile, ascetico, uno dei nostri preferiti, che leggeva, come sempre, tutto intento in un fascicolo che aveva tra mani. - Ma che cosa legge don Leonardo? - domandai a un compagno bene informato. - Legge filosofia. - E che significa filosofia? - È una cosa di cui nessuno capisce niente. - Io restai a lungo con questa definizione in mente e con la correlativa impressione: che è poi l'idea che ne ha e ne avrà sempre la stragrande maggioranza degli uomini. E giova che ciò sia, e la filosofia mantenga un certo carattere di esoterismo che segni lo sforzo con cui lo spirito passa dalla conoscenza delle cose a quella del sè stesso che le ha prodotte. Ma io rido talvolta tra me e me, al ricordo di quello che fu il mio primo incontro con la signora Filosofia, alla quale ho poi dovuto consacrare tanta parte del mio tempo. (B. Croce articolo tratto da Quaderni della "Critica" diretti da B. Croce, marzo 1950 n. 16, pagina 126, rubrica "Notizie e osservazioni", articolo IV)
La filosofia che una volta sembrò superata, si mantiene in vita perchè è stato mancato il momento della sua realizzazione. (T.W. Adorno, Dialettica negativa, Einaudi, Torino 1975, p. 3)
La filosofia è lo sforzo consapevole di fondere tutto ciò che sappiamo per esperienza o intuizione in una struttura linguistica in cui tutte le cose saranno chiamate con il loro giusto nome. (Horkheimer, Eclisse della ragione, Einaudi, Torino 1970, p. 154)
Si possono dire solo poche cose sulla filosofia. Anziché spiegare lungamente quale sia la sua essenza, ci limitiamo a dire che cosa faccia parte del filosofare: che il filosofo si riserva la possibilità di sbagliare. Questo coraggio dell’errore non significa solo che egli abbia il coraggio di sopportarlo, ma molto di più: il coraggio di ammetterlo, questo coraggio è cioè quello dell’intimo sacrificio del proprio se stesso nella capacità di ascoltare e imparare, il coraggio del dibattito positivo. (M. Heidegger, Logica. Il problema della verità, Introduzione)
La filosofia ha il compito critico primario di far cadere ogni barriera fra i diversi campi della cultura e affermarsi come ricerca aperta e antidogmatica. (Enzo Paci)
Tutti gli uomini sono filosofi, perché in un modo o nell’altro assumono un atteggiamento nei confronti della vita e della morte. (Popper)
L'obiettivo della filosofia è la quiete del mare dopo la tempesta. (Epicuro)
Ci sono più cose in cielo e in terra che non ne sogni la tua filosofia. (Shakespeare, "Amleto")
La filosofia è trasformazione del sacro in divino. (Maria Zambrano)
La filosofia è l'adempimento dell'io del singolo, dell'unico. (Stirner)
La filosofia è una conoscenza di tipo diametralmente opposto rispetto alle conoscenze ricavate soltanto con l’esperienza. Essa si pone come il prodotto finale di quel processo che inizia con un semplice collegamento di osservazioni rozze, prosegue con l’elaborazione di proposizioni sempre piú ampie e distinte dai fatti singoli, e si conclude con proposizioni universali. Per dare una definizione in modo piú semplice e chiaro, diremo: la conoscenza d’infimo grado è non unificata; la scienza è una conoscenza parzialmente unificata; la filosofia è una conoscenza completamente unificata. (Spencer, "Primi princípi")
Noi cominciammo a filosofare per orgoglio e fummo portati così a perdere la nostra innocenza; abbiamo scoperto la nostra nudità e d’allora noi filosofiamo per il bisogno della nostra salvezza. (Fichte a Jacobi, 30 Agosto 1795)
La filosofia è il sapere più nobile proprio perchè non serve a nulla ed è quindi priva del legame di servitù. (Aristotele)
La filosofia, così come io l'ho vissuta e intesa fino ad oggi, è vita volontaria fra i ghiacci e le alture -ricerca di tutto ciò che l'esistenza ha di estraneo e problematico, di tutto ciò che finora era proscritto dalla morale. Attraverso una lunga esperienza di itinerari nel proibito, ho imparato a considerare le cause che fino a oggi si è moralizzato e idealizzato in modo assai diverso da quello che che comunemente si richiede: mi si è fatta luce sulla storia segreta dei filosofi, sulla psicologia dei grandi nomi. -Quanta verità può sopportare, quanta verità può osare un uomo? Questa è diventata la mia vera unità di misura, sempre più. (Nietzsche, "Ecce homo")
Il filosofo diventa sempre tale in virtù di una perplessità, che egli cerca di superare, e che è il qaumazein di Platone, e che Platone stesso chiama mala filosofikoV paqoV. Ma qui i falsi filosofi si distinguono dai veri, in questo, che nei veri quella perplessità nasce dalla vista diretta del mondo; negli altri invece soltanto da un libro, da un sistema, che si trovano già belli e pronti. (Schopenhauer, "Il mondo come volontà e rappresentazione", I, 7)
La filosofia [...], che è ricerca della felicità attraverso la saggezza. (Marcel Conche, "Montaigne ou la conscience heureuse")
Filosofare consiste nell'invertire la direzione abituale del lavoro del pensiero. (Bergson)
La filosofia e i suoi eroi
by mondoglitter.it

Che pesce sei?

Un'insegnante spiegando alla classe che in spagnolo, contrariamente all'inglese, i nomi possono essere sia maschili che femminili. "Uno studente chiese: "Di che genere è la parola computer?" Anziché rispondere, l'insegnante divide la classe in due gruppi, maschi e femmine, e gli chiese di decidere tra loro se computer dovesse essere maschile o femminile.A ciascun gruppo chiese inoltre di motivare la scelta con 4 ragioni.Il gruppo degli uomini decise che "computer" dovesse essere decisamente femminile"la computadora"perchè:1.Nessuno tranne il loro creatore capisce la loro logicainterna.2.Il linguaggio che usano per comunicare tra computer èincomprensibile.3.Anche il più piccolo errore viene archiviato nella memoria a lungotermine per possibili recuperi futuri.4.Non appena decidi di comprarne uno, ti ritrovi a spendere metà del tuo salario in accessori.Il gruppo delle donne,invece, concluse che i computer dovessero essere maschili (el computador)perchè:1.Per farci qualunque cosa, bisogna accenderli.2.Hanno un sacco di dati ma non riescono a pensare da soli.3.Si suppone che ti debbano aiutare a risolvere i problemi, ma perla metà delle volte,il problema sono LORO;4.Non appena ne compri uno, ti rendi conto che se avessi aspettatoqualche tempo,avresti potuto avere un modello migliore.Le donne vinsero.