

Il grido198384x67 cmMunch Museet, Oslo.
Di quest' opera Munch disse :"Solo un folle poteva dipingerlo"Al museo di Oslo dove era esposto, hanno rubato "il grido" di Munch (1863-1944), l'opera più famosa del pittore norvegese che, con la preveggenza di cui godono i folli, di cui qualche dio agita la mente, aveva anticipato in quel grido tutta l'angoscia del Novecento, un secolo che ha raggiunto una distruttività che, nelle sue proporzioni, nessun altro secolo ha mai conosciuto. Il grido" di Munch non è solo profetico del terrore del secolo scorso, quando Dio era già scomparso dalla scena come annunciato da Nietzsche, ma riprende l'atto di nascita della comunità umana, che non sorge intorno al fuoco, divenuto poi focolare domestico come piace all'immaginazione psicoanalitica, ma intorno al grido che aduna gli uomini, atterriti da tutto ciò che è imprevedibile. Grido di dolore, grido di terrore, grido di morte.
Pittore ed incisore norvegese nato nel 1863 a Löyten (una località a nord di Oslo) da una famiglia che annoverava alcuni significativi esponenti della cultura norvegese, Edvard Munch trascorse un'infanzia contrassegnata da una serie di vicende dolorose (tra le quali la malattia e la morte della madre e successivamente della sorella) che certamente segnarono la sua già complessa personalità. Frequentò la Scuola d'Arti e Mestieri di Oslo, dove studiò con M.C.Krohg. Nel 1885 compì un primo soggiorno a Parigi, dove ritornò nel 1889 (scoprendovi Gauguin, ma anche i pittori Nabis, poi Seurat e Van Gogh) e nel 1896. Il periodo più importante dell'attività di Munch è compreso nel decennio 1892-1902, nel corso del quale l'artista definì e rivelò, attraverso una serie di capolavori, la sua ricerca poetica e le qualità del suo linguaggio pittorico, che affonda le radici nel clima secessionistico del tempo e si arricchisce degli apporti del simbolismo in un'interpretazione di intensa drammaticità, secondo i modi che divennero propri dell'espressionismo tedesco. L'amore, la morte e più tardi la vita sono i temi pressanti di tutta la sua pittura. Nel 1895 iniziò l'attività grafica conclusa nel 1926, contrassegnata da innovazioni tecniche di assoluta importanza a cui corrispondono sorprendenti metamorfosi di contenuto. Dopo il soggiorno a Berlino (dove fu soggetto ad una grave depressione nervosa ) tornò in Francia dove fece scuola la sua innovativa tecnica di incisione del legno (1901 - 1902). Nel 1911 si stabilì definitivamente in Norvegia dove morì nel 1944.
L'arte di Munch
Munch si spostò frequentemente da Oslo a Parigi e a Berlino, essendo la sua sensibilità e il suo gusto non limitati alle esperienze nazionali. Di questo suo contatto con le esperienze degli artisti europei a lui contemporanei esistono diverse testimonianze riscontrabili nelle sue opere. Nei dipinti di Munch i segni offrono descrizioni esatte, drammaticamente crude, della realtà. Inoltre, il dramma psichico che caratterizza i suoi personaggi non è solo dramma individuale, ma è anche l'incarnazione di un «sentire» cosmico del dolore. Ossessionato dalle problematiche della vita e della morte, influenzato (non è un mistero e lui stesso non lo negava) dal filosofo Nietzche e dallo scrittore Strindberg, Munch è autore di livida forza espressiva, che trova nella plastica e drammatica evidenza di un cromatismo quanto mai intenso e sgargiante il miglior veicolo per affermare la sua visione sostanzialmente pessimistica della società e del mondo a lui contemporanei.
E’ una realtà egoista, fragile, possessiva, padrona e schiava.
Stai lì, nell'attesa di un qualcosa che possa riempirti le membra stanche, ti aggiri per casa, ti affacci alla finestra, il respiro si fa affannoso e non ti solleva da terra. Ti senti vulnerabile come ciuffi di nuvole, con la voglia di disperderti nel foglio azzurro del cielo senza lasciarne nemmeno la scia.
Una catena di sentimenti opachi ti stringe nella sua morsa e ne rimani avvinta fino ad esaurire tutte le tue risorse.
La disperazione, la tristezza, la rabbia, la frustrazione, diventano ombre di una ragione intrappolata nella paura.
Cadi nel silenzio della notte dell’anima e ti aggrappi, nel buio, alla presenza di qualcosa che prenda corpo e che ti tenga a galla ma ogni tentativo muore in quel caos interiore. Tutto diventa scollato dentro di te e si perde naufrago in quel deserto come granelli di polvere nel vento. L’anima sembra non trovare più nessun collegamento con il cuore e appare debole e malata, senza sapere dove attingere l’acqua per la sua crescita.
Il vuoto è vecchio come il mondo e si ripete nella sua ridondanza, ogni giorno, racchiuso tra le virgolette dell’infinito; è un muro di pietra: tutto ciò che vi sbatte prova un dolore eterno; è una voce che ti urla dentro, ti tappa le orecchie per non farti sentire e, quando sei già diventato sordo, le sue grida le vedi solo tu.
Giace in vari strati di profondità e tu puoi riempirlo facilmente solo se ti scopri in superficie. Se il vuoto si è abbassato ad un livello medio, i tuoi pensieri vanno rivestiti di maggior sostanza per riallacciarti alla realtà di sempre ma se ti ritrovi confinato nel suo strato più basso, dove non c’è fondo, sei nella voragine più nera dell’anima. E ne hai messo di tempo per capirlo! Lì dentro, hai tutto il tempo che vuoi per riflettere su te stesso e, da gran gentiluomo, ti lascia muovere senza meta, né regole, come un aquilone che fatica a decollare in alto.
Il vuoto ti mette il cuore in subbuglio come bollicine d’acqua sbattuta.
Nel silenzio del deserto, la prima realtà che incontra il tuo io, è un sovraccarico di distrazioni, di fretta, d'ansie, d’incoerenza, d’infedeltà continue, d’impulsività e d’attesa poi di rancori e di rimpianti perché sai, con tutto te stesso, che quello non sei tu, né ciò che di più al mondo non vorresti essere: il vuoto, ti ruba la tua vera identità in quel disordine interiore.
E piangi, quanto piangi nei cunicoli scuri delle sue radici profonde!
Nei cuori persi nel vuoto non si fa giorno mai!
Unico strato vincente in quel fondo scuro, sembra quello fondato sulle giustificazioni subdole che dai a te stesso per salire alla luce. Il vuoto è più grande di te e t'immerge in una profonda avventura da cui risali solo se sei capace di riempire il suo spazio ma nessuna tristezza deve adombrare le ragioni dell’amore così come la sofferenza non impedirà mai certe gioie di fondo e, la stessa, dovrebbe portare un solo nome: condivisione.
Non ci sono giustificazioni di sorta nel non amore eppure alcuni sono convinti che il mondo debba girare intorno a loro e che tutto debba essere al loro servizio. Il vuoto può distruggere la tua condivisione ma ha bisogno anche di quella perché tu possa salvarti."

