Blog informativo sulla P4C

( philosophy for children)

di Lipman

Quando la filosofia dipinge il suo grigio su grigio, allora una figura della vita è invecchiata, e con grigio su grigio essa non si lascia ringiovanire, ma soltanto conoscere; la nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo.


La parola "filosofia" ha come nella sua radice il significato "far crescere". Infatti, c'è solo una cosa che sa stupire e conquistare il nostro cuore: la parola di chi non si limita a inanellare frasi sensate e ben tornite, ma di chi ci porta più in alto o più in profondità.

Che cos'è la filosofia?

“La filosofia è la palingenesi obliterante dell'io subcosciente che si infutura nell'archetipo dell'antropomorfismo universale. “(Ignoto)

Perché la filosofia spiegata ai ragazzi?

I bambini imparano a conoscere e a gestire i propri ed altrui processi emozionali, affettivi e volitivi: imparano a conoscere se stessi e a relazionarsi con gli altri. Una scuola che intende fornire esperienze concrete e apprendimenti significativi, dove si vive in un clima carico di curiosità, affettività, giocosità e comunicazione, non può prescindere dal garantire una relazione umana significativa fra e con gli adulti di riferimento. Questa Scuola ad alto contenuto educativo, non può cadere nel terribile errore di preconizzare gli apprendimenti formali, errore spesso commesso dagli insegnanti che sono più attenti a formare un “bambino-campione”, piuttosto che un bambino sicuro e forte nell'affrontare la vita, o ancora un bambino che abbia acquisito la stima di sé, la fiducia nelle proprie capacità e la motivazione al passaggio dalla curiosità, caratterizzante la Scuola dell'Infanzia, alla ricerca. L'insegnante deve poter provare un “sentimento” per l'infanzia inteso come “sentire”, percepire e prendere consapevolezza dei bisogni reali, affettivi ed educativi propri del bambino che sono altro rispetto ai bisogni degli adulti. Il ruolo dei genitori, degli insegnanti è infatti quello di educare tutti e ciascuno alla consapevolezza di ciò che il bambino “sente” emotivamente e affettivamente, perché è proprio il passaggio dal sentire all'agire che consentirà al futuro uomo di compiere scelte autonome. Un compito importante dell'insegnante è quello di mediare i modi e i tempi di un dialogo strutturato su un piano paritario, in modo tale da consentire ad ogni interlocutore di far emergere il proprio pensiero e di metterlo in relazione con quello degli altri. E' una sfida, da parte dell'insegnate, a livello culturale, sociologica e civica ma che deve coinvolgere anche i più piccoli per dotarli di una propria capacità critica, che permetta loro di ragionare, di riflettere sulla realtà e di compiere in futuro scelte consapevoli Se la filosofia è "presa sul serio", se è misurata con i problemi reali, è davvero uno strumento di formazione della persona e di indirizzo della vita. La filosofia come felicità presente nell'attività del pensiero.

Incontrarsi è una grande avventura

“Non possiamo stare
e vivere da soli,
se così è,
la vita diventa
solitudine monotona.
Abbiamo bisogno dell’altro
per condividere sguardi
di albe e tramonti,
momenti di gioia e dolore.
Abbiamo bisogno dell’altro
che ci aiuta a vedere
e scoprire le cose che da soli
mai raggiungeremo.

Beati quelli che sono capaci
di correre il rischio dell’incontro,
permeandolo di affetto e passioni
che ci fanno sentire più persone
poiché così vivendo
anche gli scontri
saranno mezzi
di un vero incontro.”
(Testo di sr. Soeli Diogo).




Questo romanzo è rivolto, con la più grande speranza e fiducia, a tutte le persone di questa società e soprattutto a quei giovani che si muovono oggi, coi loro passi, senza esserne pienamente consapevoli, verso la scoperta della grande stanza di questo mondo poliedrico e complesso, dalle mille pareti ammaliatrici. Passi che, a dosi esagerate della conquista di una felicità che riempia la stanza del loro cuore, complementare a quella del mondo, lasciano dietro sé molte tracce superficiali che si spazzano via anche con il più debole vento della loro esistenza per poi trascinarli nel giogo del “vuoto”. Che questo romanzo “Un vuoto da decidere” sia loro di aiuto per guardare in faccia, riconoscere, combattere e vincere, con le sole armi dell’amore vero per se stessi e per il mondo, questa strana “malattia” dell’anima che colpisce chi non ha difese e che porta alla conquista di una libertà infedele e subdola.

Se la metto in pratica mi fa vivere tutta un'altra vita, straordinariamente più ricca di quella che avrei ideato fidandomi solo di me.

Solleviamoci, è ora

Noi siamo quelli
che se ne vanno
pieni di vento
e di sole
in deserti
affollati
di illusioni
e non tornano più
abbagliati
da spaccati di vita.

Siamo riflessi
di affetti
profondi.
Pensieri
di fresca rugiada
posata sulla notte
che non conosce
nuvole.

Siamo i sospesi
tra sogno e realtà,
quelli sul sottile confine
tracciato
dai meandri
dei desideri.

Siamo splendide bugie
di una terra
che fatica
ad alzarsi
sui marciapiedi
della vita.

Siamo polvere
di un tempo
inesorabile
che ci riporta
tra le caverne opache
dei ricordi.

Siamo l’urlo
di amici perduti
non ancora tornati,
che raccoglie
sogni lanciati
su nuvole rosa
gonfie di cuore
nel cielo sospeso
della gioventù.

Siamo parole
mai dette
intrappolate
tra i rami
scheggiati
di un inverno
che fatica
nel risveglio.

Siamo vita
che scoppia
nei focolai spenti
accesi dal giorno che nasce
a dispetto di tutto.

Preghiere
Strappate ai silenzi
concessi da un Dio
che non ama
piangersi addosso.

Siamo
l’andata e il ritorno
di noi stessi.

Solleviamoci.
E’ ora.

PAESE MIO

Paese mio
cinto a primavera
di riccioluti gorgheggi
affaccendati
come comari
nel via vai del giorno
ti vai combinando
tra nuvole ariose
all’orizzonte
e sogni fermi
dietro vetri antichi.

Tu non conosci gli anni.

Il tuo grembo
avrà sempre un vecchio
davanti ai tuoi tramonti
aggrappato
ai sapori di campagna
mentre torna stanco
con le zolle in mano
cantando
la fatica della terra.

E non conosci spazi.

Sei tutto lì
che vivi di germogli
seminati
nei cuori della gente
che s’adatta
all’ombra
dell’inverno
mentre fuori
è estate.

Per questo
non ti mancano
i sorrisi
strappati ai vicoli
intrecciati e bui
come strette di mano
nel bisogno
tra calde mura
di camini accesi.


Tra gli alberi d’ulivo
bagnati di sole
che lasciano un’impronta
tra le rughe
dei ricordi

che strada voltando
riporta
inesorabilmente
a te.



mostra di poesie

mostra di poesie
Solleviamoci, è ora

martedì 29 gennaio 2008

IL GRANDE SILENZIO (Die grosse Stille)Un film di Philip Gröning. Genere Religioso, colore 162 minuti. - Produzione Germania 2005.

In un tempo di cinema chiassosamente sonoro, che tutto riempie e trabocca, diventa necessario sperimentare il silenzio. Quello grande e silente "registrato" nel monastero certosino de La Grande Chartreuse, situato sulle montagne vicine a Grenoble. A salire sulle Alpi francesi con la macchina da presa è stato il regista tedesco Philip Gröning, che per diciannove anni ha cullato il desiderio di realizzare un documentario sulla vita dei monaci e sul tempo: quello della preghiera e quello del cinema. Perché quel tempo potesse scorrere sulla pellicola, il regista ha condiviso coi monaci quattro mesi della sua vita: partecipando alle meditazioni, alle messe, alle lodi, ai vespri, alla compieta (l'ultima delle ore canoniche), ritirandosi in una cella in attesa di ripetere nuovamente l'ufficio delle letture. Il suo film, apparentemente immobile e privo di uno sviluppo narrativo, trova invece un suo modo straordinario di procedere inserendo un dialogo muto tra l'uomo e la natura, scandito fuori dal monastero dalle stagioni e dentro le mura, vecchie di quattro secoli, dalla rigorosa liturgia dei monaci. Separati materialmente dal mondo mantengono con esso una solidarietà espressa attraverso un'incessante preghiera. La vita eremitica e contemplativa viene filmata e riproposta allo spettatore nelle sue ricorrenze quotidiane, inalterabili e puntuali, interrotte soltanto da un imprevisto "drammaturgico": l'arrivo di un novizio al convento. L'equilibrio della comunità monastica è ricomposto poco dopo con l'ammissione del giovane uomo nell'ordine, attraverso suggestive cerimonie di iniziazione in lingua latina. La partecipazione dello spettatore alla vita del monastero è affidata unicamente alle immagini, che non si aggrappano quasi mai a un suono, a una voce esplicativa fuori campo, a una musica applicata alla pellicola, a una parola, se non a quella di Dio. I salmi e le preghiere, sgranate come un rosario e costantemente ripetute, sono l'unico linguaggio concesso, lo strumento verbale alto per pensare il divino, per comunicare con Lui. Il regista "officia" la sua funzione lasciando libero lo spettatore e la sua percezione di cogliere nel montaggio i commenti impliciti, nel silenzio i suoni compresi. Perché il suo documentario diventi un'autentica esperienza ascetica, Gröning lo costruisce come fosse un mantra, mettendo la grammatica del cinema al servizio del linguaggio dello spirito. Se la comprensione dell'Assoluto passa attraverso la reiterazione della preghiera, il cinema che la fissa dovrà a sua volta replicare il suo linguaggio, quello della ripresa. E allora si ribadisce quell'inquadratura, quel primissimo piano, quel campo medio o lunghissimo, si insiste sulle identiche didascalie di raccordo perché il pubblico stabilizzi la mente e lo sguardo su un'idea. La lunghezza della pellicola, che ha impaurito i più o peggio li ha spazientiti, è al contrario funzionale all'esperienza contemplativa che il regista ha voluto raccontare. La sua visione disciplina la mente inducendola, e non poteva essere altrimenti, a chiarire e a purificare il pensiero. Per una volta non può far male.

domenica 27 gennaio 2008

Le Passioniste

Incontrarsi è una grande avventura

“ Non posso far niente per affrettare
il sorgere del sole
ma mi tengo sveglio di modo che il sole
quando sorgerà
non mi trovi addormentato”


Casa Accoglienza BETHEL TABOR
Comune di Pianopoli

Situata su un pianoro vicino al Santuario di Dipodi, sul territorio del Comune di Pianopoli, sorge la Casa diocesana delle Passioniste, fornita di 21 stanze con servizi interni, un salone, un refettorio e una cappella. E’ stata ideata da Don Armando Augello, sacerdote della parrocchia del Redentore e donata poi alla Diocesi di Lamezia allora retta dal Vescovo Monsignor Vincenzo Rimedio, oggi da Luigi Cantafora. Alle soglie del terzo millennio l’Europa sta vivendo delle esperienze contrastanti e contraddittorie. Reduce da due sanguinose guerre mondiali che all’inizio e verso la metà del secolo hanno devastato famiglie, città nazioni, il vecchio continente sembra non aver trovato ancora un suo equilibrio. E’ vero che abbiamo assistito alla caduta del muro di Berlino, alla nascita di nuove democrazie, ad un’inattesa apertura fra est ed ovest, alla lenta costruzione della comunità europea. Purtroppo è anche vero che nel suo seno convivono segni di morte e di distruzione: guerre fratricide, emigrazioni di massa, separazione marcata tra oriente e occidente, idee nazionaliste, la realtà di una gioventù indifferente e priva di valori.
-Chi sono le suore Passioniste?
Risponde Suor Elvira Rodofili, Superiora della Comunità, nella casa dal giugno del 2002 con le sue consorelle che hanno iniziato il loro apostolato qui con l’aiuto della loro Congregazione che, nei momenti di estremo bisogno, ha provveduto alle loro necessità quando ancora la Casa non era che all’inizio della suo operato.
“Noi suore Passioniste siamo una Congregazione di vita apostolica di diritto Pontificio, nate a Firenze nel 1815 grazie a Maria Maddalena Frescobaldi Capponi, una giovane e nobil donna che nonostante i suoi impegni sociali non disdegnò donarsi agli ultimi, specie alle donne traviate. Il Carisma l’aveva attinto da S. Paolo della Croce. La Congregazione delle passioniste di S. Paolo della Croce è nata in Europa in un periodo di lotte e di conquiste, quando le grandi potenze dominavano le nazioni più deboli favorendo l’ignoranza, la dipendenza, lo sfruttamento soprattutto di donne e bambini. Maria Frescobaldi le riscatta togliendole dalla strada.”
- Qual è il vostro Carisma?-
“Ci impegniamo a vivere oggi con voti di povertà castità e obbedienza, testimoniando la Passione del Signore e dei dolori della Vergine Maria, con il nostro stile di vita, rispondendo al meglio quanto ci è richiesto dalla Diocesi di Lamezia, accogliendo quanti vogliono ritirarsi in questa Casa per incontri di preghiera e di spiritualità per la ricostruzione della persona.”
-Cosa si intende per ricostruzione e recupero della persona?
“Ricostruire la persona è far prendere consapevolezza che l’amore di Dio è infinito nonostante i peccati commessi. Gesù sulla Croce non giudica ma perdona. Egli vuole spiegare all’uomo cos’è l’uomo veramente libero quando non è schiavo delle sue passioni. Gesù che con le sue stesse ferite dalla Croce risana le sue ferite.
-Come attuate in questa Casa il vostro Carisma?-
“Non essendo di clausura il nostro Carisma ci porta alla formazione dei pellegrini facendo missione dentro e fuori la Casa, nelle famiglie, visitando gli anziani, con la catechesi ed accogliendo gruppi di laici provenienti dalle parrocchie di tutta la Diocesi ma anche da zone più lontane. Arrivano variegati movimenti ecclesiali per trascorrere la loro domenica qui per rilassarsi nella meditazione e nella preghiera, lontani dal frastuono della città, per ritrovare se stessi con Dio. Con le offerte lasciate dai gruppi mandiamo avanti la Casa e ringraziamo il Signore perché appena ci vengono a mancare i soldi Lui ci manda un gruppo, come la manna del deserto, e provvede in quel momento al nostro sostentamento. I gruppi hanno un sacerdote-guida con un programma di adorazione, preghiera e formazione. Anche quando arrivano piccoli gruppi di giovani senza il prete noi suore facciamo apostolato affrontando con loro temi attuali di loro interesse.” In queste vicende terrene, dunque, la passionista, impegnata sulle strade d’Europa, cerca nuove forme di solidarietà che umanizzano chi dona e chi riceve. Con il suo essere memoria viva dell’amore di Dio ogni passionista, per le vie d’Europa, tesse incontri segnati dalla misericordia per ridestare la speranza, sensibilizzare alla solidarietà verso i più deboli e indicare nuovi cammini che hanno in Cristo la sorgente e il fine. Tutto ciò si realizza in attività concrete, come scuole, case-famiglia centri pastorali e parrocchiali, case di riposo per anziani nell’incontro personale che va al di là della struttura e cerca di raggiungere la persona nel cuore dei suoi problemi. La passionista avvicina i piccoli per offrire loro protezione, aiuto sostegno e, dove non c’è, una famiglia che li accolga come persone amate; avvicina adolescenti e giovani per offrire sicurezza, per orientare e lenire ferite; incontra giovani donne intristite dallo sfruttamento per ridare speranza; aiuta le famiglie a rispondere con pienezza alla loro vocazione cristiana, si curva sulla solitudine di anziani che una visione riduttiva della vita mette al margine perché inutili. Si mette dalla parte della vita per dire ancora una volta all’Europa che la sua identità è incomprensibile senza Cristo e che solo in Lui può ritrovare quelle radici comuni dalla quali è maturata la sua civiltà, la sua cultura, il suo dinamismo, la sua intraprendenza, la sua capacità di espansione costruttiva anche negli altri contenenti.
- Come fate a gestire la vostra missione dentro e fuori?-
“Gestire la Casa da sole e fare apostolato comporta un grande sacrificio, avremmo bisogno di tanti volontari che ci aiutino nei lavori manuali ma purtroppo non si prodigano in molti dato che qui non c’è gratificazione di carità immediata.”
Le passioniste operano in tutti i continenti, dove regnano scenari di sofferenza e morte senza alcuna protezione dove la cultura della morte tenta di sopraffare in vari modi.

I giorni della merla




Gli ultimi tre giorni di gennaio, ovvero il 29, 30 e 31, secondo la tradizione sono considerati i “giorni della merla “, i più freddi dell'inverno. Se sono freddi, la Primavera sarà bella, se sono caldi la Primavera arriverà tardi. Ma perché sono i giorni più freddi dell’inverno? A prescindere che non tutti gli anni sono o saranno stati i più freddi, che siano tra i più gelidi deve avere un fondo di verità se ne è nata una leggenda, che ha sempre per protagonista un merlo. Secondo una versione più elaborata della leggenda una merla, con uno splendido candido piumaggio, era regolarmente strapazzata da Gennaio, mese freddo e ombroso, che si divertiva ad aspettare che la merla uscisse dal nido in cerca di cibo, per gettare sulla terra freddo e gelo. Stanca delle continue persecuzioni la merla, un anno, decise di fare provviste sufficienti per un mese, e si rinchiuse nella sua tana, al riparo, per tutto il mese di Gennaio, che allora aveva solo 28 giorni. L'ultimo giorno del mese, la merla pensando di aver ingannato il cattivo Gennaio, uscì dal nascondiglio e si mise a cantare per sbeffeggiarlo. Gennaio si risentì talmente tanto che chiese in prestito tre giorni a Febbraio e si scatenò con bufere di neve, vento, gelo, pioggia. La merla si rifugiò alla chetichella in un camino, e lì restò al riparo per tre giorni. Quando la merla uscì, era sì, salva, ma il suo bel piumaggio si era annerito tutto per i fumi e così rimase per sempre. Sull’argomento esiste un’antica leggenda citata anche da Dante Alighieri nel tredicesimo canto del Purgatorio: “Più non ti temo Domine, che uscito son dal verno”. A cosa possono essere paragonati questi tre giorni? Alla ciclicità della vita che ci sottopone inaspettatamente a delle asperità che ci cambiano e che tuttavia sono parte imprescindibile di essa? Al fatto che ognuno di noi abbia delle certezze che possono crollarci da un giorno all’altro? Che non dobbiamo sempre fidarci delle apparenze, perché il lato oscuro delle cose è sempre dietro l’angolo? Ad essere perseveranti e coraggiosi? Che i potenti approfittano dei più deboli? Sostituendo la merla con una donna e il cambio del colore delle piume con una trasformazione sociale della stessa, si può concludere che ben venga un cambiamento se serve ad abbandonare una vecchia condizione di servilismo o privazione. Il cambiamento, la sana ribellione richiede altrettanta forza d’animo, speranza, fede, adeguamento alla diversità. La paura del nuovo ci inchioda ad un sistema ma la repressione, il ricatto morale, il proibizionismo sfociano prima o poi in lotta verso una libertà interiore che non ha limiti, solo quegli stessi della stessa libertà che può decidere quando, come e perché tornare. E per la libertà sono state fatte migliaia di battaglie contro gli arroganti che tuttora imperano in ogni campo sociale cercando di attirare i più “deboli” con il carisma della avidità. Il nome, Febrarius, in latino significa purificare. Macrobio ricorda che Numa lo aveva dedicato al dio Februus e stabilito che durante questo mese si celebrassero riti funebri agli dèi Mani. Nel VII secolo la Chiesa Romana adattò al 2 febbraio una festa che già era celebrata in Oriente fin dal IV secolo, ovvero la presentazione al tempio del Signore. La presentazione del neonato al tempio, e la conseguente purificazione della madre, dovevano avvenire quaranta giorni dopo il parto e, poiché il giorno della nascita era stato fissato, per convenzione, al 25 dicembre, ecco coincidere perfettamente la purificazione della Vergine con la festa pagana di Giunone purificata. Ma è rimasta l’usanza di chiamare questo giorno Candelora, perché vi si benedicono le candele che saranno distribuite ai fedeli. Perché candele benedette in questo giorno particolare e non in altri? Perché durante i festeggiamenti a Giunone Purificata e Giunone Salvatrice i fedeli correvano per la città portando fiaccole accese. E nel VII secolo si svolgeva già a Roma, in occasione della festa cristiana, una processione notturna con ceri accesi. Secondo la tradizione, i ceri benedetti erano conservati in casa dai fedeli e venivano accesi, per placare l’ira divina, durante i violenti temporali, aspettando una persona che non tornava, o che si pensava fosse in grave pericolo, assistendo un moribondo, durante le epidemie o i parti difficili. Ai nostri giorni, febbraio ha perduto la sua connotazione di mese dedicato alla purificazione e ai morti, poiché il mese dei morti è stato spostato a novembre. Quando canta il merlo siamo fuori dell’inverno, ma la storia dei giorni della merla rappresenta un invito a non fidarsi dei primi tepori e corrisponde alle osservazioni sul tempo atmosferico che si fanno alla Candelora. Nel 2003, si è registrata una "Merla" poco superiore alla media (t. media 7.8°C) mentre quelle del 98 e 99 furono le più fredde degli ultimi 33 anni. Nel 2004, c’è stata una "Merla" fredda (Tmedia 5.8 gradi) poichè nei giorni precedenti aria gelida era affluita dall'Est Europeo. Nel 2005 si è registrata la merla più fredda dei 39 anni a causa della discesa di aria polare da NE portata dalla depressione sull'Italia meridionale. Se si pensa che la temperatura media di gennaio 2008 (calcolata sullo stesso periodo di osservazioni) è di 10°C circa, non si può proprio più parlare di giorni della merla. L’effetto serra ha sfatato ogni mito e tradizione. Forse la leggenda della Merla nacque in un’epoca in cui gennaio era molto più freddo di oggi, forse, non disponendo di strumenti e di statistiche la gente, sofferente già per due mesi di freddo, aveva la sensazione che il “cuore” dell’inverno fosse il periodo più freddo. In diverse località d’Italia ci saranno feste di fine gennaio, originariamente campagnole : tutti a cantare in piazza e poi grande cena con specialità tipiche.

venerdì 18 gennaio 2008

“PHILOSOPHY FOR CHILDREN” 1° incontro del corso di formazione sulla P4C dott.ssa Lupia












• PROGETTO INSERITO NEL PIANO DELL'OFFERTA FORMATIVA DELLA SCUOLA DELL'INFANZIA – PRIMARIA- DI PRIMO GRADO DELL’ISTITUTO COMPRENSIVO DI FEROLETO ANTICO PER ANNO SCOLASTICO 2007-2008
Parte già da quest’anno scolastico 2007/2008, nell’Istituto Comprensivo di Feroleto Antico, amministrato dal Dirigente Scolastico Napoleone Ruberto, la sperimentazione del Progetto innovativo di “Filosophy for children”(P4C) peraltro già in uso in varie scuole italiane con grande successo educativo. Il Collegio dei Docenti ha largamente condiviso la filosofia progettuale che sarà estesa alla quasi totalità delle classi/sezioni per tutti gli alunni ed avrà durata pluriennale. I docenti formati, poi, troveranno lo spazio per applicare le strategie educativo/didattiche più coerenti con gli stili di apprendimento degli alunni. “Il curricolo è di grande valenza educativa e democratica per la persona che lo esperisce perché cambia il suo modo di interagire, ha un valore trasformativo ed emancipativo e permette di gestire la riflessività. Esperienza e riflessione devono essere congiunte perché insieme danno luogo a quel percorso di mediazione intellettuale umana relazionale da cui nasce il confronto che porta ad esercitare diverse capacità : di lettura, analisi e giudizio inteso non come pregiudizio ma come giudizio tale da individuare false argomentazioni, false credenze per emendare se stessi. Philosophy for children è la piattaforma che fa da matrice agli altri percorsi su cui si innestano tutti gli altri percorsi specifici di apprendimento perché inevitabilmente è generativo di processi emancipativi dal punto di vista relazionale e cognitivo mettendo in campo la meta cognizione e la creatività. Il curricolo non si prefigge l’insegnamento delle discipline ma pone come obiettivo dichiarante l’apprendere a filosofare per attivare il pensiero logico- dialogico- filosofico con gli altri, partendo da cose anche le più banali. la mente come uno che ragiona da filosofo, e non come visione cimiteriale della filosofia come dice Bencivenga. Noi ragioniamo per dicotomie e contrapposizioni, non siamo mai riusciti a trovare una sintesi dell’opposizione. Lipman studia il pensiero complesso che è multilogico e pluridimensionale, unendo ciò che è separato. Conoscendo noi stessi e le magagne che ci caratterizzano andremo ad intervenire su noi stessi per migliorare; lavorando con il rispetto delle idee di tutti, impareremo a dialogare (logos più logos che s’incontrano). Tutto ciò che è eterogeneo benché problematico, è fonte di ricchezza. Modi di sentire diversi rispettabilissimi se e finchè sanno dare ragione di sé. La Comunità di ricerca o CdR, col suo domandare, porta alla metafisica che dà forza alla mente affinchè non siamo i burattini di chi ci comanda ma ognuno col suo progetto di vita. I bambini interrogano il mondo molto precocemente, ed è qui il punto di partenza della pratica filosofica. Il metodo della filosofia con i bambini prende le mosse da questo interrogare per iniziare con loro questo percorso. Si tratta, quindi, di non scansare queste domande. La filosofia è intesa qui come questione, e non come sapere, che accompagna la meraviglia e lo stupore di fronte al mondo. Un corso di filosofia con i bambini non sarà un luogo nel quale si espone la teoria platonica ma un luogo dove li si impegna a porre le loro domande, a svilupparle ed a riferirle al mondo risvegliando in noi l'assurdo che noi temiamo di trasmettergli. L’affermazione dell’ego e il noi si fondono, l’Io non si nega ma si lega in un punto di vista co-costruito. Il 15 novembre scorso anche l’UNESCO ha proclamato “Il Philosophy day” dando ampio spazio alla P4C. La filosofia è un dispositivo per muoversi nel mondo, uno strumento di vita quindi dell’educazione che abbraccia la dimensione:esistenziale, meta- disciplinare, meta- cognitiva, etica ed estetica, dialettica, dialogica e argomentativa” E’ quanto ha esposto, nel primo incontro, La Dottoressa Maria Rosaria Lupia, Dirigente dell’Istituto Comprensivo di Diamante, specializzata nel Curricolo P4C e formatrice a livello nazionale, alla quale è stata affidata la formazione del gruppo dei docenti interessati, con la collaborazione dell’insegnante Maria Rosaria Cava. Il corso Philosophy for Children, che si concluderà a metà gennaio, è una delle più significative esperienze pedagogiche contemporanee iniziata negli anni ‘70 da Matthew Lipman, fondatore dell'Institute for the Advancement of Philosophy for Children, Montclair State University, U.S.A., ed ha avuto ampia diffusione dapprima negli Stati Uniti e successivamente in tutto il mondo con l'istituzione di numerosi centri di studio e sperimentazione del programma. Le dinamiche che sottendono la realizzazione del progetto non escludono la partecipazione delle famiglie sia in fase progettuale che in fase attuativa. L’Istituto Comprensivo di Feroleto ritiene indispensabile, dopo un’attenta valutazione, che il Piano dell’Offerta Formativa vada integrato con un percorso educativo curriculare trasversale fatto di attività che consentano al bambino una più responsabile integrazione sociale. Il dissolversi dei valori tradizionali, unitamente all’imporsi dei nuovi saperi, i cambiamenti e le complessità culturali, riscontrabili anche nel nostro territorio, la scarsa convergenza tra i modelli proposti dall’Istituzione e i modelli assimilati dagli alunni attraverso i mass-media, richiedono cittadini più competenti, flessibili, autonomi, collaborativi e tolleranti. Ciò ha determinato la necessità di proporre esperienze volte non solo all’istruzione della persona, ma anche alla sua formazione educativa che non si esaurisca nel solo periodo scolastico. Le finalità del progetto sono protese a sopperire alla carenza comunicativa tra scuola, famiglia, tra famiglia e figli, a ridurre i fenomeni di bullismo, alla prevenzione dell’uso di droghe ed alcool, all’inserimento sociale, quindi a formare cittadini capaci di giudizio critico e di scelta responsabile, “Hume dice che il bambino è libero da pregiudizi, forse è addirittura il più grande filosofo perché fa l’azione: domanda. E, domandando, rompe la crosta dell’ovvio. Del bambino, soggetto filosofico, l’adulto deve saper stare in ascolto e capire che cosa egli ci dice. Una Scuola ad alto contenuto educativo, è attenta a formare un bambino sicuro e forte nell'affrontare la vita piuttosto che un “bambino-campione”. Con la filosofia si cancella quella pratica del dibattito-scontro dove ognuno ha bisogno di avere ragione, di portare l'altro sul proprio terreno al fine di una vittoria senza profondità. E' una educazione alla democrazia e per la democrazia.
Articolo pubblicato sul quindicinale "Illametino"




mercoledì 16 gennaio 2008

La CdR ( Comunità di ricerca)2° incontro del corso di formazione della P4C diretto e curato dalla dott.ssa Maria Rosaria Lupia:

“La prima cosa da fare quando noi vogliamo realizzare una sessione laboratoriale della P4C dobbiamo organizzare lo spazio che deve essere educativo e relazionale. In che cosa si configura? Intanto nell’attenzione per la prossemica: il linguaggio silenzioso o dimensione nascosta. Lo spazio non deve essere solo fisico ma psicologico: nel momento in cui ci troviamo davanti a un superiore già quello è uno spazio differente da quello che può essere con un amico o un collega. La prossemica è una disciplina semiologica ( studio del significato e dell’uso dello spazio da parte dell’uomo) nel momento in cui io mi relaziono e interagisco con tanti mondi che dovranno interagire a loro volta con me e basta che un mondo sia diverso può sconvolgere l’assetto del gruppo. Nella CdR lo spazio è informale per abolire le asimmetrie tra le persone del gruppo ( relazione paritetica) anche il facilitatore cioè il Socrate, che ha una marcia in più, non deve far pesare il suo ruolo. Le domande dovranno essere aperte e non tendenziose, non oppositive cioè deve far dire all’altro. Il setting è circolare con un’equidistanza fisica ed è necessario guardarsi negli occhi per dialogare. L’interazione è paritaria. All’interno del cerchio si apre un pluridiscorso in cui la mia idea iniziale non mi appartiene più, la soggettività si distacca dall’individualismo per perseguire una intersoggettività in cui si va a costruire il logos ( insieme di voci che vanno verso una certa direzione aperta) senza verità categorica o dogmatica. Il facilitatore o teacher è il modello che:
- Usa un registro confidenziale, alla pari;
- Ha fiducia;
- Riconosce e valorizza ogni membro del gruppo,
- Chiede la parola e aspetta il silenzio prima di parlare;
- Non si atteggia ad insegnante;
- Segue il modello “quasi” socratico ( Io so di non sapere) nel senso che sapere di non sapere è già una forma di sapere mentre il facilitatore pur avendo ha la sua verità non la dice e non lascia la sensazione che potrebbe essere un po’ diversa da quella che lui ritiene però è maieutica perché tira fuori dall’altro quello che vuole sentirsi dire, ma non ha una verità dentro che deve per forza arrivare là e, senza influenzare l’altro realizza il logos- multi logico;
- Sollecita, orienta in modo direzionale e non direttivo il dialogo;
- Ha funzione regolativa ed epistemica cioè si fa garante dell’approfondimento il quale si può indebolire in orizzontale e perdersi nei dettagli per scendere in profondità;
- Il suo è un non esserci per far essere gli altri ; non invade e, tanto più non si sente, tanto più c’è se al momento giusto dice la cosa giusta;
- Fa interventi ponderati ed equilibrati;
- È un modello di correttezza, di coerenza logica e relazionale;
- Fa una ricognizione delle domande.
- Individua il tema problema e formula un piano di discussione sull’Agenda
La ricerca dialogica realizza la solidarietà del gruppo e le difficoltà si dileguano; L’importante è che all’inizio la Comunità deve prevalere sulla ricerca. Infine si effettua una valutazione al fine di monitorare il processo formativo, pervenire alle delle sintesi, sviluppare capacità di pensare, attivare processi di ricerca cognitivi e meta cognitivi:
- Ascolto
- Partecipazione
- Profondità del dialogo
- Il clima relazionale
- L’azione del facilitatore. “

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domenica 6 gennaio 2008

La Befana


Oggi la Befana si è motorizzata, ha reso il suo viaggio nei secoli più celere, adattandosi ai tempi. Giunge a destinazione su treni, camion e macchine moderne. Ricevere regali dalla Befana è come scavare e trovare nella coscienza le ragioni del nostro comportamento. Questa simpatica vecchina, che ci mette davanti allo specchio dell’anima per un profondo esame di coscienza, ci induce con clemenza a migliorare nei confronti di noi stessi e del mondo. Davanti a lei ci carichiamo di buoni propositi, fioretti e decisioni di 'cambiare vita'. Dunque lo scopo principale implicito della manifestazione non è solo quello di riproporre l’aspetto puramente folcloristico e tradizionale di questo personaggio dell’immaginario infantile, e per una volta far sognare e divertire grandi e piccini, ma la riscoperta, soprattutto, dell’aspetto pedagogico legato alla Befana. Ma che cosa ha a che vedere l'Epifania con la Befana? La risposta è molto semplice: Befana non è altro che la forma dialettale di Epifania (o Befanìa) termine che deriva dal greco "epì phanein", che appare dall'alto, come la stella cometa che appare ai Re Magi e li guida fino alla stalla dove nasce Gesù; è nell'immaginario collettivo un mitico personaggio con l'aspetto da vecchia che porta doni ai bambini buoni. Nella Befana si fondono tutti gli elementi della vecchia tradizione: la generosità della dea Strenia e lo spirito delle feste dell'antica Roma; i concetti di fertilità e fecondità della mite Diana; il truce aspetto esteriore avuto in eredità da certe streghe da tregenda; una punta di crudeltà ereditata da Frau Berchta.. Il "fenomeno Befana" è diffuso un po' dovunque in Italia e non è possibile stabilire con precisione dove sia nato di preciso, né quale città o regione abbia dato i natali alla Befana; la sua origine si perde nella notte dei tempi. Certo è che nei secoli che vanno dal XIII al XVI la Befana non è ancora una persona, è solamente una delle feste più importanti e gioiose dell'anno: canti, suoni, balli, fuochi artificiali, cortei, giostre, una baldoria che coinvolge tutte le classi sociali. Il personaggio discende da tradizioni magiche precristiane e, nella cultura popolare, si fonde con elementi folcloristici e cristiani: la Befana porta i doni in ricordo di quelli offerti a Gesù Bambino dai Magi. Secondo il racconto popolare, i Re Magi, diretti a Betlemme per portare i doni a Gesù Bambino, non riuscendo a trovare la strada, chiesero informazioni ad una vecchia. Malgrado le loro insistenze, affinché li seguisse per far visita al piccolo, la donna non uscì di casa per accompagnarli. In seguito, pentitasi di non essere andata con loro, dopo aver preparato un cesto di dolci, uscì di casa e si mise a cercarli, senza riuscirci. Così si fermò ad ogni casa che trovava lungo il cammino, donando dolciumi ai bambini che incontrava, nella speranza che uno di essi fosse il piccolo Gesù.Da allora girerebbe per il mondo, facendo regali a tutti i bambini, per farsi perdonare. Una certa tradizione vuole la Befana nera, perché si rifà al racconto dei magi dall'oriente, di cui uno era nero di carnagione...ma, secondo altri, la Befana ha solo il viso nero, perchè in fin dei conti è pur sempre una strega, e come tale è brutta, vecchia, deforme, magra, ripugnante e ridicola al tempo stesso. I capelli, bianchi, arruffati e stopposi incoronano un viso coperto da fuliggine, visto che entra in casa dalla cappa del camino. Gli occhi sono rossi come la brace, il naso è grosso e adunco, un po' come quello del nostro Dante; la bocca è grandissima e sdentata. Indossa abiti poveri, da contadina, prediligendo quasi sempre il colore nero: una rozza sottana, un corpetto ricamato, e uno scialletto sulle spalle. Porta un ampio fazzoletto in testa, annodato sotto il mento, ma la si può anche vedere con un cappello, di strana foggia, spesso a punta, come quello di certe fate o di certe streghe. I piedi sono grossi e nodosi, calzati quasi sempre da scarpe grossolane e sempre rotte, anche se di buon cuore, e come tutte le streghe che si rispettino anche lei deve avere qualcosa di nero...con il suo sacco entra in casa... attraverso la cappa del camino, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, a cavalcioni di una scopa. Il camino è la sede del fuoco, il punto più vivo della casa, è il focolare che rappresenta il fulcro della domesticità, e in alcune credenze popolari, soprattutto nel meridione, è visto anche come l'apertura al trascendente. L'aspetto da vecchia sarebbe da mettere in relazione con l'anno trascorso, ormai pronto per essere bruciato per "rinascere" come anno nuovo. Questo di gennaio è un periodo molto delicato e critico per il calendario popolare, è il periodo che viene subito dopo la seminagione; è un periodo, quindi, pieno di speranze e di aspettative per il raccolto futuro, da cui dipende la sopravvivenza nel nuovo anno. In molti paesi europei infatti esisteva la tradizione di bruciare fantocci, con indosso abiti logori, all'inizio dell'anno. In quest'ottica l'uso dei doni assumerebbe un valore propiziatorio per l'anno nuovo. Si rifà al suo aspetto la filastrocca che viene recitata in suo onore: “La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte…”L’arcinota filastrocca oggi è diventata realtà: le scarpe della Befana sono rotte davvero, e di soldi per comprarne di nuove proprio non ne ha. Del resto, con i prezzi che ci sono in giro, come darle torto? Un solo stipendio non basta più e forse nemmeno due proprio per riempire il carrello della spesa con pane e pasta, pagare le bollette o fare il pieno dell’auto, pagare le tasse e mantenere i figli a scuola. Molte famiglie arrivano a malapena alla fine del mese. La Befana quest’anno avrà a che fare più che mai per tirare su di morale una situazione di disagio molto concreta, con pensionati, single e famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese. La Befana non porta solo doni, porta anche...carbone che con il suo colore nero, simboleggia sia un po' il peccato, e più carbone il bambino trova nella sua calza e più significa che è stato cattivo durante l'anno! Ma è anche un modo per togliersi d’impaccio nei periodi di magra. Dopo i grandi splendori dei secoli passati, la Befana subisce un declino sempre più evidente a partire dal '900, dovuto in parte al "progresso", alla trasformazione della società da agricola in industriale, all'arrivo di Babbo Natale dall'America... Un rilancio lo si trova negli anni Venti, grazie a Benito Mussolini, che vede in questa festa un fenomeno folcloristico tipicamente italiano, da contrappore a tutti gli altri miti natalizi provenienti dall'Inghilterra e dall'America. Si parla di "Befana fascista", ma non è più la Vecchia, che ben conosciamo, è piuttosto un'istituzione, un'opera di assistenza sociale rivolta alla "giovinezza italiana". Con la fine del fascismo, senza più protezione di duci, regine e principesse, la Befana cade in un nuovo oblio. Nel 1977, in un clima di austerità, e nel tentativo di limitare i cosiddetti "ponti festivi", il governo Andreotti emanerà una legge che elimina l'Epifania dal calendario civile e religioso. Ci vorranno ben 9 anni di protesta, di dibattiti, di discussioni, per far ritornare la Vecchia a nuova gloria: con decreto del dicembre 1985 il Consiglio dei Ministri reintroduce la festa dell'Epifania e la Befana può così ritornare a volare trionfante sulla sua scopa nei cieli d'Italia! Se non avessimo queste feste dovremmo inventarle, perché rappresentano per noi una vera e propria necessità dal punto di vista psicologico. L’attesa, la festa e il dopo-festa sono realtà profondamente ritualizzate. Il tema dominante delle feste, è la gioia, un antidoto a un anno di duro lavoro: tutti ci attendiamo di socializzare, di riunirci con altre persone in un rituale celebratorio”. Rispondono, dunque, al bisogno di praticare rituali in gruppo e condividere significati ed emozioni.

giovedì 3 gennaio 2008

“Stare al mondo ” Salvatore Natoli


Per Salvatore Natoli "stare al mondo" evoca al tempo stesso un’identità spaziale, il posto che occupiamo nell’esistenza, e un’identità etica, il nostro orizzonte valoriale di riferimento; l’autore auspica il raggiungimento di un equilibrio fondato sul governo di sé, compreso fra dimensione soggettiva e dimensione collettiva: la cultura di sé, il governo di sé, ovvero un rapporto intenso, privilegiato con se stessi. Il tema della cura ha radici lontane ma si declina in modo diverso a seconda delle epoche. Esiste, tuttavia un denominatore comune riassumibile nella capacità di dare forma, governo, canalizzazione. Natoli afferma in un breve scritto intitolato Fenomenologia e cura di sé: “ L’uomo costruisce se stesso al modo in cui agisce. Questo di per sé non significa che egli si costruisce così come vuole. In ogni caso è attraverso le sue azioni che egli tesse se stesso: contrae un abito e perciò stesso si vincola. Questo e non altro è l’etica: buone abitudini. L’acquisizione di una condotta che permette agli uomini di decidere tra il bene e il male.” Ogni azione anche la più apparentemente spensierata ci vincola: impossibile sciogliersi da ogni vincolo. A questo proposito Nietzsche scriveva: “ Ogni azione continua a creare noi stessi, ogni azione tesse il nostro abito multicolore. Ogni azione è libera ma l’abito è necessario. La nostra esperienza di vita questo è il nostro abito.” Per ogni individuo è impossibile vivere senza darsi una forma, uno stile, una condotta. Chi non si mostra capace di raggiungere un equilibrio, di governare se stesso corre il grave rischio di subire il volere degli altri. “ Se siete troppo deboli per dare delle leggi a voi stessi accettate che un tiranno vi imponga il giogo e dica: obbedite, digrignate i denti, ma obbedite. In questo modo tutto il bene e il male annegheranno nell’obbedienza a quel tiranno.” Pertanto per comportamento equilibrato possiamo intendere un comportamento che tenga in giusto conto le nostre passioni, ma sappia governarle, convogliarne l’energia. L’uomo per realizzarsi pienamente deve saper vincere una parte di sé, deve sacrificare una parte della sua potenza nel nome della capacità di darsi forma ed equilibrio. Preferibile valorizzare la parte vittoriosa di noi piuttosto che indugiare su quella limitata, siamo al tempo stesso vittoriosi in quanto definiti, e sconfitti, non più onnipotenti, non più espansi in modo dispersivo. Spetta a noi decidere fra l’essere soggetti del nostro agire, ricco di limiti, o semplici autori d’azioni tendenti all’illimitato, ma senza autogoverno. Spetta a noi scegliere se ritenerci vittoriosi o sconfitti.

Da Pratica filosofica e professionalità riflessiva di A. Cosentino

Che pesce sei?

Un'insegnante spiegando alla classe che in spagnolo, contrariamente all'inglese, i nomi possono essere sia maschili che femminili. "Uno studente chiese: "Di che genere è la parola computer?" Anziché rispondere, l'insegnante divide la classe in due gruppi, maschi e femmine, e gli chiese di decidere tra loro se computer dovesse essere maschile o femminile.A ciascun gruppo chiese inoltre di motivare la scelta con 4 ragioni.Il gruppo degli uomini decise che "computer" dovesse essere decisamente femminile"la computadora"perchè:1.Nessuno tranne il loro creatore capisce la loro logicainterna.2.Il linguaggio che usano per comunicare tra computer èincomprensibile.3.Anche il più piccolo errore viene archiviato nella memoria a lungotermine per possibili recuperi futuri.4.Non appena decidi di comprarne uno, ti ritrovi a spendere metà del tuo salario in accessori.Il gruppo delle donne,invece, concluse che i computer dovessero essere maschili (el computador)perchè:1.Per farci qualunque cosa, bisogna accenderli.2.Hanno un sacco di dati ma non riescono a pensare da soli.3.Si suppone che ti debbano aiutare a risolvere i problemi, ma perla metà delle volte,il problema sono LORO;4.Non appena ne compri uno, ti rendi conto che se avessi aspettatoqualche tempo,avresti potuto avere un modello migliore.Le donne vinsero.