Se la metto in pratica mi fa vivere tutta un'altra vita, straordinariamente più ricca di quella che avrei ideato fidandomi solo di me.
Solleviamoci, è ora
Noi siamo quelli
che se ne vanno
pieni di vento
e di sole
in deserti
affollati
di illusioni
e non tornano più
abbagliati
da spaccati di vita.
Siamo riflessi
di affetti
profondi.
Pensieri
di fresca rugiada
posata sulla notte
che non conosce
nuvole.
Siamo i sospesi
tra sogno e realtà,
quelli sul sottile confine
tracciato
dai meandri
dei desideri.
Siamo splendide bugie
di una terra
che fatica
ad alzarsi
sui marciapiedi
della vita.
Siamo polvere
di un tempo
inesorabile
che ci riporta
tra le caverne opache
dei ricordi.
Siamo l’urlo
di amici perduti
non ancora tornati,
che raccoglie
sogni lanciati
su nuvole rosa
gonfie di cuore
nel cielo sospeso
della gioventù.
Siamo parole
mai dette
intrappolate
tra i rami
scheggiati
di un inverno
che fatica
nel risveglio.
Siamo vita
che scoppia
nei focolai spenti
accesi dal giorno che nasce
a dispetto di tutto.
Preghiere
Strappate ai silenzi
concessi da un Dio
che non ama
piangersi addosso.
Siamo
l’andata e il ritorno
di noi stessi.
Solleviamoci.
E’ ora.
PAESE MIO
Paese mio
cinto a primavera
di riccioluti gorgheggi
affaccendati
come comari
nel via vai del giorno
ti vai combinando
tra nuvole ariose
all’orizzonte
e sogni fermi
dietro vetri antichi.
Tu non conosci gli anni.
Il tuo grembo
avrà sempre un vecchio
davanti ai tuoi tramonti
aggrappato
ai sapori di campagna
mentre torna stanco
con le zolle in mano
cantando
la fatica della terra.
E non conosci spazi.
Sei tutto lì
che vivi di germogli
seminati
nei cuori della gente
che s’adatta
all’ombra
dell’inverno
mentre fuori
è estate.
Per questo
non ti mancano
i sorrisi
strappati ai vicoli
intrecciati e bui
come strette di mano
nel bisogno
tra calde mura
di camini accesi.
Tra gli alberi d’ulivo
bagnati di sole
che lasciano un’impronta
tra le rughe
dei ricordi
che strada voltando
riporta
inesorabilmente
a te.
mostra di poesie
Solleviamoci, è ora
sabato 5 aprile 2008
What a wonderful word -Amstrong
Vedo alberi verdi e anche rose rosse le vedo sbocciare per me e per te e penso dentro di me: che mondo meraviglioso.Vedo cieli azzurri e nuvole bianche, giorni di luce benedetta e notti di sacro buio e penso dentro di me: che mondo meraviglioso.I colori dell'arcobaleno così belli nel cielo sono anche sui volti della gente che passa,vedo amici darsi la mano e dirsi come stai ma in realtà vogliono dirsi: ti voglio bene.vedo bambini piangere e diventare grandi ,conosceranno più cose di quante potrò mai conoscere io e penso dentro di me: che mondo meraviglioso,sì, penso dentro di me: è proprio un mondo meraviglioso.
settembre 2005
Imagine Lennon
Immagina non ci sia il Paradiso ,prova, è facileNessun inferno sotto i piedi,Sopra di noi solo il Cielo. Immagina che la gente viva al presente... Immagina non ci siano paesi,non è difficile.Niente per cui uccidere e morire e nessuna religione.Immagina che tutti vivano la loro vita in pace...Puoi dire che sono un sognatore ma non sono il solo Spero che ti unirai anche tu un giorno e che il mondo diventi uno.Immagina un mondo senza possessi,mi chiedo se ci riesci senza necessità di avidità o fame La fratellanza tra gli uomini Immagina tutta le gente condividere il mondo intero...
Puoi dire che sono un sognatore ma non sono il solo Spero che ti unirai anche tu un giorno
giovedì 3 aprile 2008
mercoledì 2 aprile 2008
LA "FILOSOFIA CRISTIANA"di Prof. D. Mauro Mantovani
In prospettiva cristiana, oggetto di fede il Dio Uni-Trino, creatore, provvidente, trascendente, personale (queste quattro caratteristiche escludono ogni prospettiva immanentistica, dualista, panteista, o deista) che si è rivelato prima indirettamente e poi direttamente in Cristo: questa è una fede trascendente che diventa metro per valutare ed eventualmente confutare altre “fedi” o concezioni del mondo e della vita, tenendo conto, come scrive FR, che “la verità che ci proviene dalla Rivelazione è, nello stesso tempo, una verità che va compresa alla luce della ragione”:
“ il rapporto tra la verità rivelata e la filosofia […] impone una duplice considerazione, in quanto la verità che ci proviene dalla Rivelazione è, nello stesso tempo, una verità che va compresa alla luce della ragione. Solo in questa duplice accezione, infatti, è possibile precisare la giusta relazione della verità rivelata con il sapere filosofico” (FR, n. 35).
Come si pone la filosofia di fronte alla Rivelazione (FR, 75-77)?
La differenza tra una filosofia “autonoma” e una filosofia “separata” (FR, n. 75)
“Si possono distinguere diversi stati della filosofia rispetto alla fede cristiana. Un primo è quello della filosofia totalmente indipendente dalla Rivelazione evangelica: è lo stato della filosofia quale si è storicamente concretizzata nelle epoche che hanno preceduto la nascita del Redentore e, dopo di essa, nelle regioni non ancora raggiunte dal Vangelo. In questa situazione, la filosofia manifesta la legittima aspirazione ad essere un’impresa autonoma, che procede cioè secondo le leggi sue proprie, avvalendosi delle sole forze della ragione. Pur nella consapevolezza dei gravi limiti dovuti alla congenita debolezza dell’umana ragione, questa aspirazione va sostenuta e rafforzata. L’impegno filosofico, infatti, quale ricerca della verità nell’ambito naturale, rimane almeno implicitamente aperto al soprannaturale.
Di più: anche quando è lo stesso discorso teologico ad avvalersi di concetti e argomenti filosofici, l’esigenza di corretta autonomia del pensiero va rispettata. L’argomentazione sviluppata secondo rigorosi criteri razionali, infatti, è garanzia del raggiungimento di risultati universalmente validi. Si verifica anche qui il principio secondo cui la grazia non distrugge, ma perfeziona la natura: l’assenso di fede, che impegna l’intelletto e la volontà, non distrugge ma perfeziona il libero arbitrio di ogni credente che accoglie in sé il dato rivelato.
Da questa corretta istanza si allontana in modo netto la teoria della cosiddetta filosofia «separata», perseguita da parecchi filosofi moderni. Più che l’affermazione della giusta autonomia del filosofare, essa costituisce la rivendicazione di una autosufficienza del pensiero che si rivela chiaramente illegittima: rifiutare gli apporti di verità derivanti dalla rivelazione divina significa infatti precludersi l’accesso a una più profonda conoscenza della verità, a danno della stessa filosofia” (FR, n. 75).
La filosofia cristiana e i suoi due aspetti: soggettivo e oggettivo (FR, n. 76)
“Un secondo stato della filosofia è quello che molti designano con l’espressione filosofia cristiana. La denominazione è di per sé legittima, ma non deve essere equivocata: non si intende con essa alludere ad una filosofia ufficiale della Chiesa, giacché la fede non è come tale una filosofia. Con questo appellativo si vuole piuttosto indicare un filosofare cristiano, una speculazione filosofica concepita in unione vitale con la fede. Non ci si riferisce quindi semplicemente ad una filosofia elaborata da filosofi cristiani, i quali nella loro ricerca non hanno voluto contraddire la fede. Parlando di filosofia cristiana si intendono abbracciare tutti quegli importanti sviluppi del pensiero filosofico che non si sarebbero realizzati senza l’apporto, diretto o indiretto, della fede cristiana.
Due sono, pertanto, gli aspetti della filosofia cristiana: uno soggettivo, che consiste nella purificazione della ragione da parte della fede. Come virtù teologale, essa libera la ragione dalla presunzione, tipica tentazione a cui i filosofi sono facilmente soggetti. Già san Paolo e i Padri della Chiesa e, più vicino a noi, filosofi come Pascal e Kierkegaard l’hanno stigmatizzata. Con l’umiltà, il filosofo acquista anche il coraggio di affrontare alcune questioni che difficilmente potrebbe risolvere senza prendere in considerazione i dati ricevuti dalla Rivelazione. Si pensi, ad esempio, ai problemi del male e della sofferenza, all’identità personale di Dio e alla domanda sul senso della vita o, più direttamente, alla domanda metafisica radicale: «Perché vi è qualcosa?».
Vi è poi l’aspetto oggettivo, riguardante i contenuti: la Rivelazione propone chiaramente alcune verità che, pur non essendo naturalmente inaccessibili alla ragione, forse non sarebbero mai state da essa scoperte, se fosse stata abbandonata a sé stessa. In questo orizzonte si situano questioni come il concetto di un Dio personale, libero e creatore, che tanto rilievo ha avuto per lo sviluppo del pensiero filosofico e, in particolare, per la filosofia dell’essere. A quest’ambito appartiene pure la realtà del peccato, così com’essa appare alla luce della fede, la quale aiuta a impostare filosoficamente in modo adeguato il problema del male. Anche la concezione della persona come essere spirituale è una peculiare originalità della fede: l’annuncio cristiano della dignità, dell’uguaglianza e della libertà degli uomini ha certamente influito sulla riflessione filosofica che i moderni hanno condotto. Più vicino a noi, si può menzionare la scoperta dell’importanza che ha anche per la filosofia l’evento storico, centro della Rivelazione cristiana. Non a caso, esso è diventato perno di una filosofia della storia, che si presenta come un nuovo capitolo della ricerca umana della verità.
Tra gli elementi oggettivi della filosofia cristiana rientra anche la necessità di esplorare la razionalità di alcune verità espresse dalla Sacra Scrittura, come la possibilità di una vocazione soprannaturale dell’uomo ed anche lo stesso peccato originale. Sono compiti che provocano la ragione a riconoscere che vi è del vero e del razionale ben oltre gli stretti confini entro i quali essa sarebbe portata a rinchiudersi. Queste tematiche allargano di fatto l’ambito del razionale.
Speculando su questi contenuti, i filosofi non sono diventati teologi, in quanto non hanno cercato di comprendere e di illustrare le verità della fede a partire dalla Rivelazione. Hanno continuato a lavorare sul loro proprio terreno e con la propria metodologia puramente razionale, ma allargando la loro indagine a nuovi ambiti del vero. Si può dire che, senza questo influsso stimolante della parola di Dio, buona parte della filosofia moderna e contemporanea non esisterebbe. Il dato conserva tutta la sua rilevanza, pur di fronte alla deludente costatazione dell’abbandono dell’ortodossia cristiana da parte di non pochi pensatori di questi ultimi secoli” (FR, n. 76).
La filosofia come “chiamata in causa dalla stessa teologia” (FR, n. 77)
“Un altro stato significativo della filosofia si ha quando è la stessa teologia a chiamare in causa la filosofia. In realtà, la teologia ha sempre avuto e continua ad avere bisogno dell’apporto filosofico. Essendo opera della ragione critica alla luce della fede, il lavoro teologico presuppone ed esige in tutto il suo indagare una ragione concettualmente e argomentativamente educata e formata. La teologia, inoltre, ha bisogno della filosofia come interlocutrice per verificare l’intelligibilità e la verità universale dei suoi asserti. Non a caso furono filosofie non cristiane ad essere assunte dai Padri della Chiesa e dai teologi medievali a tale funzione esplicativa. Questo fatto storico indica il valore dell’autonomia che la filosofia conserva anche in questo suo terzo stato, ma insieme mostra le trasformazioni necessarie e profonde che essa deve subire.
E proprio nel senso di un apporto indispensabile e nobile che la filosofia fu chiamata fin dall’età patristica ancilla theologiae. Il titolo non fu applicato per indicare una servile sottomissione o un ruolo puramente funzionale della filosofia nei confronti della teologia. Fu utilizzato piuttosto nel senso in cui Aristotele parlava delle scienze esperienziali quali «ancelle» della «filosofia prima». L’espressione, oggi difficilmente utilizzabile in forza dei principi di autonomia a cui si è fatto cenno, è servita nel corso della storia per indicare la necessità del rapporto tra le due scienze e l’impossibilità di una loro separazione.
Se il teologo si rifiutasse di avvalersi della filosofia, rischierebbe di far filosofia a sua insaputa e di rinchiudersi in strutture di pensiero poco adatte all’intelligenza della fede. Il filosofo, da parte sua, se escludesse ogni contatto con la teologia, si sentirebbe in dovere di impadronirsi per conto proprio dei contenuti della fede cristiana, come è avvenuto con alcuni filosofi moderni. In un caso come nell’altro, si profilerebbe il pericolo della distruzione dei principi basilari di autonomia che ogni scienza giustamente vuole garantiti”
CONOSCERE "FILOSOFICAMENTE"
Conoscere filosoficamente significa, in ogni problematica, porsi le domande che vanno agli aspetti più radicali e originari, coltivando le caratteristiche essenziali della criticità e della consapevolezza.
Si caratterizza quindi
- per la libertà dalla schiavitù dell’abitudine, del pregiudizio, della tradizione supinamente accettata (la tradizione in sé e per sé, e anche le abitudini possono aiutarci ad agire speditamente, a non dover ricominciare sempre da capo, ad essere previamente garantiti e orientati nel valutare e nel procedere), dalle affermazioni “dogmatiche” ingiustificate, assolutizzazioni ideologiche, dal puro egoismo;
- per il desiderio incessante di ricercare, esaminare, approfondire, selezionare, sintetizzare, essere logici e consequenziali;
- per la vigile ricerca nel cogliere la reale portata dei problemi, nel maturare l’importanza delle idee e della cultura per “osservare” bene la realtà in cui viviamo, diagnosticarne i mali, indirizzarne il cammino verso un futuro più “a misura d’uomo”.
Nella sua accezione più generale il desiderio di sapienza, la conoscenza filosofica, può intendersi dunque come - ricerca dei fondamenti dell’esperienza, - scoperta di una possibile realtà fondante gli accadimenti, - fondazione della inconfutabilità della conoscibilità del reale, - fondazione dell’agire.
Per questo nella sua definizione più generale la filosofia si pone come scienza che indaga sulle cause prime (dal punto di vista ontologico) e ultime (dal punto di vista gnoseologico) della realtà.
La filosofia potrebbe dunque essere definita, in modo più articolato, come:
- un “andare al di là” - che è al tempo stesso un andare “andare al fondo” - dell’orizzonte del quotidiano…
- che si attua mediante la ricerca razionale della verità…
- … dell’intero, vale a dire dell’ente in quanto ente e di ciò che, per il suo rapporto all’ente, costituisce una totalità…
- … così da consentire all’uomo di comprendere il senso della propria vita e di orientare le proprie scelte pratiche.
Il SIGNIFICATO DEL TERMINE FILO-SOFIA
“Uno dei punti su cui i filosofi non sono mai riusciti a raggiungere un accordo è in cosa consista la filosofia stessa”, scrivono R.H. Popkin e A. Stroll nella loro introduzione alla filosofia (Filosofia per tutti).
Per cogliere il significato della filosofia può risultare utile, anzitutto soffermarci sul significato etimologico del termine, che in qualche modo ci riporta all’assunto originario, alla sua esperienza primigenia. Nella sua etimologia, nel significato del nomen, la filosofia indica, come è noto, l’amore alla sapienza.
Il termine sophia (sapienza) almeno fino a Platone (Repubblica) aveva come significato soprattutto la prudenza, la saggezza pratica, l’arte del buon governo della propria vita e/o della vita pubblica. In Socrate indica la conoscenza fattiva del Bene, in Platone la conoscenza del mondo delle idee, la virtù politica di chi regge lo Stato.
Con la distinzione aristotelica tra virtù etiche e virtù dianoetiche, sophia è diventato via via il termine che connotava la “ragione teoretica”, la “conoscenza delle cose necessarie e immutabili”.
Il termine filìa (amore, da fileo) è una delle tre forme con le quali si indica in greco l’amore (eros - filìa - agape). Filìa denota l’amore di amicizia, segnato da una componente di razionalità, e indicante un bene di cui si gode ma che non si possiede ancora in pienezza, e che dunque è desiderabile.
L’uso del termine philosophia oscillò fin da subito tra due poli estremi: da una parte l’identificazione, nella lingua greca, con la cultura in generale, con il desiderio della cultura in generale (paideia: educazione, formazione); d’altra parte è stato usato con accezione specifica, secondo la tradizione, dai pitagorici (prima nel circolo pitagorico di Fliunte, l’attuale Fliuda); con costoro il termine è inteso come amore di un’unica saggezza che solo al divino compete e si espande nell’uomo come desiderio di contemplazione dello spettacolo del mondo; tale termine fu svolto già fin dall’inizio in una pluralità di interpretazioni.
Pitagora parla di sé come “filosofo” (amante del sapere). Gli dèi sono sapienti, e la saggezza compete solo al divino; i filosofi sono “amanti del sapere”, vivendo del desiderio di contemplare “lo spettacolo del mondo”. La vita “è un grande mercato”: c’è chi ci va per fare affari, altri per divertirsi… i filosofi vanno per osservare “disinteressatamente” quanto accade. Nell’opera di Platone riveste già il valore di ricerca metafisica, ma soprattutto come tensione morale: il filosofo a servizio della città. In Aristotele il termine filosofia indica più direttamente la contemplazione del cosmo, il metodo di ricerca scientifica, come insieme della scienza che si qualifica come filosofia prima e filosofia seconda. Via via, quindi, il termine ha assunto anche un significato più “tecnicamente” definito, indicando una specifica disciplina. Basti pensare alla “filosofia prima” aristotelica (i principi primi, le strutture più generali dell’essere, Dio) o a come lo stesso Eraclito, in vari frammenti, parli della contemplazione dei “principi più alti del reale”.
È assai interessante studiare le variazioni del termine nei filosofi antichi, fino agli stoici, e poi analizzare le considerazioni del termine al momento dell’incontro dell’ellenismo con il mondo prima giudaico e poi cristiano.
Lo stupore originario, inizio del filosofare
Non a caso sull’architrave del tempio di Delfi era scolpito il monito Conosci te stesso: se si è uomini si è anche “conoscitori di se stessi”, proprio perché ciò che costituisce l’oggetto della nostra conoscenza non rimane per noi un qualcosa di esclusivamente accessorio ed esterno, ma diventa anche - almeno in qualche modo - parte della nostra stessa vita. Basta considerare la storia antica per vedere che in ogni popolo e nelle differenti culture si trovano delle domande di fondo che caratterizzano il percorso individuale e collettivo dell’esistenza umana, che trovano espressione nella letteratura, nell’arte, nelle religioni: CHI SONO?, DA DOVE VENGO E DOVE VADO?, PERCHÉ LA PRESENZA DEL MALE?, CHE COSA CI SARA' DOPO QUESTA VITA?
Di questi interrogativi, che hanno la loro comune scaturigine nella domanda di senso che da sempre urge nel cuore dell’uomo e dalla cui risposta (esplicita o implicita) dipende l’orientamento da imprimere all’esistenza, si occupa - nelle modalità che le sono proprie - anche la filosofia.
Da dove nasce: dall’interrogazione radicale sul senso della vita e dell’esistenza; dalla coscienza della finitezza della nostra vita e della nostra destinazione verso la morte; dalla volontà di capire e di trasformare la realtà, ricercando nuove forme di unità e di sintesi nella conoscenza e nuove opportunità di azione sulla realtà; dal dubbio che ci assale, specie rispetto alle risposte “preconfezionate”; dall’esigenza di “dirigere” con saggezza le nostre scelte e il nostro “stare nel mondo”, affinché non sia prigioniero dell’immediato e del mero istintivo; dalla meraviglia, lo stupore, l’inquietudine e la curiosità che proviamo di fronte a tutto ciò che ci circonda e con cui siamo in rapporto.
Proprio i temi dello stupore e della meraviglia (theorein - thaumazein) sono stati i più comunemente messi in rilievo dai filosofi antichi parlando del sorgere della filosofia.
“Leonte, principe di Fliunte, chiese a Pitagora che cosa significasse «filosofo». Pitagora rispose che […] vi sono alcuni che non tengono in alcun conto il resto e studiano amorosamente la natura. Pitagora chiamava costoro «amanti della saggezza», cioè filosofi” (Cicerone, Tusc. Disp. V, 3, 9).
Platone, nel dialogo tra Teeteto e Socrate si richiama questo stupore originario: “[Teeteto] - In verità, o Socrate, io sono straordinariamente meravigliato di quel che siano queste «apparenze»; e talora se mi fisso a guardarle, realmente, ho le vertigini. [Socrate] - Amico mio, non mi pare che Teodoro abbia giudicato male della tua natura. Ed è proprio del filosofo questo che tu provi, di essere pieno di meraviglia: né altro inizio ha il filosofare che questo: e chi disse che Iride fu generata da Tarmante, non sbagliò, mi sembra nella genealogia” (Platone, Teeteto 155d).
“Spinto dal desiderio di scoprire la verità ultima dell’esistenza, l’uomo cerca di acquisire quelle conoscenze universali che gli consentono di comprendersi meglio e di progredire nella realizzazione di sé. Le conoscenze fondamentali scaturiscono dalla meraviglia suscitata in lui dalla contemplazione del creato: l’essere umano è colto dallo stupore nello scoprirsi inserito nel mondo, in relazione con altri suoi simili dei quali condivide il destino. Parte di qui il cammino che lo porterà poi alla scoperta di orizzonti di conoscenza sempre nuovi. Senza meraviglia l’uomo cadrebbe nella ripetitività e, poco alla volta, diventerebbe incapace di un’esistenza veramente personale” (Fides et ratio, n. 4).
sabato 29 marzo 2008
Abbi cura di te...
albero con molte radici e poca chioma la linfa scorre a stento.Radici e chioma devono crescere in egual misura, devi stare nelle cose e starci sopra, solo così potrai offrire ombra e riparo, solo così alla stagione giusta potrai coprirti di fiori e di frutti.E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso, ma siediti e aspetta.Respira con la profondità fiduciosa con cui hai respirato il giorno in cui sei venuta al mondo, senza farti distrarre da nulla, aspetta e aspetta ancora. Stai ferma, in silenzio, e ascolta il tuo cuore.Quando poi ti parla, alzati e va' dove lui ti porta.
lunedì 25 febbraio 2008
Serendipità ovvero:la fortuna delle menti preparate
I semi di una grande scoperta sono costantemente presenti nell'aria che ci circonda, ma essi cadono e fanno radici soltanto nelle menti preparate a riceverli"
Joseph Henryfisico americano
Serendipità è un neologismo cioè una parola di recente ideazione..poco usato nella lingua italiana, proveniente dall'assai più diffuso corrispondente anglosassone serendipity. Tale parola inglese fu coniata nel 1754 dal letterato Horace Walpole, ispirato dalla lettura della fiaba persiana "Tre principi di Serendippo" di Cristoforo Armeno. Il termine "serendipità" deriva dall’isola di Serendippo, antico nome di Sri Lanka, e in particolare dalla novella dei tre principi di Serendippo di Cristoforo Armeno, che ha ispirato il racconto Zadig di Voltaire. Nel racconto i tre protagonisti trovano sul loro cammino una serie di indizi, che li salvano in più di un'occasione. La storia descrive le scoperte dei tre principi come intuizioni dovute sì al caso, ma anche allo spirito acuto e alla loro capacità di osservazione. Serendipità è dunque - filosoficamente - lo scoprire una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un'altra. Ma il termine non indica solo fortuna: per cogliere l'indizio che porterà alla scoperta occorre essere aperti alla ricerca e attenti a riconoscere il valore di esperienze che non corrispondono alle originarie aspettative. "Fu anticamente nelle parti orientali, nel paese di Serendippo, un grande e potente re, nominato Giaffer, il quale ritrovandosi tre figliuoli maschi...". Così inizia a narrare Cristoforo Armeno, introducendo subito i personaggi della storia: tre inseparabili principi, figli di Giaffer, re di Serendippo, educati dai più grandi saggi del tempo, coltissimi e pronti a cogliere ogni sfida intellettuale, privi però di un'esperienza altrettanto importante di vita vissuta: tutti teoria, insomma, e niente pratica. Per provare, oltre alla loro saggezza, anche le loro attitudini pratiche, Giaffer, con uno stratagemma, decide di cacciarli dal regno: "Deliberò, per farli compiutamente perfetti, che andassero a vedere del mondo, per apparare da diversi costumi e maniere di molte nationi con l'esperienza quello che colla lettione de' libri, e disciplina de' precettori s'erano di già fatti padroni". Nasce così, per il volere di un genitore esigente, ed è proprio il caso di dire realista, il viaggio verso l'ignoto dei tre principi, che subitono incocciano nella disavventura che li farà passare alla storia. Mentre i tre sono da poco giunti nel Paese di Beramo, "potente imperadore", si imbattono in un cammelliere, disperato per aver perduto il proprio prezioso animale, unica fonte di guadagno. I tre non l'hanno visto, ma per burlarsi del buon uomo e dilettarsi del proprio intelletto, dicono al poveretto che il suo animale l'hanno incontrato "nel cammino, buon pezzo a dietro". Per assicurare il cammelliere sulle loro indicazioni, gli forniscono tre elementi che convincono il cammelliere della loro buona fede: il cammello perduto è cieco da un occhio, "gli manca uno dente in bocca" ed è zoppo. Il buon uomo, rincuorato dalle buone notizie, ripercorre a ritroso la strada fatta dai tre principi, ma nonostante il lungo cammino non riesce a ritrovare l'animale. Il giorno seguente, ritornato sui suoi passi, incontra di nuovo i tre giovani e si lamenta con loro di averlo ingannato. Per dimostrare di aver detto il vero i tre principi aggiungono altri tre elementi. Sono la prova che hanno veramente visto il cammello, ma sono anche la loro condanna. Dicono: il cammello aveva una soma, carica da un lato di miele e dall'altro di burro, portava una donna, e questa era gravida. Di fronte a questi particolari, il cammelliere dà per certo che i tre abbiano visto il suo animale ma, vista la ricerca inutile del giorno precedente, crede di essere stato gabbato e accusa i tre giovani, vestiti tra l'altro con panni modesti e non certo regali, di avergli rubato il cammello. Iniziano così le peripezie dei nobili singalesi, imprigionati nelle segrete dell'imperatore Beramo che, convocata un'udienza e nonostante la sua magnanimità, considerate le apparenze, e le scuse addotte dai tre – l'abbiamo fatto per burlarci del cammelliere ma noi il cammello non l'abbiamo mai visto – è costretto a condannarli a morte perché ladri. E i giovani verrebbero giustiziati se, per puro caso, un altro cammelliere, trovato il cammello e avendolo riconosciuto, non lo riconducesse al legittimo proprietario. Recuperato il mal tolto, e dimostrata in tal modo la propria innocenza, i tre vengono liberati. Prima però devono spiegare come abbiano fatto a descrivere nel dettaglio l'animale, senza averlo mai visto. E' a questo punto che l'abduzione scende in campo, modificando il destino dei tre principi, e viene palesemente svelata all'imperatore Beramo e all'incuriosito lettore. Ciascun particolare del cammello è stato immaginato, ed è poi risultato vero, grazie alla capacità di osservazione e alla sagacia dei tre giovani. Che fosse cieco da un occhio era dimostrato dal fatto che, pur essendo l'erba migliore da un lato della strada, era stata brucata quella del lato opposto, a indicare che il cammello vedeva solo da un occhio, quello che dava sul lato della strada con l'erba mangiata. Che fosse privo di un dente lo dimostrava l'erba mal tagliata che si poteva osservare lungo la via. Che fosse zoppo, poi, lo svelavano senza ombra di dubbio le impronte lasciate dall'animale sulla sabbia. E' sulla spiegazione del carico, però, che l'abduzione diventa più difficile e mira a stupire: il cammello portava da un lato miele e dall'altro burro perché lungo la strada da una parte si accalcavano le formiche (amanti del grasso) e dall'altro le mosche (amanti del miele); aveva sul dorso una donna perché in una sosta il passeggero si era fermato ai lati della strada a urinare, e questa urina aveva attratto l'attenzione di uno dei principi che, chinatosi per osservarla, aveva visto vicino delle orme di piede umano molto piccolo, che poteva essere di donna o di ragazzo. Per sciogliere la sua curiosità aveva posto un dito nell'urina (cosa non strana per i tempi, e che i medici facevano comunemente al letto del malato) e la odorò, venendo "assalito da una concupiscenza carnale" che può venire solo da urine di donna. Infine la donna doveva essere gravida, perché poco innanzi alle orme dei piedi c'erano quelle lasciate, più profondamente dalle mani, usate dalla donna per rialzarsi a fatica visto "il carico del corpo".Le spiegazioni dei tre principi stupiscono i presenti e specie Beramo, che decide di fare dei tre dei tre giovani sconosciuti, che mantengono segreta la propria vera identità, i propri consiglieri. Nel centinaio di pagine della novella, i tre principi in incognito offrono così i loro servigi all'imperatore, salvandogli anche la vita e applicando in ogni occasione il metodo dell'abduzione per risolvere situazioni intricate o addirittura prevedere cosa accadrà nel futuro. Come si vede, le scoperte fatte dai principi nascono dal caso, dall'osservazione e dalla sagacia, secondo le tre regole auree della serendipità. Walpole restò così colpito dal comportamento dei protagonisti della strana storiella da inventare, per l’occasione, una parola nuova: serendipity, ripresa poi da tutte le lingue per indicare la possibilità di fare, per caso, sorprendenti ed inattese scoperte.Da quel momento, l’idea di un andamento che dispone a trovare cose inaspettate mentre si pensa, si sperimenta, o si opera, in tutt’altra direzione e magari con tutt’altri fini si è, man mano, introdotta nelle cognizioni di umanisti, filosofi, economisti, finanche dei pubblicitari, ma soprattutto si è conquistata un posto rilevante nella storia delle scoperte scientifiche: dalla penicillina rivelatasi a Fleming grazie alla casuale insorgenza di muffe in colture da tempo sotto osservazione, alla radiazione cosmica di fondo scoperta da Amo Penzias riparando un antenna, per non parlare poi, più a ritroso nel tempo, in anticipo sulle speculazione di Walpole, della mela di Newton o della vasca d’Archimede. Ma, nell’ultimo scorcio del secolo appena trascorso, il “regno di Serendip” ha, in un certo senso, spalancato le sue porte a tutti, e questo grazie ad una geniale invenzione, dovuta a Tim Berners-Lee: il World Wide Web. Nel nuovo ambiente virtuale costituito da un sempre più vasto ed intricato ipertesto planetario, la pratica della “serentipity”, da esclusivo appannaggio d’intraprendenti principi o di pochi fortunati scienziati, si è trasformata in quell’esperienza naturalmente singolare sperimentata quotidianamente, con più o meno soddisfazione e/o successo, dalla moltitudine dei suoi frequentatori. Oltre ad essere spesso indicata come elemento essenziale nell'avanzamento della ricerca scientifica (spesso scoperte importanti avvengono mentre si stava ricercando altro), la serendipità può essere vista anche come atteggiamento, e - come tale - viene praticata consapevolmente più spesso di quanto non si creda. Ad esempio tutte le volte che si smette di arrovellarsi nel ricordare un nome, nella speranza che l'informazione emerga da sé dalla memoria, in realtà ci si sta affidando alla serendipità. Una famosa frase per descrivere la serendipità è del ricercatore biomedico americano Julius H. Comroe: «la serendipità è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino». In filosofia si possono distinguere pensatori serendipici. Come Montaigne e Ralph Waldo . Voltaire, il grande illuminista francese, sulla scorta di una novella di Cristoforo Armeno sui tre principi di Serendippo, probabilmente letta in una versione tradotta, ideò nel 1749 un personaggio che faceva dell'abduzione e della serendipità il proprio strumento di vita. Questo personaggio era Zadig, il cui nome è passato alla storia della letteratura dando il titolo alla lunga novella in cui si narra delle sue avventure (in rete si trova l'intero racconto in francese, anche zippato) Zadig, il saggio ("Saadiq" in arabo significa appunto saggio), si accontentava di usare "lo stile della ragione" per affrontare le vicende della vita. Si ritrovava spesso nei guai, ma grazie alla logica e in particolare all'abduzione, riusciva sempre a cavarsela, tanto che alla fine divenne principe di Babilonia. Tra le numerose avventure di Zadig, ce n'è una che ricalca passo passo quella dei tre princìpi di Serendippo. Al re e alla regina sono sfuggiti una cagna e un cavallo. Zadig non li ha visti ma li descrive dettagliatamente, perciò viene incarcerato e riesce a salvarsi solo quando cagna e cavallo vengono ritrovati. [leggi il racconto]. Molte volte la scoperta fatta per caso viene sminuita: si dà più valore all'evento casuale che all'osservazione attenta e alle capacità del ricercatore. Si dice insomma: "Sì, è stato bravo, ma se non fosse accaduto quel fatto inatteso non avrebbe mai scoperto nulla". Non si capisce che la vera grandezza di uno scienziato si misura spesso con il metro della serendipità. A dimostrarlo è la strada dei premi Nobel, che è lastricata di esempi di serendipità, e che ha visto alternarsi sul palco dell'Accademia delle scienze di Stoccolma i più famosi uomini di scienza del Novecento, che in molti casi hanno sottolineato come la sorte abbia guidato le loro menti. Tra i primi a riconoscere l'importanza nella ricerca scientifica della sagacia, unita a osservazione e caso, fu Louis Pasteur, sul finire del secolo scorso. Il grande microbiologo francese, che con Robert Koch ha impresso una svolta decisiva alla medicina ottocentesca, trasformandola nella medicina moderna, che ancora oggi è praticata, amava ripetere spesso ai suoi allievi una frase che è passata alla storia: "La fortuna favorisce le menti preparate". Nell'affermazione di Pasteur sta l'essenza della ricerca: la sorte viene vista non come un colpo di fortuna, ma come un elemento indispensabile per scoprire qualcosa. Viene inserita in un quadro più ampio, che esula dall'influenza della dea bendata e passa sul piano del ricercatore. Il caso, infatti, passa inosservato e non viene assolutamente colto nella sua novità od originalità se a osservare gli eventi non c'è una mente preparata. Con ciò Pasteur trasforma il colpo di genio in una dote costruita con il passare del tempo, creata in anni di studio prima, e di lavoro poi. Vuole insomma assegnare il giusto rilievo alla cultura e alle conoscenze acquisite, senza le quali ogni evento casuale cadrebbe inosservato, pur essendo visto da molti. La serendipità, dunque, può essere applicata solo da chi ha una mente preparata e non da chiunque. Per tale motivo scoprire qualcosa attraverso il caso deve essere motivo di vanto e non di... casualità. La serendipità non pretende di essere metodo scientifico, che possa sostituire il modo di procedere ortodosso dei ricercatori, ma è un'applicazione particolare di un processo logico, l'abduzione, abitualmente usato dagli scienziati. E', in fondo, un'eccezione, che può parere, a prima vista, un'eresia, ma che deve essere parte costante dell'agire dello scienziato, il quale dovrebbe guardare cosa accade con occhi puliti da ogni preconcetto. Solo infatti una mente elastica potrà ricondurre il dato discordante e inatteso a una possibile novità invece che a una deviazione fastidiosa perché non facente parte del proprio percorso logico.
lunedì 18 febbraio 2008
S O S BULLISMO: la filosofia come valido sostegno

“La filosofia è innanzitutto una forza di interrogazione e di riflessione che verte sui grandi problemi della conoscenza e della condizione umana. “
(Edgar Morin, La tete bien faite)
Secondo le ultime stime ufficiali uno studente su tre, con sempre maggiore frequenza tra i banchi di scuola, è stato vittima almeno una volta di atti di bullismo e non si contano più i filmati violenti o di cattivo gusto registrati in classe attraverso telefonini e riversati sui siti internet ma si manifestano anche episodi che arrivano a coinvolgere i professori. Una recente indagine in Italia sul ''bullismo'' nelle scuole superiori ha evidenziato che un ragazzo su due subisce episodi di violenza verbale, psicologica e fisica e il 33% è una vittima ricorrente di abusi. Dai risultati dell’indagine emerge che le prepotenze di natura verbale e psicologica prevalgano rispetto a quelle di tipo fisico: il 42% dei ragazzi afferma di essere stato preso in giro; il 30% ha subito delle offese e il 23,4% ha segnalato di aver subito calunnie; nelle violenze di tipo psicologico, il 3,4% denuncia l'isolamento di cui è stato oggetto, mentre l’11% dichiara di essere stato minacciato. Il termine bullismo è la traduzione italiana dall'inglese "bullying" ed è utilizzato per designare i comportamenti con i quali un singolo o un gruppo, tenta di umiliare o dominare una persona o un altro gruppo. Il termine "bullying" include sia i comportamenti del "persecutore" sia quelli della "vittima" ponendo al centro dell'attenzione la relazione nel suo insieme. "E' il "cyberbullying" - scrive Fioroni - "la nuova forma di prevaricazione, che non consente a chi la subisce di sfuggire o nascondersi e coinvolge un numero sempre più ampio di vittime, è in costante aumento e non ha ancora un contesto definito. Ciò che appare rilevante è che oggi non è più sufficiente educare a decodificare l'immagine perché i nuovi mezzi hanno dato la possibilità a chiunque non solo di registrare immagini ma anche di divulgarle. Di conseguenza la prevenzione ed il contrasto al bullismo sono azioni "di sistema" da ricondurre nell'ambito del quadro complessivo di interventi e di attività generali. Il fenomeno del bullismo si manifesta non solo con molestie fisiche e sessuali tra compagni, ma con violenze di giovani ultrà che trasformano gli stadi in campi di battaglia. Non bastano le misure repressive quali la sospensione dalle lezioni di soli 15 giorni o le multe da pagare, il bullismo è un fenomeno complesso che affonda le sue radici in un profondo disagio esistenziale tipico dell'età adolescenziale e pre-adolescenziale e che va affrontato sotto i differenti aspetti psicologici, sociali, scolastici. : qualsiasi azione di contrasto rischia di rimanere incompiuta se non la affiancheremo con una vera e propria offensiva educativa per i nostri giovani": è quanto ha dichiarato il ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni presentando al ministero la campagna nazionale contro il bullismo. Le linee di indirizzo del ministro sono contenute in una Direttiva di 13 pagine inviata a tutte le scuole ma che è anche il frutto del lavoro di proposta che le stesse scuole hanno fatto arrivare in questi mesi. "La scuola - scrive Fioroni - è il terminale ultimo su cui convergono tensioni e dinamiche che hanno origine complessa nel nostro sistema sociale, compreso il bullismo, e rappresenta una risorsa fondamentale, l'istituzione preposta a mantenere un contatto non episodico ed eticamente strutturato con i giovani" .L’ atteggiamento del bullo nei confronti del più debole o dei più deboli ha cause che spesso risiedono nell'invidia nei confronti delle vittime, invidia alimentata da un forte complesso adleriano d'inferiorità: il bullo prova piacere nel disturbare, insultare, picchiare o danneggiare nelle cose la "vittima" e continua anche quando è evidente che la vittima sta molto male ed è angosciata. Gli episodi di bullismo si consumano il più delle volte in gruppo di coetanei e diventa il principale punto di riferimento che fornisce ai ragazzi la possibilità di sentire colmato il vuoto lasciato dai legami infantili interni alla famiglia, di condividere conflitti e ansie proprie dell’età, di sperimentare un forte sentimento di appartenenza e di potere. I ragazzi, spesso soli e confusi cercano di difendersi dalla solitudine, dalla frustrazione, dalla “paura” della complessità del mondo che li circonda, rifugiandosi in questa dimensione collettiva in cui trova spazio l’espressione della propria personalità, verso l’indipendenza propria dell’età adulta con legami diversi all’interno della famiglia da quelli dell’infanzia. Tendenze individuali, che si manifestano in una situazione di scarso controllo degli impulsi aggressivi e sessuali messi in atto senza possibilità di elaborazione psichica dove la debolezza, la passività, la fragilità non vengono tollerate perché sono percepite come minaccia alla propria identità personale e per questo “devono” essere combattute con ogni mezzo. Purtroppo sono presenti già nella Scuola Primaria episodi in cui un bambino più forte o più grande o anche un gruppo, minaccia o intimorisce un altro bambino ritenuto più debole o in difficoltà. Ormai siamo abituati a vedere ragazzi e ragazze giovanissimi che sfoggiano comportamenti, abiti, apparecchi elettronici fino a qualche decennio fa riservati ai soli adulti. Il confine tra infanzia e adolescenza si fa sempre più sottile. I cambiamenti sono sempre più repentini e comprensibilmente destano preoccupazioni e timori negli adulti. Giovanissimi sempre più esposti che si troveranno da una parte nell’impossibilità di rivolgersi al mondo infantile ormai precluso, dall’altra di proseguire nel processo di crescita verso un mondo adulto che spaventa per diversi motivi: dalla sessualità alla separazione psicologica dai propri genitori. In quest’impasse l’adolescente può rimanere bloccato in uno stato d’animo di sospensione e di vuoto di pensiero. Quando la crisi si aggrava e non trova soluzione appaiono comportamenti patologici come: l’impossibilità di frequentare la scuola; le fughe; i tentativi di suicidio; i disturbi alimentari le condotte antisociali gli stati di dipendenza (droghe, alcool, abuso di sostanze, dipendenza da videogiochi). Numerosi fattori poi sono legati soprattutto alla sollecitazione da parte degli adulti di una precoce autonomia dei figli o ancora alla notevole influenza che possono avere i mass media in questo periodo che danno sempre più importanza agli aspetti esteriori, all’immagine idealizzata del corpo, all’apparire più che all’essere, al possesso di oggetti concreti anziché all’interiorizzazione di esperienze affettive e culturali. L’esposizione precoce e continuativa a immagini violente ed eccitanti, con la proposta di spettacoli, fiction, cartoni, film, fatti di cronaca, vanno a far leva su rappresentazioni che a questa età sono attive nel segreto del mondo interno dei ragazzi, ma che possono dar loro la sensazione che tutto sia possibile. Vengono sollecitati temi di magia, “poteri”, assenza di limiti, ambiguità sessuali. Tutto questo a scapito di quella regolazione degli affetti e degli impulsi. Talvolta nei genitori emerge la sensazione di “avere un estraneo in casa”: cambi repentini d’umore, diminuzione del proprio rendimento scolastico o chiusura sociale legata alle sole esperienze del gruppo di amici, che si esprimono spesso con il bisogno di imporre il proprio punto di vista e a volte con il rifiuto di tutto ciò che prima sembrava acquisito: valori, religione, abbigliamento. In questo periodo i genitori possono esacerbare le differenze tra il passato e il presente e il rapporto con i figli può essere ostacolato dalle recriminazioni e dalle ansie di controllo o, al contrario, da un atteggiamento eccessivamente permissivo. Non è affatto infrequente infatti, specialmente oggi, che i genitori per non sentirsi esclusi e sorpassati abdichino alle loro funzioni di orientamento e limite. Al contrario i ragazzi, sia pure con modalità ambivalenti, chiedono ai genitori di rimanere un punto di riferimento e di confronto. Nel nostro sistema sociale la scuola rappresenta il luogo non solo dell’apprendimento ma soprattutto l’ambiente in cui ogni bambino (e ragazzo) fa esperienze, amicizie, insomma si forma e cresce. Erroneamente si ha però spesso una sottovalutazione del bullismo: lo si confonde con la normale aggressività del vivere sociale. In realtà quando parliamo di bullismo parliamo di qualcosa di diverso dalla normale conflittualità fra coetanei e diverso anche dagli sporadici episodi di violenza che possono accadere in una comunità. E' vero che le prepotenze ci sono sempre state, ma questo non significa che non abbiano avuto e non abbiano conseguenze negative sulla vita delle persone coinvolte, sia per quanto riguarda le persone prepotenti sia per quanto riguarda chi le subisce. Bisognerebbe rivolgersi all’ équipe psico-medico-pedagogica molto in voga negli anni ’60 ma oggi quasi scomparsa e, anche se ci sono vari disegni di legge, non si è ancora arrivati a definire una legge istitutiva di questo servizio basato su un progetto di intervento teso a fornire consulenza, coordinamento e promozione del benessere per tutti i protagonisti della scuola: alunni al primo posto, ma anche genitori, insegnanti, dirigenti per affrontare tematiche relative alla prevenzione, all’individuazione di specifici bisogni degli alunni o anche per far fronte a situazioni di disagio. Fioroni sottolinea nella Direttiva che "per prevenire e contrastare efficacemente fenomeni di bullismo, di violenza fisica o psicologica che vedono protagonisti una parte dei bambini e degli adolescenti, si deve sostenere e valorizzare il ruolo degli insegnanti, dei dirigenti scolastici e di tutto il personale tecnico ed ausiliario che, quotidianamente e senza "fare notizia", svolgono un'azione meritoria ed impegnativa per la realizzazione della funzione educativa che ciascuna istituzione scolastica autonoma è chiamata ad assolvere nel tessuto sociale in coerenza ai principi ed ai valori comuni della Costituzione italiana. E' alla singola scuola che spetta ricercare la strategia più idonea ed efficace nell'azione di educazione alla cittadinanza e di prevenzione del disagio, che potrà trovare espressione nel Piano dell'Offerta Formativa, documento fondamentale delle scuole autonome. L’istituto comprensivo di Feroleto sta già attuando la Philosophy for Children come strumento insostituibile e centrale per affrontare questi fenomeni è lo studio delle materie curricolari che fornisce agli studenti le capacità per una decodifica approfondita della realtà insieme alla proposta di attività strutturate e coerenti con il percorso di formazione. Il valore educativo dell'esperienza scolastica, infatti, comprende e supera la sola acquisizione di conoscenze e competenze". In tutto questo quadro sociale incerto la filosofia, in particolar modo la P4C di Lipman, intesa come valorizzazione del dialogo in classe, già dai primissimi anni scolastici, a partire dalla scuola dell’Infanzia, può rappresentare un percorso validissimo attivo di prevenzione o addirittura di risoluzione del bullismo perché tiene in considerazione la componente emotivo – affettiva dei bambini/ragazzi i quali discutendo mettono a nudo se stessi, mentre portano nel gruppo paure, idee, emozioni e sentimenti vissuti in prima persona ed imparano a conoscere se stessi e a relazionarsi con gli altri nonché a gestire i propri ed altrui processi emozionali, affettivi e volitivi. Spinoza afferma che solo una seria ricerca filosofica costituisce una vita autentica, intesa come una sfida, da parte dell'insegnate, a livello culturale, sociologica e civica che deve coinvolgere anche i più piccoli per dotarli di una propria capacità critica, che permetta loro di ragionare, di riflettere sulla realtà e di compiere in futuro scelte consapevoli. Se la filosofia è misurata con i problemi reali, è davvero uno strumento di formazione della persona e di indirizzo della vita perché promuove negli alunni la consapevolezza di sé, una crescente autonomia personale, organizzativa, decisionale; il senso della responsabilità personale e collettiva, la capacità di rapportarsi in maniera corretta e collaborativa.
Il simbolo della pace compie 50 anni

Il simbolo della pace vuole essere un segnale forte, anche a livello simbolico, nei confronti dei potenti che si ostinano a percorrere la pericolosa via delle armi ed in particolare delle armi nucleari. Compie cinquant'anni, composto da una linea verticale e due linee inclinate verso il basso, inscritte in un cerchio. Diventato negli anni uno dei loghi più conosciuti, associato all'America degli anni ‘60 e alla cultura hippie, nasce in realtà in Gran Bretagna nel 1958 come simbolo della Cnd (Campaign for nuclear Disarmement), organizzazione pacifista che aveva tra i suoi promotori il filosofo Bertrand Russell (1872-1970). Il primo utilizzo pubblico del simbolo risale infatti alla marcia di Aldermaston, località sede di una base militare e di una fabbrica di armi nucleari, in Inghilterra. Ad inventare il simbolo, che è riuscito a imporsi sul suo più diretto concorrente, la colomba della pace di Picasso, è stato Gerald Holtom. Obiettore di coscienza durante la Seconda guerra mondiale, decisione non scontata per quei tempi, Holtom, al termine del conflitto si avvicinò al Cnd diventandone presto attivista. Ai membri dell’organizzazione propose uno strano logo disegnato, qualche tempo prima, in nome della pace. L’idea nacque dopo aver studiato l'opera di Goya sui popolani madrileni fucilati dalle truppe di Napoleone. In particolare, la sua attenzione cadde su due personaggi: uno morto con le braccia abbassate e un altro vivo con le braccia alzate. Stilizzando tali posizioni e ispirandosi alla gestualità che i marinai utilizzano per comunicare a distanza tramite le bandierine (la lettera ‘N’ di ‘nuclear’, indicata dalla linea verticale, la lettera ‘D’ di ‘disarmament’, corrispondente alle linee inclinate, e il cerchio che rappresenta la parola ‘globale’), realizzò il simbolo della pace che i pacifisti inglesi riprodussero durante le marce da Londra ad Aldermaston. Il frequente errore di assegnarne la paternità a Bertrand Russell deriva probabilmente dal fatto che Russell era il presidente della CND proprio in quel periodo. Circa 10 anni dopo il simbolo comincia ad essere utilizzato come riferimento generale alla Pace dal movimento studentesco contro la guerra, diventando probabilmente il più noto simbolo della cultura giovanile degli anni sessanta. Secondo alcuni il simbolo deriva da due simboli storici cristiani: il cerchio esterno indica la terra (desolata e vuota, Gen 1:2) mentre il disegno interno “piede della strega/zampa di corvo”, indica “DIO discende” (con il dono di salvezza, Giovanni 3:16). Secondo altri le due braccia con bandierine, senza il cerchio, assomigliano ad una figura stilizzata con le braccia aperte “il gesto di un essere umano disperato”; il cerchio rappresenta l’utero o le generazioni non nate, come pure il mondo; il colore nero rappresenta l’eternità. Un’altra spiegazione, presumibilmente “non ufficiale”, è che essa rappresenta la croce del cristo con le braccia abbassate in segno di disperazione. Infatti il simbolo è anche la Runa della Morte nell’alfabeto runico Futhark. Negli anni '80 il simbolo viene utilizzato, per lo meno negli Stati Uniti, per rappresentare l'ambientalismo, in particolare nella forma di imitazione della bandiera statunitense in veste blu e verde con il simbolo della pace al posto delle stelle. Proprio nel 1958 vennero realizzati i primi distintivi in ceramica con il simbolo della pace. Oggetti che furono distribuiti con un foglietto ‘di istruzioni’ nel quale si spiegava che in caso di disastro atomico quello sarebbe stato uno dei pochi manufatti umani a restare integro. Bayard Rustin, affascinato dall'idea, 'esportò' il simbolo negli Stati Uniti dove venne adottato dagli attivisti per i diritti civili. Nella metà degli anni ‘60, comparve nelle dimostrazioni contro la guerra del Vietnam, dipinto sulle bandiere americane, sui vestiti dei contestatori e persino sugli elmetti dei militari impegnati al fronte, oltre che su milioni di spille, magliette, affiancato allo slogan “Fate l'amore non fate la guerra.” Ma il successo popolare continua da mezzo secolo, sui muri di Sarajevo e di Timor Est, nelle manifestazioni, sui diari o gli zainetti dei ragazzi, nonostante il mezzo secolo di vita, quello della pace “non è affatto un simbolo sorpassato e, anzi, è entrato a pieno titolo nella modernità”. Ferrero spiega che "nella società di oggi i 'valori' e i simboli hanno più valore di un tempo. La società ha bisogno di identificazioni simboliche". "Sia come simbolo pacifista che come simbolo antimilitarista” - afferma ancora Ferrero – il simbolo della pace fa parte del vissuto contemporaneo e non è affatto stato ‘soppiantato’ dalla bandiera con i colori dell'iride. La bandiera – spiega - ha una caratterizzazione più nettamente pacifista o, se si vuole buonista. Mentre il simbolo della pace ha anche una carica antimilitarista, è simbolo dell'obiezione di coscienza. Non solo quindi ricerca della pace, ma rifiuto delle armi, dell'impegno personale contro l'uso delle violenza e per il riconoscimento dei diritti”. E' un simbolo universale, riconosciuto in tutto il mondo. E questo – sottolinea - è forse dovuto proprio al fatto che non è stato mai registrato. Non è di nessuno quindi è di tutti''. Attualmente il colore e la grandezza variano molto; più spesso si trova il simbolo bianco in campo nero, ma altre combinazioni sono bianco su blu, verde su bianco e rosa su nero.
